LUCIANO CANFORA.

LA DEMOCRAZIA: STORIA DI UNA IDEOLOGIA.


Parte 1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Prefazione alla prima edizione.
Prologo.
Capo 1. Una costituzione rivestita di grecit: Grecia, Europa, Occidente.
Capo 2. L'atto di nascita: la democrazia nell'antica Grecia.
Capo 3. Come ritorn in gioco e come alla fine usc di scena la democrazia greca.
Capo 4. La prima vittoria del liberalismo.
Capo 5. Suffragio universale: atto primo.
Capo 6. Suffragio universale: atto secondo.
Capo 7. Gli imbarazzi della vecchia talpa.
Capo 8. L'Europa in marcia.
Capo 9. Dall'ecatombe dei comunardi alle unioni sacre.
Capo 10. La Terza Repubblica.
Capo 11. Il secondo fallimento del suffragio universale.
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Fine Indice.
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Ringraziamenti.
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Vario e prezioso sostegno mi  venuto da: Antonio Spadafora, Claudio Schiano, Valentina
Cuomo, Massimo Pinto, Margherita Losacco, Massimo Mastrogregori, Giorgio Fabre, Stefania
Montecalvo, Paulo Butti, Francesca Niutta. Siano qui ringraziati.
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Prefazione alla prima edizione.
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L'Europa si costruisce.  una grande speranza che si realizzer soltanto se terr conto della
storia: un'Europa senza storia sarebbe orfana e miserabile. Perch l'oggi discende dall'ieri, e il domani
 il frutto del passato. Un passato che non deve paralizzare il presente, ma aiutarlo a essere diverso
nella fedelt, e nuovo nel progresso. Tra l'Atlantico, l'Asia e l'Africa, la nostra Europa esiste infatti da
un tempo lunghissimo, disegnata dalla geografia, modellata dalla storia, fin da quando i Greci le hanno
dato il suo nome. L'avvenire deve poggiare su queste eredit che fin dall'antichit, e anzi fin dalla
preistoria hanno progressivamente arricchito l'Europa, rendendola straordinariamente creativa nella sua
unit e nella sua diversit, anche in un contesto mondiale pi ampio.
La collana Fare l'Europa nasce dall'iniziativa di cinque editori di lingua e nazionalit
differenti (Beck a Monaco di Baviera, Basil Blackwell a Oxford, Crtica a Barcellona, Laterza a Roma
e Bari, Seuil a Parigi) e vuole gettar luce sulla costruzione dell'Europa e i suoi punti di forza non
dimenticabili, senza dissimulare le difficolt ereditate dal passato. Nella sua tensione verso l'unit, il
continente ha vissuto discordie, conflitti, divisioni, contraddizioni interne. Questa collana non li
nasconder: l'impegno nell'impresa europea deve compiersi nella conoscenza del passato tutto intero e
nella prospettiva dell'avvenire. Di qui l'intitolazione attiva della collana. Non ci sembra infatti che
sia giunta l'ora di scrivere una storia sintetica dell'Europa. I saggi che proponiamo sono dovuti ai
migliori storici odierni, anche non europei, gi affermati e non. Essi affronteranno i temi essenziali
della storia europea nei diversi campi  economico, politico, sociale, religioso, culturale 
appoggiandosi alla lunga tradizione storiografica che si estende da Erodoto alle nuove concezioni che,
elaborate in Europa nel corso del Novecento, e segnatamente negli ultimi decenni, hanno
profondamente rinnovato la scienza storica. Grazie alla loro volont di chiarezza, questi saggi sono
accessibili anche a un ampio pubblico.
E la nostra ambizione  di apportare elementi di risposta alle grandi domande che stanno
dinanzi a coloro che fanno e faranno l'Europa, e a quanti nel mondo intero s'interessano all'Europa.
Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo?
Jacques Le Goff
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Ringraziamenti.
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Vario e prezioso sostegno mi  venuto da: Antonio Spadafora, Claudio Schiano, Valentina
Cuomo, Massimo Pinto, Margherita Losacco, Massimo Mastrogregori, Giorgio Fabre, Stefania
Montecalvo, Paulo Butti, Francesca Niutta. Siano qui ringraziati.
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Prologo.
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Ho dovuto combattere contro il pi grande condottiero; mi  riuscito di mettere d'accordo
imperatori, re, uno zar, un sultano ed un papa. Ma nessuno sulla faccia della terra mi ha procurato
maggiori difficolt di un manigoldo di italiano, emaciato, pallido, straccione, ma facondo come
l'uragano, rovente come un apostolo, furbo come un ladro, sfacciato come un commediante,
infaticabile come un innamorato: il suo nome  Giuseppe Mazzini
Metternich
Garibaldi era assolutamente privo di saggezza politica: non era n un maestro della letteratura
italiana, come Mazzini, n un profondo statista come Cavour; ma come audace capitano di truppe
irregolari, capace di ispirare nei suoi rozzi seguaci gli elementi di una fede politica semplice e
appassionata, aveva in s una omerica grandezza ha scritto lo storico liberale inglese H.A.L. Fisher
nel terzo volume della sua History of Europe (1935)1.
Meno riduttivo un altro storico di ispirazione liberale, Benedetto Croce, il quale esalta pi volte
nei suoi scritti, di Garibaldi e di Mazzini, per lo meno il ruolo di modelli d'azione per le nazioni
oppresse: e ancora ai nostri giorni quei nomi  scrive nel 1928, nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915
 risuonano nella lontana India e quegli uomini hanno col discepoli2.
Durante la campagna che port alla cacciata dei Borboni dal Regno delle due Sicilie,
Garibaldi assunse la dittatura (1860). Certamente egli pensava alla dittatura romana: magistratura che
comportava i pieni poteri nelle mani di un'unica persona, ma per un limitato numero di mesi,
eventualmente rinnovabile. Aveva alle spalle una lunga esperienza politico-militare, dal Sud America
alla Repubblica romana del 1849, in cui ugualmente aveva rivestito ruoli direttivi: anche se Mazzini,
assurto per parte sua alla testa di un triumvirato, gli aveva piazzato sul capo, come superiore, il
generale Roselli, al quale Garibaldi disobbed tutte le volte che gli parve di farlo. Ad un certo punto
Garibaldi aveva proposto a Mazzini di dar vita piuttosto ad una guerriglia fra le montagne che non ad
una ostinata, e militarmente perdente, difesa di Roma. Se per ci si ostinava ad optare per questa
seconda strategia, chiedeva per s la dittatura. Insomma la dittatura ritorna nei suoi pensieri come
appetibile e necessaria forma del potere. Mazzini cerc di tamponare questa impennata e vi riusc, ma
poco dopo la Repubblica andava a rotoli.
Quando ancora la Repubblica non era sorta, Garibaldi era gi con i suoi uomini sul territorio
dello Stato pontificio. Era a Ravenna quando in Campidoglio fu ucciso Pellegrino Rossi. Di quei giorni
narra cos nelle sue Memorie: Appariva una spia in Ravenna in pien meriggio in mezzo alla folla; lo
colpiva una fucilata; il feritore ritiravasi tranquillamente non fuggiva, poich altra spia non si sarebbe
trovata, ed il cadavere maledetto rimaneva d'esempio alle moltitudini. I Ravennati si meritano il suo
plauso come gente di poche parole ma di fatti. Anche l'uccisione di Pellegrino Rossi ottiene il suo
pieno plauso: La vecchia metropoli del mondo, degna in quel giorno della gloria antica, si liberava
d'un satellite della tirannide, il pi temibile; e bagnava del suo sangue i marmorei gradini del
Campidoglio. Un giovine romano avea ritrovato il ferro di Marco Bruto!3.
Sia il triumvirato che la dittatura erano, nella costituzione dell'antica Roma, magistrature
straordinarie e dotate di poteri incontrollati. La coeva suggestione di Marx che la imminente
rivoluzione dovesse aprirsi con una fase di dittatura proletaria era dunque  in certo senso 
conforme alle concezioni prevalenti all'epoca nel campo democratico, in merito al genere di potere da
instaurare nella fase di transizione dal vecchio al nuovo regime.
Quando, nel 1864, Garibaldi organizz e attu un suo inopinato viaggio in Inghilterra, e si mise
a parlare in pubblico dei grandi problemi internazionali del momento  dalla Grecia, alla Polonia, allo
Schleswig-Holstein, alla questione di Venezia , Lord Palmerston fece grandi pressioni sugli
organizzatori inglesi del viaggio affinch esso apparisse come strettamente privato. Disse: Io insisto
che, con la scusa della salute, egli rifiuti tutti i pranzi ufficiali, ai quali direbbe cose sciocche mentre gli
altri ne deriverebbero di nocive4. Disraeli rifiut tutti gli inviti che comportassero il rischio di
incontrare Garibaldi: non gradiva conoscere quel pirata, disse con allusione non solo alla remota
permanenza del generale a Montevideo, ma anche al modo in cui aveva conquistato il Regno di Napoli.
Eppure l'arrivo a Londra fu un trionfo. Lo ricorda, con ammirati accenti, anche Croce nella Storia
d'Italia. Mezzo milione di persone attese Garibaldi per tutta la mattina. La carrozza, stretta
nell'abbraccio della folla, impieg sei ore per percorrere sei miglia. Le associazioni operaie di mutuo
soccorso, le associazioni per la temperanza e altre ancora, che si erano costituite in Working Men's
Garibaldi Demonstration Committee, ottennero un insperato successo: non ci furono per nulla
incidenti. La regina Vittoria invece si disse quasi vergognosa di governare un popolo capace di simili
follie5. Fece scalpore la visita che il generale rese a Mazzini, e preoccup molto Palmerston. Forse
anche per questo Garibaldi piant tutto e all'improvviso torn a Caprera.
Marx, che viveva a Londra, giudic le scene di entusiasmo popolare per l'ospite italiano un
miserabile spettacolo di imbecillit. Quell'uomo non gli piaceva. Tre anni prima, scrivendo a Engels
(27 febbraio 1861), en passant aveva espresso, in tutt'altro contesto, un giudizio svalutativo su
Garibaldi: Spartaco s  scriveva  era stato un grande generale (non un Garibaldi).
Lenin fu pi generoso: nel Fallimento della Seconda Internazionale (Ginevra 1915)
contrappone i grandi rappresentanti della borghesia  Robespierre e Garibaldi  ad altri borghesi, ma
nefasti: Millerand e Salandra. E commenta: non si pu essere marxisti senza nutrire il pi profondo
rispetto per i rivoluzionari borghesi che avevano in tutto il mondo il diritto storico di parlare a nome
della patria borghese, la quale elev alla vita civile, attraverso la lotta contro il feudalesimo, decine di
milioni di uomini delle nuove nazioni6.
In Robespierre e in Garibaldi, Lenin, molto pi attento alla realt effettuale dell'aristocratico
Marx, apprezza il capo rivoluzionario. Questa figura (il capo) ha accompagnato il movimento
rivoluzionario europeo otto-novecentesco in ogni sua fase.  un fattore ineludibile. L'articolo di
Gramsci in morte di Lenin, intitolato Capo,  un vero tentativo di sistemazione teorica del complicato
problema, che gi aveva suggerito a Max Weber, nella medesima temperie storico-politica, la nozione,
ricca ed ambigua, di capo carismatico. Pare che Lenin abbia rimproverato ai socialisti italiani, al
tempo dell'impresa fiumana, di essersi lasciati sfuggire un D'Annunzio!. Nell'articolo in morte di
Lenin, Gramsci scriveva che qualunque sia la classe dominante vi  bisogno di capi. Sosteneva anche
che nell'et della rivoluzione veri capi sono soltanto quelli marxisti. Ma evidentemente si
sbagliava: quando scriveva, non si era ancora prodotta l'adorazione quasi mistica verso un Fhrer da
parte di uno dei popoli pi colti d'Europa e forse del pianeta. In seguito lo stesso Gramsci, in carcere,
instaur, nella riflessione affidata ai Quaderni, la non stringente distinzione tra cesarismo
progressivo e cesarismo regressivo7.
Cosa sia inerente al rapporto capo/masse  materia controversa. Scorrendo i Colloqui con
Eckermann si incontrano espressioni frequenti di Goethe concernenti Napoleone, anche di molto
successive alla sua fine politica: eroe, uomo straordinario, fisicamente superiore e cos via. Ci fu anche
una vivace discussione epistolare tra Goethe e Walter Scott, autore, quest'ultimo, di una biografia non
benevola del Bonaparte. C' forse proprio questa suggestione goethiana all'origine della approfondita
presa di posizione di Droysen (1833) su Cleone, l'infamato capo della democrazia ateniese
affermatosi dopo la scomparsa di Pericle. Nessuno  scrive nelle pagine introduttive alla sua
traduzione tedesca dei Cavalieri di Aristofane  si prester a tessere le lodi del sanguinario Robespierre
o del selvaggio Mario; ma nella loro opera essi hanno incarnato sentimenti e hanno ricevuto
l'approvazione di migliaia di uomini, dai quali li separava soltanto quella infausta grandezza, o
violenza di carattere, che  capace di non inorridire dinanzi all'azione. E si spinge ad affermare che ci
sono momenti in cui quegli uomini sono necessari: si tratta di offendere diritti, di abbattere antiche
istituzioni venerabili; eppur si loda la mano audace e salda che ha aperto la via dell'et nuova e si
dimentica la colpa, che  inseparabile dall'azione umana8.
Questa riflessione del grande Droysen  il quale negli stessi anni (1834) ribaltava il tradizionale
giudizio moralistico intorno ad Alessandro Magno e sull'et cui quel terribile e meteorico sovrano
aveva dato avvo  ci riconduce, molto indietro nel tempo, alla discussione antica intorno a queste
figure, egemoni e creatrici, di capo.  appena il caso di ricordare a questo proposito la critica di
Polibio al modo in cui Teopompo, lo storico coevo di Filippo il Macedone, aveva parlato appunto di
Filippo: come dell'uomo pi grande che l'Europa avesse mai prodotto e, nondimeno, come di un
criminale, fedifrago, sopraffattore e peggio (Polibio, VIII, 9, 1). Nell'antichit questo genere di disputa
s' pi di una volta riaccesa di fronte al frequente emergere di figure siffatte. Pierre Bayle, nelle
Nouvelles lettres critiques sur l'histoire du Calvinisme (lettera IV), nota e commenta un passo di
Seneca, in cui il filosofo rimprovera lo storico Tito Livio che aveva adoperato la definizione di grande
uomo per un personaggio (non sappiamo chi) cui per non si addiceva affatto un giudizio morale
positivo. Seneca contesta l'espressione di Livio vir ingenii magni magis quam boni e gli fa lezione:
l'ingenium aut magnum aut bonum erit (De ira, I, 20, 6).
Una volta il Bonaparte si rivolse a Jean-Baptiste Suard, il severo pubblicista che si rifiutava di
accodarsi alla versione ufficiale sulla uccisione del duca di Enghien, e gli rinfacci la nullit del
moralismo di Tacito contro Nerone: Votre Tacite n'est qu'un dclamateur, un imposteur qui a
calomni Nron [...] oui, calomni, car, enfin, Nron fut regrett du peuple9.
In una lettera del 26 luglio 1767 al marchese di Mirabeau (padre del grande oratore e
protagonista della Rivoluzione), Rousseau prospettava come inevitabile lo sbocco verso il potere
dispotico: il grande problema della politica  osservava , l'equivalente della quadratura del cerchio, 
trovare una forma di governo che ponga la legge al di sopra degli uomini; se non ci si riesce (e lui
era persuaso che ci fosse impossibile) bisogna passare all'altro estremo e stabilire il dispotismo
pi arbitrario possibile: vorrei che il despota potesse essere Dio! perch, tra la pi austera
democrazia e l'hobbesismo pi perfetto, non vede una via di mezzo sopportabile; dopo di che, per,
con il consueto patetismo, si prospetta i nomi infamati e si dispera: i Caligola, i Nerone, i Tiberio...
mio Dio... mi rotolo per terra e gemo di essere uomo10.
Inchiodato in questa antinomia, Rousseau non sembra sfiorato dalla questione che si era
lucidamente proposta all'attenzione di Aristotele, e cio il nesso profondo tra appartenenza popolare
e ruolo di capo, esemplificato nella storia greca arcaica dall'esperienza delle cosiddette tirannidi.
Pisistrato  dice Aristotele  essendo demagogs [cio capo della fazione popolare] divenne
tiranno11; e la frase potrebbe anche intendersi: in quanto era demagogs divenne tiranno,
considerato quel che lo stesso Aristotele scrive nella Politica: il tiranno viene instaurato dalla massa
popolare contro i nobili, perch la protegga contro di essi (13106, 12-14). La traiettoria di Pericle, del
resto, era sfociata alla fine nel potere personale, come diagnosticava, con ammirazione, Tucidide.
Nel linguaggio politico greco di et romana si osserva un uso non frequente, ma interessante, di
demokrata, e di un derivato demokrtor, che significano chiaramente, se correttamente si intendono i
contesti, il dominio sul popolo (o sull'intera comunit). Del conflitto tra Cesare e Pompeo, infatti, si
dice, nelle Guerre civili di Appiano, che i due avevano lottato contendendosi la demokrata [per tes
demokratas]12. E Dione Cassio, lo storico vissuto al tempo dei Severi, sembra, a giudicare da un
tardo testimone di epoca bizantina che ne riferisce il pensiero, che definisse Silla, dittatore, col termine
demokrtor13. Il termine corrisponde nella sostanza alla nozione di dittatore, ma non nel senso
tecnico-costituzionale bens nel valore, ben pi ricco, di dominio personale incontrastato e accettato,
di cui magari l'assunzione della dictatura pu essere, come lo fu nel caso di Silla, una premessa: ma il
tratto determinante, caratteristico,  che si tratta di un forte potere personale al di sopra della legge.
Demokrata e dittatura a questo punto coincidono.
Appare cos, in tutta la sua concretezza, la estrema, imbarazzante vicinanza di forme diverse e
magari classificate dalla dottrina come distanti od opposte. E sembra innegabile che l'esperimento, o
ritrovato, politico che pi ha contribuito a creare questa impressione di vicinanza, e a confondere le
idee non solo delle masse ma anche dei teorici della politica,  il cesarismo-bonapartismo-fascismo.
Non se ne esce se si lasciano in ombra i contenuti di classe che stanno sotto la corteccia dei sistemi
politici.
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Capo 1. Una costituzione rivestita di grecit: Grecia, Europa, Occidente.
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Platone nella Repubblica, lib. V (vedilo) dice: i Greci non distruggeranno certo i Greci, non li
faranno schiavi, non desoleranno le campagne, n bruceranno le case loro; ma in quella vece faranno
tutto questo ai Barbari. E le orazioni d'Isocrate, tutte piene di misericordia verso i mali de' Greci,
sono spietate verso i Barbari, o Persiani, ed esortano continuamente la nazione, e Filippo, a sterminarli.
Giacomo Leopardi. Zibaldone.
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Si pu permettere a un filosofo di ampliare la propria visione e di considerare l'Europa come
una grande repubblica, i vari abitanti della quale sono giunti quasi allo stesso livello di civilt e di
cultura [...]. I popoli selvaggi della terra sono i nemici comuni della societ civile, e possiamo indagare
con ansiosa curiosit se l'Europa sia ancora minacciata da un ripetersi di quelle calamit.
Edward Gibbon. Storia della decadenza e caduta dell'impero romano.
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Che la democrazia sia un'invenzione greca  opinione piuttosto radicata. Un effetto di tale
nozione approssimativa si  visto quando  stata elaborata la bozza del preambolo della Costituzione
europea (diffusa il 28 maggio del 2003). Coloro che, dopo molte alchimie, hanno elaborato quel testo 
tra i pi autorevoli, l'ex presidente francese Giscard d'Estaing  hanno pensato di imprimere il marchio
greco-classico alla nascente Costituzione anteponendo al preambolo una citazione tratta dall'epitafio
che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.). Nel preambolo della Costituzione europea le parole del
Pericle tucidideo si presentano in questa forma: La nostra Costituzione  chiamata democrazia perch
il potere  nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero*.  una falsificazione di quello che
Tucidide fa dire a Pericle. E non  per nulla trascurabile cercar di capire perch si sia fatto ricorso ad
una tale bassezza filologica.
Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: La parola che
adoperiamo per definire il nostro sistema politico [ovviamente  modernistico e sbagliato rendere la
parola politia con costituzione]  democrazia per il fatto che, nell'amministrazione [la parola
adoperata  appunto oikin], esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza
[dunque non c'entra il potere, e men che meno il popolo intero]. Pericle prosegue: Per nelle
controversie private attribuiamo a ciascuno ugual peso e comunque nella nostra vita pubblica vige la
libert (II, 37). Si pu sofisticare quanto si vuole, ma la sostanza  che Pericle pone in antitesi
democrazia e libert.
Pericle fu il maggior leader politico nell'Atene della seconda met del V secolo a.C. Non ha
conseguito successi militari, semmai ha collezionato sconfitte in politica estera, ad esempio nella
disastrosa spedizione in Egitto, dove Atene perse una flotta immensa. Per fu talmente abile nel
conseguire e consolidare il consenso, da riuscire a guidare quasi ininterrottamente per un trentennio
(462-430) la citt di Atene retta a democrazia. Democrazia era il termine con cui gli avversari del
governo popolare definivano tale governo, intendendo metterne in luce proprio il carattere violento
(krtos indica per l'appunto la forza nel suo violento esplicarsi). Per gli avversari del sistema politico
ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema liberticida. Ecco perch
Pericle, nel discorso ufficiale e solenne che Tucidide gli attribuisce, ridimensiona la portata del
termine, ne prende le distanze, ben sapendo peraltro che non  parola gradita alla parte popolare, la
quale usa senz'altro popolo (dmos) per indicare il sistema in cui si riconosce. Prende le distanze, il
Pericle tucidideo, e dice: si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perch
siamo soliti far capo al criterio della maggioranza, nondimeno da noi c' libert.
Da Tucidide, Pericle era percepito come un vero e proprio princeps: un tipo di primato, o di
principato, un potere personale accettato e riconosciuto che finisce con lo snaturare, pur senza
violarli, gli equilibri dei poteri. Solo quattro secoli pi tardi un tale tipo di potere fu instaurato da
Augusto, il quale  pur divenendo principe  non esit a rivendicare di aver restaurato la Repubblica
a Roma. Ma per i contemporanei di Pericle era ovvio pensare ad un altro tipo di potere personale a loro
pi familiare, la tirannide. E infatti alcuni poeti comici, dalla scena, sferzavano  approfittando della
libert di parola concessa alla commedia  il princeps Pericle, buffamente implorandolo di non voler
assumere la tirannide in Atene. Chi coni il termine principe (prtos anr) a proposito di Pericle, fu
il suo contemporaneo e ammiratore Tucidide. E perci, delineando un suo ritratto, scrisse che sotto il
suo governo ad Atene ci fu a parole la democrazia, ma di fatto il governo del prtos anr (II, 65).
Questa definizione  molto calibrata: ogni parola  accortamente soppesata. E tanto pi essa appare
efficace, in quanto ricorre non molto dopo il discorso in cui  Pericle stesso (s'intende: il Pericle
tucidideo) che prende le distanze dalla parola democrazia e sottolinea quanto essa fosse inadeguata ad
esprimere la vera  e originalissima  natura del sistema politico ateniese.
Tucidide non dice dunque che il governo di Pericle rassomigliava alla tirannide, cosa che
invece i comici a lui ostili apertamente proclamavano. Inventa  e questo  un segno della sua
grandezza come pensatore politico  la categoria, inedita, di principato. Peraltro gli  ben chiaro il
tipo di potere che, in Atene, nel secolo precedente, avevano esercitato i tiranni, o meglio il tiranno
per eccellenza, cio Pisistrato (560-528 a.C.). Quando si parla di tirannide si confondono realt
diverse; e comunque si  a disagio nel valutarle con equilibrio, perch le fonti che ne parlano sono per
lo pi ostilissime ai personaggi che rivestirono, in varie citt greche, tale ruolo: in principio un ruolo
essenzialmente di mediazione, esercitato da uomini che  come Pisistrato  potevano fare affidamento
su di una base popolare. Da capopopolo Pisistrato divenne tiranno, dice Aristotele nella Costituzione
di Atene (22, 3). Tucidide sa bene che ad abbattere, in Grecia, i tiranni era stata Sparta, e che nel caso
particolare di Atene il governo di Pisistrato era stato caratterizzato non gi da un'efferata sopraffazione
terroristica (questa  l'immagine retorico-democratica del tiranno), bens dalla continuit ininterrotta
della sua presenza al potere entro un quadro costituzionalmente corretto, alterato semmai dalla costante
presenza sempre degli stessi uomini  cio Pisistrato e i suoi congiunti  al vertice della citt. Tucidide
dunque descrive il tiranno di Atene (Pisistrato) con caratteri molto affini a quelli del
princeps-Pericle, e tuttavia non chiama Pericle tiranno, inventa una nuova categoria: proprio lui che ha
teorizzato il ripetersi degli eventi comprende invece la loro specificit e non sovrapponibilit.
La sua descrizione  tale che un grande pensatore, uno dei fondatori del pensiero politico,
Thomas Hobbes  il quale esord con una traduzione di Tucidide (1628) decisiva per la sua evoluzione
intellettuale , giunse alla conclusione che Tucidide avesse collocato sia Pisistrato sia Pericle nel
novero dei monarchi, e che, pertanto, Tucidide stesso dovesse considerarsi come uno dei maggiori
teorici e assertori della monarchia. Faceva velo a Hobbes la sua visione delle forme
politico-istituzionali. La sua diagnosi  inesatta ma sommamente rilevante nello scardinare il Tucidide
oleografico dei mediocri interpreti che inventano un Tucidide cantore della democrazia in quanto
autore dell'epitafio pericleo.
Gi queste sommarie considerazioni iniziali, sulle quali torneremo pi distesamente in seguito,
aiutano a comprendere il fenomeno pi rilevante dell'ininterrotto, tormentato e spesso deviante sforzo
dei moderni di ambientarsi nel ginepraio della politica antica, greca in particolare. Sforzo reso ancor
pi difficile dall'identit verbale di vari, e fondamentali, concetti, a partire da democrazia. Identit
che cela la differenza: e non  facile capire la differenza sotto l'apparente identit. Ci vuole, come s'
appena detto, un Tucidide.
Ecco dunque come si incomincia a comprendere la gaffe compiuta dagli artefici del preambolo
della Costituzione europea. Da un'informazione di tipo scolastico, e forse anche medio-bassa, essi
sapevano che: la Grecia invent la democrazia (formula ad effetto e talmente schematica da risultare,
se studiata in profondit, falsa). Sapevano anche che gli autori antichi (ateniesi o che parlano di Atene)
menzionano e discutono e giudicano il meccanismo della democrazia politica. Probabilmente hanno
cercato dapprima tra i pensatori politici (Platone e Aristotele), e debbono essersi stupiti constatando che
nelle loro opere, cos largamente conservate, la democrazia  un bersaglio polemico costante, nel caso
della Repubblica di Platone addirittura il bersaglio di una feroce polemica. Si sono rivolti altrove.
Hanno cercato forse tra gli oratori? Non sappiamo. Se l'hanno fatto ne saranno usciti allarmati.
Avranno trovato in Isocrate la definizione di Sparta come perfetta democrazia, e si saranno chiesti
con imbarazzo: ma come? non era la citt oligarchica per eccellenza? (altro luogo comune). E allora
sono finiti a bussare alla porta di Tucidide (da Demostene era meglio non fermarsi, visto che suggerisce
che gli avversari politici bisogna bastonarli, e che per lo pi vanno bollati come traditori e agenti
del nemico). Ma cosa scegliere nell'arduo, dialettico Tucidide? Sono finiti, sempre grazie
all'informazione scolastica, sull'epitafio di Pericle. Basta un index verborum, un lessico, e dalla voce
demokrata si arriva facilmente a quel luogo. Per, una volta letto, non deve aver dato molta
soddisfazione. Anche le traduzioni correnti, per quanto composte, e talvolta accomodanti, non riescono
a nascondere il tono distaccato e perplesso con cui Pericle si esprime. Di qui la soluzione pi brillante,
e a suo modo classica: cambiare il testo; far dire a Tucidide quello che non dice.
Il viaggio attraverso i Greci dev'essere stato comunque istruttivo, speriamo. Deve aver fatto
intravvedere una realt particolarmente significativa, quantunque non edificante: non esistono testi di
autori ateniesi che inneggino alla democrazia. Non sar un caso.
Ogni lettore di Omero sa che l'opposizione Europa/Asia non si trova nell'Iliade, e nemmeno
quella tra Greci e Barbari, come rilev Tucidide (I, 3). I Troiani non sono meno Greci degli Achei. Si
tratta dunque di un'interpretazione retrospettiva, che non pu essere anteriore alle guerre persiane. La
Geografia di Ecateo da Mileto, contemporaneo della rivolta ionica, comprendeva due libri: uno
consacrato all'Europa, l'altro all'Asia, ma Europa significava pi o meno la Grecia (Peloponneso
escluso) e le colonie greche.
Le guerre persiane servirono da catalizzatore all'opposizione Greci/Barbari. Quale sar la
differenza essenziale tra gli uni e gli altri? I Greci vivono in citt e i Barbari no; gli uni sono liberi e
gli altri sono sottomessi a un capo. Sin dalla prima frase delle Storie di Erodoto i Barbari costituiscono,
con i Greci, i due poli della realt storica: Questa  l'esposizione delle ricerche di Erodoto di
Alicarnasso, perch gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose,
compiute dai Greci e dai Barbari, non restino senza fama.
L'opposizione tra Europa e Asia  rappresentata da Eschilo nei Persiani (472 a.C.) con
l'immagine delle due sorelle nemiche, la Dorica e la Persiana. Questa visione sar proiettata sulla
guerra di Troia, facendo apparire retrospettivamente i Troiani come Barbari. Per molto tempo la
nozione di Europa concise con l'autodefinizione che i Greci davano di se stessi. Nella Grecia delle citt
una equivalenza  profondamente radicata: Grecia = Europa = libert/democrazia; Persia = Asia =
schiavit.
Ma i Greci erano veramente d'accordo su questo punto? In un passo delle sue Storie, Erodoto
sostiene molto chiaramente che prima di Clistene la democrazia politica era stata inventata in Persia
da uno dei dignitari persiani implicati nella congiura che aveva abbattuto l'usurpatore, il falso Smerdis.
Erodoto si lamenta del fatto che i Greci, durante le sue letture pubbliche, non avevano accettato questa
affermazione molto netta e dettagliata (III, 80). Un grande storico della Grecia e della Persia, David
Asheri, ha scritto bene in proposito che in questo passo Erodoto ha di mira, in maniera velata, il
pregiudizio tipicamente ateniese (pi in generale greco) che la democrazia sarebbe un'invenzione
greca1.
Il V secolo a.C.  che si apre con la battaglia che John Stuart Mill giudicava ben pi importante,
per l'Inghilterra, della battaglia di Hastings, cio la battaglia di Maratona  si conclude con uno
spettacolo sconvolgente: le citt greche che cercano di ottenere, le une contro le altre, il favore e le
sovvenzioni del re dei Persiani. Il Gran Re simboleggia, nella retorica s'intende, la schiavit barbara,
ma, allo stesso tempo,  il protettore ideale al quale chiedere aiuto militare e finanziario.
Una tradizione a noi nota grazie a Plutarco attesta che Alessandro Magno trov a Sardi,
all'epoca della caduta della monarchia achemenide, una copia delle lettere che il re di Persia aveva
inviato ai satrapi della Ionia per ordinare loro di sostenere l'azione politica di Demostene con delle
grosse somme (Plutarco, Vita di Demostene, 20). Consapevole del pericolo che Filippo rappresentava
per il suo regno, il re di Persia pagava Demostene in quanto pilastro dell'opposizione greca contro
Filippo. Plutarco, nello stesso contesto, aggiunge che, negli archivi della capitale reale, Alessandro
Magno ebbe la fortuna di trovare non soltanto le lettere che Demostene indirizzava ai suoi amici in
Persia, ma anche la lista delle somme versate in suo favore dai satrapi. Del resto il re di Persia aveva
trovato conferma delle voci su di un attacco macedone nel momento in cui Ermia, il dinasta greco di
Atarneo (in Troade), l'amico di Aristotele e dei Macedoni, era caduto nelle sue mani. La sua cattura e
la sua morte crudele furono l'oggetto di un testo poetico di Aristotele profondamente commosso,
intitolato Inno alla virt (fr. 675 Rose). Per contro Demostene manifesta tutto il suo entusiasmo per la
cattura del greco Ermia in una maniera quasi selvaggia, nella cosiddetta Quarta Filippica: Il momento
 giunto finalmente  esclama ; il re di Persia conoscer finalmente tutta la verit e questa volta ci
sar non grazie ai nostri messaggi, ma grazie alle confessioni alle quali Ermia sar obbligato (32).
Nello stesso contesto Demostene esprime in modo sarcastico il suo disprezzo per quelli che, ad
Atene o altrove, adottano ancora le fatue formule [...] il barbaro, il nemico tradizionale della Grecia,
ecc. (Quarta Filippica, 33). E aggiunge: Quando io vedo qualcuno manifestare il suo timore nei
confronti del re di Persia, che abita laggi in Mesopotamia, e sento le sue grida di allarme ( lui il
vostro nemico, ecc.), e vedo poi le stesse persone esprimersi in tutt'altro modo riguardo al criminale
che ci vive accanto in Macedonia, oh, allora io ho paura di tipi cos, perch non hanno paura di
Filippo.
La Realpolitik aveva insegnato a Demostene che l'Asia non era pericolosa, mentre il nemico pi
pericoloso del mondo era per Atene un vicino europeo potente e ostile come, a suo avviso, il re della
Macedonia.
Nelle fasi anteriori della sua carriera, Demostene aveva fatto ricorso anche lui alle fatue
formule, alla retorica antibarbara, nel discorso largamente incentrato sulle questioni economiche e
militari intitolato Sulle simmorie e ancora, ben pi tardi, nella Terza Filippica (41-45), in cui
l'equivalenza Asia = schiavit  proclamata senza pudore e per delle ragioni strettamente
propagandistiche. Anche lui ha condiviso l'opinione corrente, presso i Greci, per un lunghissimo
periodo (Grecia vuol dire Europa e, allo stesso tempo, libert; Persia vuol dire Asia e, allo stesso
tempo, schiavit). Un tale linguaggio era il solo modo di avere successo in assemblea.
Il legame concettuale Grecia-Europa-Libert ha una storia molto lunga. La sostanza ideologica
 sempre la stessa, ci che cambia  il contenuto della parola Europa dal punto di vista geografico.
All'inizio due poli sono molto chiari: Roma da una parte, l'Ellenismo dall'altra. All'epoca di Augusto
la battaglia di Azio (31 a.C.) appare, grazie ad una propaganda bene orchestrata, come la vittoria
dell'Occidente contro l'Oriente. La separazione tra i due mondi diventa formale e definitiva in
seguito all'organizzazione imperiale dopo Teodosio: la Cristianit  unica ma le parti dell'Impero 
l'Oriente e l'Occidente  sono ben distinte: e ben presto, per quanto cristiane, opposte.  allora che la
Grecia  divenuta per sempre Oriente (sebbene culla dell'Occidente). Fino alla conquista araba
(640-642 d.C.), dunque un secolo dopo Giustiniano, Grecia, Palestina, Egitto e Balcani sono l'Oriente,
l'Europa orientale. Dall'altro lato del Mediterraneo, all'epoca di Agostino,  l'Africa del Nord la
parte pi civilizzata dell'Occidente.
La conquista araba, dividendo in due il Mediterraneo, ha inventato l'Europa cos come noi la
conosciamo.  in seguito a tale conquista  della Siria, dell'Egitto e, immediatamente dopo, dell'Africa
del Nord fino alla punta estrema (e della Spagna)  che l'Impero centrato su Bisanzio si disloca:
diventa sempre pi europeo; mentre l'Occidente, il papato soprattutto, si sposta, dal punto di vista
geopolitico, sempre pi verso nord.  dunque grazie alla conquista araba che prende corpo l'Europa di
Carlo Magno. Ma siamo ancora, e per molto tempo (almeno fino alla prima caduta di Costantinopoli),
in presenza di due Europe, l'una ostile all'altra e di cui la Russia fa parte solo in maniera marginale.
Il papa  l'anticristo. Questa scritta sventolava, nel gennaio 2003, sul monastero di
Esphigmnou, uno dei venti monasteri del Monte Athos, nella penisola Calcidica (Grecia
settentrionale). Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, reag con grande irritazione. Di fatto il
bersaglio era lui: quei testardi monaci avevano anche depositato, dinanzi alla Corte Suprema greca, una
denuncia contro il patriarca tacciandolo di eresia per l'eccessiva sua condiscendenza verso Roma.
Bartolomeo, infatti, patriarca ecumenico dei cristiani di rito greco-ortodosso  ancorch a capo di
poche migliaia di fedeli nell'ormai, da 600 anni, turca Costantinopoli ,  il pi aperto verso Roma dei
capi della Chiesa d'Oriente. Nonostante il suo titolo di alta risonanza (ecumenico), egli non ha
l'autorit di imporre il suo orientamento alle altre sedi orientali. N solo perch la sua sede  quasi
vuota, ma perch la sua autorit non  certo autocratica come quella del papa di Roma. Cos, ad
esempio, il patriarca di Mosca ha finora escluso categoricamente una visita in Russia del capo della
Chiesa cattolica, che per lui , tutto sommato, pur sempre il patriarca eretico della sede episcopale di
Roma. E gli oltranzisti dell'Athos condividono appunto tale posizione.
La spaccatura tra le due met dell'Europa  di cui questi contrasti drammatici sono quotidiana
testimonianza  ha origini remote. L'avvio, anche sul piano ecclesiastico, della frattura che ha
stabilmente diviso il continente europeo replicando, in certo senso, la divisione in due partes
dell'Impero romano voluta da Teodosio alla fine del IV secolo d.C., fu il lungo braccio di ferro tra
Roma e Bisanzio culminato nel cosiddetto Ottavo concilio ecumenico (869/870), che tuttora la Chiesa
d'Oriente considera illegittimo. Ma la rottura definitiva avvenne centocinquant'anni pi tardi, quando
ancora l'Impero d'Oriente era una grande potenza, baluardo a est contro la pressione
arabo-musulmana.
Prima di cadere in mano turca (1453), Costantinopoli gioc la carta della riunificazione delle
due Chiese. Ma essa fu effimera e non creduta fino in fondo da ambo le parti. Oltre tutto, dati i rapporti
di forza, sarebbe stata una capitolazione pi che una vera unione. Intanto gli Slavi, Bulgari e Russi,
erano entrati nell'orbita cristiana grazie a Bisanzio  che fu dunque il principale fattore di
europeizzazione di quella immensa parte dell'Europa , e questi non erano disposti, ora che l'Impero
d'Oriente agonizzava, a seguirne meccanicamente e automaticamente le conversioni realpolitiche
dell'ultima ora. Quando poi Costantinopoli cadde, la lampada  per adoperare la vecchia metafora
letteraria  della Chiesa greca pass in Russia. Ben presto fu Mosca la terza Roma. E la profezia di
Filofej, tuttora in voga, dice che una quarta Roma non ci sar.
Da allora il mondo russo vide alternarsi ondate di occidentalismo (Pietro il Grande, Lenin) e
di ripiegamento su se stesso, sulla sua tradizione in quanto radice della sua forza e della sua continuit.
Persino la Rivoluzione bolscevica  che pensava di farla finita con l'oppio dei popoli e che mirava
ad estirpare la Chiesa ortodossa in quanto pilastro indiscutibile dell'ancien rgime zarista  scese via
via a patti. La pacificazione de facto tra Stalin e il patriarca fu un elemento che cont nella tenuta
dell'Urss di fronte all'invasione tedesca del giugno 1941. Anche la Chiesa contribu alla vittoria in
quella che da allora si chiama tutt'oggi la Grande Guerra Patriottica. N sfuggiva a un realpolitico
come Stalin che la Chiesa non era stata affatto estirpata: viveva ancora nei sentimenti di masse che pure
avevano vissuto la pi traumatica trasformazione che la storia abbia mai visto di un paese contadino in
una realt a prevalenza industriale-urbana. Questa continuit e durevolezza di una struttura profonda,
quale la religione, se interessa molto lo storico, impressiona non meno il politico: anche il pi radicale
dottrinario.
Ed oggi, nell'attuale Russia, che i superficiali definivano, fino a qualche tempo fa, liberale o
addirittura democratica pur continuando ad attribuire non senza ragione all'ex dittatore-presidente
Eltsin l'epiteto di zar Boris, in questa Russia sospesa tra vecchio e nuovo la Chiesa  uno dei pilastri
della nuova presidenza avente origine nei ranghi dell'antico Kgb. Vladimir Putin ostenta la sua fede
visitando chiese, ma rivendica la continuit positiva dell'istituzione in cui si form come funzionario
sovietico.
Finito l'illuminismo autoritario-statale di epoca sovietica (che anche in Afghanistan aveva
portato i diritti civili alle donne e l'alfabetizzazione coatta, ma fu sconfitto dalla guerriglia di cultura
talebana armata e pagata dalla Cia), la Russia si ripiega daccapo sulla sua tradizione, ed il patriarca
di Mosca ha molte pi frecce nell'arco per irrigidirsi col papa di Roma, anticristo secondo la
sintetica espressione dei monaci dell'Athos. Proprio ora che  tornato forte e autorevolissimo (persino
Gorbacv ha riscoperto il culto di Maria)  estinto il lungo intermezzo sovietico  perch mai
dovrebbe essere accondiscendente con Roma? Roma non potr mai cedere sul primato papale, e Mosca
non potr mai venire a patti su quel punto.  una delle fratture europee che dopo circa un millennio
sembrano tuttora insanabili. Nella guerra degli Usa contro la Federazione jugoslava, l'antefatto del
conflitto era stato pur sempre il passo del Vaticano in favore della secessione della Croazia. Poi ci fu la
guerra per procura: i fondamentalisti islamici  dall'Arabia Saudita al Sudan al Pakistan  accorsero
come volontari, con armi americane, a sostegno della Bosnia, e subito dopo dell'Uck kosovaro.
L'Europa occidentale, che futilmente parla di una sua propria politica estera, si accod servilmente e
autolesionisticamente ai bombardamenti contro Belgrado. La Chiesa russa, la Grecia e i monaci
dell'Athos (per quel che vale una cos stravagante comunit) si trovarono, per cos dire
automaticamente, dalla parte della Serbia soverchiata dagli aggressori. Un solco ancor pi profondo fu
scavato tra le due Europe.
Un razzismo soft  stato definito, da un buon conoscitore della grecit classica quale Claude
Calame, l'atteggiamento dei Greci del tempo di Eschilo e di Demostene. Un pregiudizio di superiorit
di cui abbiamo rievocato nelle pagine precedenti alcuni presupposti e alcuni effetti. Eppure l'idea che
l'ordinamento politico detto democratico fosse legato strettamente ad un fattore che  disgustoso
definire razziale, ma che esattamente cos  stato presentato, era convincimento diffuso nell'Occidente
euro-atlantico, e forse  tuttora alla base delle iniziative a carattere imperiale offerte da ultimo
all'opinione pubblica sotto la sconcertante formula portare la democrazia.
Nel 1863 usciva a Londra il trattatello intitolato Qual  la miglior forma di governo? scritto dal
ministro, nel governo Palmerston, e classicista brillantissimo George Cornewall Lewis2. Un trattatello
che piacque all'italiano Luigi Luzzatti (uno dei pi eloquenti oppositori dell'iniziativa giolittiana di
allargare, nel 1912, il suffragio elettorale in Italia). Nel dialogo intervengono tre parlanti in
rappresentanza delle tre forme di governo codificate dalla politologia classica, mentre tocca al
moderatore, denominato platonicamente Critone, di esprimere le tesi forse preferibili, comunque pi
care all'autore. Ebbene,  proprio a Critone che ad un certo punto del dialogo accade di aprire la
questione della democrazia in termini di razza: Non credo sia possibile dare istituzioni rappresentative
ad uno Stato asiatico. L'interlocutore chiamato Democraticus nobilmente protesta, segnala che, dal
tempo di Tacito, Bretoni e Germani hanno fatto grandi progressi; peraltro lascia impregiudicato il
cenno all'Asia. Ma la voce  registrata come quella di un perdente nello scontro dialettico che anima il
dialogo. Nell'Europa che, oltre a spartirsi l'Africa, si spartiva i quartieri di Pechino, e che bollava come
arretrate civilt antichissime, l'idea del nesso tra democrazia (intesa beninteso assai
arbitrariamente come sinonimo di regime rappresentativo) e razza bianca era, pi che un capriccio
di politologi, un convincimento radicato e diffuso. L'espressione razza bianca, per quanto
allucinante, non  scelta qui a caso. Essa campeggia nell'Introduzione al monumentale e giustamente
dimenticato trattato Die Demokratie (1876) di Julius Schvarcz3. Schvarcz pensava di terminare il suo
lavoro, che rest incompiuto, con un'antropologia politica (Ideen zu einer Politik des
Menschengeschlechts), il cui bilancio doveva essere (lo annuncia alla p. xxiii dell'Introduzione al
primo volume): La missione della razza bianca  di portare il dominio della Civilt (die Herrschaft
der Cultur) sull'intera superficie del pianeta. Peraltro il tomo secondo (1886) della Biblioteca di
scienze politiche diretta da Attilio Brunialti, comprendente per primo il dialogo di Lewis, si apre con
una dotta Prefazione del curatore intitolata Le prime forme politiche ariane, dalla quale si apprende (p.
xi) che Le stirpi semitiche si mostrano invece [scilicet: rispetto alle ariane] pienamente disadatte a
siffatto [degli ariani] modo di comprendere e ordinare lo Stato. Nel loro concetto dell'organizzazione
politica non hanno mai oltrepassato quello della trib.
In et positivistica primeggiava, ed ebbe fortunate traduzioni anche in Italia, la Storia
Universale Ullstein (1907-10, 6 voll.), il cui coordinatore e ispiratore era il medievista tedesco Julius
von Pflugk-Harttung (1848-1919). In quest'opera, che raccoglie anche contributi di primaria grandezza,
nel primo tomo, alla Storia dell'evoluzione, tratteggiata da Haeckel, segue il capitolo intitolato Razze e
popoli dovuto all'antropologo austriaco Felix Ritter von Luschan. La parte dedicata all'America, un
vero ditirambo per quel che riguarda il destino riservato, nel Nuovo Mondo, alle stirpi europee l
trapiantate, offre al lettore un panorama istruttivo:
in contrasto con questo luminoso avvenire  scrive Luschan  sta il destino della razza nera in
America. Soltanto uomini affatto superficiali possono trascurare l'importanza che oggi ha gi per
l'America la questione negra, e specialmente negli Usa dei politici che scorgono nei loro bruni
concittadini un pericolo grave e durevole, non solo per le condizioni sociali e per la democrazia, ma in
genere per l'esistenza stessa dell'Unione. Vi sono autori che vedono nei negri non solo uno spino nelle
carni degli Stati Uniti, ma il chiodo della loro bara!
Denunciato il pericolo della prolificit dei neri e la vanit pratica dell'abrogazione della
schiavit (del resto anche Tocqueville, al tempo suo, aveva notato che persino negli Stati del Nord
dell'Unione la discriminazione anti-neri era normale in tutti gli aspetti della vita sociale)4, Luschan
deplora che i neri, divenuti improvvisamente liberi e detentori di diritti politici, siano diventati
ancor pi pericolosi, com' provato dal continuo accrescimento della criminalit. Ma non basta:
Ancora pi inquietante  l'accrescimento continuo dei mulatti. E conclude:  questa una condizione
che in s stessa, e soprattutto in un paese retto come libera democrazia, appare del tutto insostenibile5.
Certo, un evento incombente a buon diritto da due secoli sulla storia non solo d'Europa, la
Rivoluzione francese, aveva, nel momento pi alto del suo sviluppo, spezzato il cerchio del pregiudizio
razzista. Ed  appunto questa sua radicalit, che  l'altra faccia della sua durezza, ad aver costituito,
ed a costituire tuttora, lo scandalo e la pietra di paragone della storia d'Europa. In certo senso, il
percorso accidentato della sua ricezione corrisponde, e scorre di pari passo, col cammino e lo sviluppo
del movimento democratico, volto per due secoli, e tuttora impegnato, a rendere effettive conquiste i
princpi che la Rivoluzione sanc (e nella cui attuazione si aren e fu sconfitta). Questa ricezione varia
da paese a paese. Nell'Inghilterra liberale dell'intero secolo decimonono la Rivoluzione parigina 
rimasta sotto il colpo delle Reflections on the Revolution in France (1790) di Burke (il quale non era
certo il peggiore!). Mai fu accettata; rimase costantemente il disvalore per eccellenza. Solo lo scossone
novecentesco, la nuova e ancor pi scandalosa Rivoluzione russa, ha riequilibrato le menti e affinato il
giudizio storiografico (ma solo in parte). In Italia si potr ricordare la persecuzione giornalistica e
perbenistica scatenata contro il povero Giosu Carducci per aver inneggiato alla Rivoluzione coi suoi
scultorei sonetti intitolati a ira. Per non parlare delle lezioni universitarie di Bonghi (ispiratore di
quella campagna) sull'Europa nell'et della Rivoluzione francese. Titolo che richiama la Geschichte
der Revolutionszeit: von 1789 bis 1795 di von Sybel, il cui bilancio  pi ricco ma non meno negativo.
Eppure, dietro il paravento del raccapriccio per il Terrore,  l'affermazione dell'uguaglianza
oltre i confini d'Europa il vero scandalo degli uomini del 1793. In un delizioso pamphlet pubblicato
nella Revue des deux mondes nel 1889 (primo centenario), un cattolico-liberale ma non conformista
quale Anatole Leroy-Beaulieu ha immaginato una serie di brindisi alla Rivoluzione, da parte delle
pi diverse figure; ed  la questione dell'uguaglianza delle razze e della liberazione dei neri, nonch
dell'emancipazione degli Ebrei quello che gli appare come il problema centrale di quella vicenda ormai
secolare. Egli d la parola all'ebreo, al nero laureato, all'antisemita austriaco, al gentleman indiano e
cos via, e a ciascuno attribuisce un immaginario ma verisimile discorso. Quello dell'antisemita
austriaco merita di essere riferito, per meglio intendere il succo serio e progressivo del libretto al di l
del velo dell'ironia. Dice l'antisemita austriaco: Il negro e l'ebreo acclamino pure la Rivoluzione: ci
hanno guadagnato tutto! Ma per noi cristiani di razza bianca, di ceppo indo-germanico,  un altro
discorso. Ci che il negro e l'ebreo le riconoscono come merito  appunto quello che me la rende
sospetta. L'uguaglianza delle razze e delle nazioni  stata l'errore della Rivoluzione6. Leroy-Beaulieu
era anche un grande conoscitore della realt russa (a lui si deve una trilogia su L'empire des tsars che si
ristampa ancora). Ed  sintomatico che il giovane russo, il quale interviene subito dopo l'indiano, in
questa catena di brindisi, preannunci una rivoluzione, in Russia, di gran lunga pi vasta come portata:
Dalle nere isbe dei nostri contadini analfabeti verr la rivoluzione pi vasta e umana di tutte quante le
rivoluzioni delle vostre assemblee borghesi. Siamo nel 1889.
Persino in Marx l'eurocentrismo far capolino. La sua valutazione della colonizzazione inglese
dell'India come l'unica rivoluzione sociale finora avvenuta in Asia si rivela in pieno figlia del suo
tempo7.
Il celebre e celebrato libro di Alexis de Tocqueville De la dmocratie en Amrique, pubblicato
tra il 1835 e il 1840, contiene, com' noto, una profezia sul futuro dell'Europa: diventeremo come
l'America; saremo democratici. Il libro si propone di descrivere una realt ancora lontana
geograficamente, ma, nei suoi tratti essenziali, in espansione. La previsione non  entusiastica, semmai
 rassegnata. Che cosa pensasse Tocqueville della democrazia lo dice egli stesso chiaramente in una
nota preparatoria di un discorso parlamentare del novembre 1841:
Ho per le istituzioni democratiche un gusto della mente, ma sono aristocratico per istinto, cio
disprezzo e temo la folla. Amo con passione la libert, la legalit, il rispetto dei diritti, ma non la
democrazia. Questo il fondo dell'anima. Odio la demagogia. [...] Non sono n del partito rivoluzionario
n del partito conservatore. Ma tuttavia e dopotutto tengo pi al secondo che al primo. Infatti dal
secondo differisco nei mezzi piuttosto che nel fine, mentre dal primo differisco, insieme, nei mezzi e
nel fine. La libert  la prima delle mie passioni. Questa  la verit8.
Egli  convinto che la societ di massa si affermer, man mano, dovunque, e ritiene che negli
Stati Uniti d'America essa sia gi una realt: alla quale dunque guardare per capire quello che ci
aspetta. Peraltro non gli sfugge  com' chiaro soprattutto dai taccuini preparatorii  che la
democrazia americana, quando egli ne scrive, racchiude dentro di s ancora il mostruoso fenomeno
della schiavit. George Cornewall Lewis poteva perci non a torto, ancora vent'anni dopo la
conclusione del grande libro di Tocqueville, osservare che in fondo la democrazia americana era
altrettanto arretrata quanto le democrazie antiche, nelle quali era assente persino la precondizione
essenziale: che cio tutto il popolo godesse della condizione di libero!9
Ad ogni modo il mito secondo cui la profezia di Tocqueville si sarebbe, tra Otto e Novecento,
avverata, resta probabilmente non pi che un mito. Sul piano delle istituzioni, infatti, non si pu proprio
dire che l'Europa (ammesso che abbia senso una diagnosi complessiva) si sia venuta adeguando al
modello statunitense. La progressiva conquista del suffragio universale accomuna, certo, la storia
politico-istituzionale di Francia, Germania, Inghilterra e Italia tra Otto e Novecento: ma in ci  pur tra
le molte differenze che rendono ognuno di questi paesi un caso specifico  si pu vedere piuttosto un
effetto di lunga durata della Rivoluzione francese, non certo l'avvento di un modello importato
dall'America. Sul piano del costituirsi di una societ di massa  che per Tocqueville vuol dire
grigiore, banalit (e uguaglianza, secondo l'idea che egli ne ha)  si pu, ovviamente, osservare che
anche in Europa alcuni caratteri della societ di massa si vengono affermando col progredire del
suffragio uguale, dell'istruzione generalizzata, ecc. Ma di vero e proprio influsso della societ di massa
americana e dei suoi caratteri si dovr parlare molto dopo, col 1917 e l'intervento americano nella
prima guerra mondiale, ed il suo seguito economico e militare fino al 1945 ed oltre: in primis nel
secondo dopoguerra.
 nondimeno problema ricorrente, nella storiografia, se possa legittimamente parlarsi di
un'unica rivoluzione atlantica incominciata nelle colonie inglesi d'America, col valido apporto
francese, e proseguita con la rivoluzione incominciata a Parigi nel 1789, e della quale, secondo una
felice intuizione di Franois Furet10, non si intravede ancora la fine. Questa veduta di un'unica
rivoluzione atlantica (dagli Usa all'Olanda alla Francia)  stata alla moda negli anni Sessanta e
Settanta del Novecento: da Godechot a Robert Palmer, i quali hanno voluto richiamare come
antecedente alcune pagine della riedizione della Rvolution franaise di Georges Lefebvre, ed
assumere come antecedente remoto una frase di Barnave, il quale per parlava di rivoluzione europea
culminata in Francia. La visione troppo dall'alto di un'unica cavalcata dello spirito del mondo
lungo i due bordi dell'Atlantico  fumosa, rischia di svanire nel generico. Tra i due eventi c' un
abisso.
Questo libro  radicato nel presupposto del valore della Rivoluzione del 1789 come
evento-matrice di tutta la successiva storia d'Europa; e si tiene lontano dall'annacquarne i caratteri in
una generica, spengleriana, visione.
...
.
...
Capo 2. L'atto di nascita: la democrazia nell'antica Grecia.
.
Erodoto racconta, in vivace forma dialogica, il dibattito svoltosi tra i pi importanti notabili
persiani, nell'anno 522/521 a.C., intorno alla migliore forma di governo. E pone in grande rilievo il
fatto che tra le proposte formulate in quell'occasione vi fosse anche quella di istituire la democrazia
in Persia. Lo ripete anche in un altro luogo, dove racconta che il satrapo Mardonio, in preparazione
dell'attacco contro la Grecia, andava instaurando democrazie nella Ionia (III, 80; VI, 43). Cosa sar
stata una democrazia in un regno di enormi proporzioni come l'impero persiano  difficile dire. Che
questa tradizione avesse tuttavia un fondamento non  da escludere. Probabilmente il nobile persiano
Otanes, autore di tale proposta, intendeva propugnare un ritorno al costume di uguaglianza vigente
nell'antica Perside: un ritorno all'antico che doveva riguardare unicamente il nucleo originario dal
quale aveva poi preso corpo man mano l'immenso impero. La proposta non pass, ma Otanes e i suoi
discendenti ottennero uno speciale statuto di indipendenza.
 anche possibile, come s' gi detto, che Erodoto dia rilievo alla vicenda  e ne d infatti
moltissimo, per il fatto stesso di imbastire un intero dialogo intorno alla scandalosa proposta di
Otanes  al fine di mettere in luce una sorta di priorit persiana in tema di democrazia (l'episodio
precede di oltre dieci anni le riforme di Clistene, che nella tradizione ateniese costituivano uno dei pi
accreditati punti d'inizio dell'esperienza democratica).
Alcuni archeologi sono portati a pensare che dovunque, su suolo greco, in un contesto urbano,
si riconosca traccia di una agor, quella sia anche la traccia di una qualche prassi assembleare1. In
epoca arcaica, nel Vicino Oriente, forme di rappresentanza nelle comunit locali possono aver
costituito degli embrioni di procedure democratiche: riunioni della comunit, designazione di
rappresentanti. Si  parlato, a tale proposito, di democrazia primitiva2. Peraltro l'inquadramento di
comunit che, localmente, procedono secondo comportamenti che paiono anticipare l'assemblea
popolare delle citt greche, entro la cornice sempre pi salda e limitante dell'assetto imperiale, toglie a
queste esperienze la possibilit di apparire, agli occhi degli antichi, come una tappa nella storia delle
istituzioni democratiche. Anche nell'ambito dell'ancor pi vasta cornice dell'Impero romano, una
serie di comunit cittadine serber procedure e istituzioni proprie del funzionamento della polis
democratica. Ma si tratter per lo pi di forme dimidiate: nelle quali per  anche da aspettarsi, di tanto
in tanto, uno scatto verso l'antica indipendenza, che comporta anche, ipso facto, una
riappropriazione piena della pratica della democrazia.  il caso di Atene al tempo della guerra di Silla
contro Mitridate, combattuta sul suolo greco (88/87 a.C.). Indipendenza (sovranit piena) e democrazia
vanno insieme. Ci per varie ragioni, ma soprattutto per una, essenziale, che ci porta alla radice stessa
dell'antica nozione di cittadinanza e di democrazia in quanto comunit di uomini in armi.
Il punto di partenza  infatti: chi ha la cittadinanza? Chi sono i tutti la cui libert mette in
essere la democrazia? La seconda domanda : anche quando tutti i liberi hanno la cittadinanza, come la
esercitano i socialmente pi deboli? Questo secondo e molto controverso problema ne implica altri
ancora: la questione degli strumenti necessari per poter esercitare effettivamente la cittadinanza (pur in
assenza di adeguate risorse intellettuali e materiali), la questione della validit del principio di
maggioranza, il dilemma tante volte emergente nella concreta prassi politica se debba considerarsi
prevalente la volont del popolo o la legge, e cos via.
 nel fuoco di questi problemi che nasce la nozione  e la parola  demokrata, a noi nota, sin
dalle sue prime attestazioni, come parola dello scontro, come termine di parte, coniato dai ceti elevati
ad indicare lo strapotere (krtos) dei non possidenti (dmos) quando vige, appunto, la democrazia.
Partiamo dunque dalla prima questione. Chi ha la cittadinanza? Plis  l'insieme dei poltai, i
quali, in quanto tali, sono anche politeumenoi: cio esercitano la cittadinanza. Dunque, a rigore, tutte
le citt nelle quali non vi sia un tiranno (cio una figura che avoca a s di fatto, con o senza coperture
formali, poteri che sono al di sopra delle leggi) sarebbero definibili allo stesso modo, in quanto  il
corpo civico nel suo insieme che vi esercita i diritti politici. Il problema : come si definisce (e perch,
eventualmente, varia) il corpo civico.
Se consideriamo l'esempio pi conosciuto, e pi caratteristico, cio Atene, constatiamo che, in
epoca periclea, a possedere questo bene inestimabile sono relativamente in pochi: i maschi adulti (in et
militare), purch figli di padre e madre ateniese, e liberi di nascita.  questa una limitazione molto
forte, se si considera che, anche secondo i calcoli pi prudenti, il rapporto liberi/schiavi era di uno a
quattro. C' poi da considerare che non sar stato del tutto trascurabile il numero dei nati da un solo
genitore purosangue in una citt cos dedita ai commerci ed ai contatti frequenti col mondo esterno.
Un oligarca ateniese al quale dobbiamo il primo opuscolo in prosa attica, la cosiddetta Costituzione
degli Ateniesi, stigmatizza proprio questa frequenza di rapporti esterni, da parte di Atene, e ne addita
gli effetti ibridanti sul piano della lingua e dei cibi (II, 8). Almeno fino all'et di Solone (VI secolo
a.C.), la pienezza dei diritti politici  che costituisce il contenuto stesso della cittadinanza  non era
concessa ai nullatenenti. E si discute tra i moderni se davvero gi Solone, come sostiene Aristotele nel
trattatello sull'ordinamento ateniese (Costituzione di Atene), avesse esteso ai nullatenenti il diritto di
accesso all'assemblea.
La visione della cittadinanza, dominante in epoca classica,  racchiusa nell'identificazione
cittadino/guerriero.  cittadino, fa parte a pieno titolo della comunit partecipando alle assemblee
decisionali, chi  in grado di esercitare la principale funzione dei maschi liberi, la funzione cui tutta la
paidia li prepara, cio la guerra. Al lavoro provvedono gli schiavi e, in parte, le donne. Risulta dunque
evidente perch una comunit, pur autonoma ma immersa in un grande impero che la sovrasta e di
fatto la dirige, pratichi una democrazia decurtata.
Poich per lungo tempo essere guerriero implicava la disponibilit dei mezzi per provvedere
all'armatura, la nozione di cittadino/guerriero si identific con quella di possidente.  infatti il
possidente, detentore di una determinata entrata, per lo pi fondiaria, che si arma a proprie spese (i
cosiddetti hpla parechmenoi). Fino a quel momento, i non possidenti giacquero in una condizione di
minorit politica, esposti al rischio di una sostanziale menomazione  in determinate circostanze 
anche dei diritti civili. Insomma, una condizione non lontanissima da quella dei non liberi. Con il
volgersi di Atene verso il mare e la nascita di una flotta, circa un secolo dopo Solone, al tempo della
guerra contro i Persiani, fu necessaria una ingente manodopera bellica di nuovo tipo: i marinai, un
gruppo sociale e, insieme, un corpo militare al quale non si chiedeva di armarsi da s, e che invece
risultava indispensabile per spingere i remi e muovere le navi, come dice con fastidio l'anonimo
oligarca della Costituzione degli Ateniesi (I, 19-20).  l la svolta, l'evento politico-militare che ha
determinato l'allargamento della cittadinanza ai non possidenti (i teti), i quali assurgono cos
anch'essi alla dignit di cittadini/guerrieri: appunto in quanto marinai, nel caso di Atene, della pi
potente flotta del mondo greco.  quasi superfluo osservare come dunque, tra i requisiti che rendono
possibile la nascita della democrazia, rientrino fattori quali la collocazione marittima della comunit,
l'impegno sia commerciale che militare in direzione del mare. Non a caso, nel pensiero dell'anonimo
oligarca ora ricordato (che potrebbe essere il socratico Crizia, capo nel 404 del pi drastico governo
oligarchico che Atene abbia visto), i modelli politico-statali si dividono in due categorie: quelli che
fanno la guerra per mare (Atene e i suoi alleati) e quelli che fanno la guerra per terra (Sparta e le altre
comunit ad essa affini, fondate queste ultime sulla dominanza del ceto oplitico).
Ci che cambia non  dunque la natura del sistema politico (alla base c' sempre il
cittadino/combattente) ma il novero dei suoi beneficiari. Ecco perch, quando gli Ateniesi, o meglio
alcuni pensatori ateniesi interessati al problema delle forme politiche, cercavano di veder chiaro nella
differenza tra il proprio sistema e quello di tipo spartano, finivano con l'indicare elementi non
sostanziali: si pensi alla reiterata osservazione, da parte di Tucidide, della lentezza degli Spartani di
contro alla velocit degli Ateniesi (I, 70,2; II, 39-40; VIII, 96, 5). Pu anzi accadere, scorrendo la
letteratura politica ateniese, di imbattersi in elogi dell'ordinamento spartano, non solo per il consueto
richiamo al buongoverno (eunoma), ma anche in nome di una sostanziale identit dei due
ordinamenti, quello spartano e quello ateniese. Scrive Isocrate: I nostri antenati con questo
ordinamento di tipo democratico hanno superato di gran lunga tutti gli altri uomini, e soggiunge: e
degli Spartani proprio per questo si pu dire che hanno il pi bell'ordinamento politico: perch vige
presso di loro il massimo di democrazia (Areopagitico, 61). In un contesto pi spiccatamente
patriottico, nel Panatenaico, Isocrate ripete, alcuni anni dopo, all'incirca lo stesso pensiero: Parler a
lungo delle istituzioni di Sparta, non perch Licurgo ne abbia inventata o escogitata alcuna, ma perch
imit nel modo migliore possibile l'ordinamento dei nostri avi, ed istitu presso gli Spartani la
democrazia mista al governo dei migliori: appunto come era presso di noi (153). (Non stupir dunque
che Licurgo, l'antico legislatore semi-mitico, creatore dell'ordinamento spartano, sia divenuto in
tutt'altra temperie tra i grandi punti di riferimento dell'abate Mably, stella polare, insieme con
Rousseau, di Robespierre e Saint-Just, o che Sparta, nell'ideologia giacobina, sia diventata il supremo
modello di repubblica oltre che di virt repubblicana).
Isocrate coglieva un elemento sostanziale, che cio in entrambe le comunit la sede della
sovranit  la stessa. In entrambe le comunit, e questo  un tratto distintivo di tutto il mondo antico
finch non entrer in crisi la forma stessa della citt-Stato, il corpo decisionale  il corpo combattente.
Perci la cittadinanza  un bene prezioso, che si concede con parsimonia, e che esige ed implica
requisiti ben fermi ed escludenti, miranti a delimitare al massimo il numero dei beneficiari.
La divaricazione risiede semmai nel modo in cui le due comunit hanno segnato il confine tra
libert e non libert. In Atene i liberi hanno ridotto a non-persone i non-liberi, e dopo Solone  che ha
recuperato alla libert ceti immiseriti che andavano scivolando nella schiavit per debiti  si  aperto un
baratro, rimasto incolmabile, tra libert e schiavit. Come s' detto, in Atene il rapporto liberi/schiavi 
di uno a quattro: almeno tale appare in vari momenti del V e del IV secolo. La grande massa delle
non-persone  indispensabile al funzionamento del sistema, che infatti finch ha potuto si  alimentato
con guerre di rapina e col dominio imperiale. Gli schiavi sono la base dell'economia domestica e
dell'economia pubblica. Anche il pi povero, il pi miserabile individuo ha almeno uno schiavo: lo ha
ad esempio il poverissimo Eschine socratico, scolaro diretto di Socrate, ridotto  secondo il ritratto
che ne fa Lisia  a corteggiare la padrona ultrasettantenne di una farmacia nella speranza di ereditarne
la bottega. Nell'economia pubblica  in particolare nelle miniere  gli schiavi sono governati e
controllati da campieri anch'essi di condizione servile; nell'economia domestica questo ruolo di
sorveglianti degli schiavi tocca alle donne, anch'esse non-persone, soggetti irrilevanti e inesistenti nella
societ politica ateniese. A Sparta la stratificazione sociale ha coinciso con la stratificazione castale ed
etnica tra Dori dominanti e popolazioni sottomesse, ridotte dai guerrieri-dominatori a differenti gradi e
modi di dipendenza. Ma gli Spartani purosangue, o Spartiati, cos come gli Ateniesi purosangue,
erano liberi e uguali. Se erano portati a tenere a bada col terrore i dominati, ci  dovuto
essenzialmente alla preoccupante sproporzione numerica a loro sfavore. La gran parte degli schiavi di
Atene marcivano nelle miniere incatenati in luoghi pestiferi, come precisa Plutarco a proposito degli
schiavi di Nicia (Vita di Crasso, 34,1). Ed  difficile negare che tale condizione fosse di gran lunga
peggiore di quella degli iloti, ai quali era pur sempre garantita la fruizione di una parte dei frutti del
loro lavoro.
L'ampliamento della cittadinanza  che fa concretamente differente il modello ateniese da
quello spartano   dunque intrinsecamente connesso alla nascita dell'impero marittimo. Impero che gli
stessi democratici marinai hanno concepito, man mano in prosieguo di tempo, come un universo di
sudditi da spremere come schiavi. Vincolo di solidariet con gli alleati era considerata l'estensione,
anche nelle comunit alleate, del sistema democratico (cio della cittadinanza ai non possidenti). Il che
significa che, nonostante lo sfruttamento imperiale da parte di Atene, vi era pur sempre una parte
sociale, nelle citt alleate, che trovava pi conveniente l'alleanza con Atene, da cementarsi appunto con
l'adozione  per amore o per forza  del sistema politico dello Stato-guida. C'era insomma pur sempre,
non importa se numericamente maggioritaria, una base sociale della democrazia anche nelle citt
alleate-suddite.
Va ricordato a questo proposito che la partecipazione alle assemblee decisionali, e dunque al
funzionamento stesso della democrazia, non era affatto automatica n indiscriminata. Si potrebbe dire
che al sopraggiungere, al farsi avanti, di alcuni gruppi sociali, altri si ritirano.  un fenomeno analogo a
quello che, nella Parigi rivoluzionaria del 1794, si verifica a cavallo del trauma di Termidoro: caduto
Robespierre, spezzata la forza e la presenza attiva nelle sezioni della sanculotterie pi radicale, altri
soggetti sociali popolano le sezioni, ed un altro popolo, se cos si potesse dire, fa da soggetto di
quel tanto di democrazia diretta (di stampo antico) che era inerente appunto al meccanismo sezionario.
Ma su ci torneremo pi oltre. Qui basti ricordare che nell'ultimo quarto del V secolo a.C., su di una
cittadinanza di circa 30.000 maschi adulti in et militare, liberi e purosangue, quasi mai si
raggiungeva una presenza effettiva di 5000 cittadini all'assemblea.  quanto dichiarano, senza tema di
essere smentiti, gli oligarchi che nell'anno 411 organizzano il colpo di Stato anti-democratico mirante
appunto a ridurre ad appena 5000 il numero dei cittadini (Tucidide, VIII, 72, 1). Naturalmente ci che
gli oligarchi in tale occasione non dicono  che il loro proposito era di dare il potere decisionale ad altri
5000 (scelti col criterio della capacit di armarsi a proprie spese), e dunque di estromettere dalla
cittadinanza gli abituali 5000 (teti, marinai, ecc.) che popolano l'assemblea in tempi di predominio
democratico-radicale. Ad ogni modo, per la partecipazione all'assemblea furono necessari, pur dopo la
restaurazione democratica pienamente compiuta nel 409 a.C., degli incentivi.  la famosa diobelia
(un salario di due oboli), che Aristotele (Costituzione di Atene, 28, 3) attribuisce all'iniziativa di
Cleofonte  uno degli ultimi capi popolari, di cui si sappia qualcosa, attivi prima del crollo militare del
404 , e che comunque  attestata in documenti epigrafici per gli anni 410/405 a.C. Incentivi volti a
tamponare l'assenteismo dei non possidenti, indotti a partecipare a pagamento alle riunioni, perch
risarciti della perdita di una giornata di lavoro.
All'interno dello Stato-guida, Atene, l'estensione della cittadinanza ai non possidenti ha
determinato una importante dinamica ai vertici del sistema. I gruppi dirigenti  questo non va mai
dimenticato  sono e restano esponenti delle classi alte, delle due pi ricche classi di censo. Sia gli
strateghi che, ovviamente, gli ipparchi (cio i magistrati militari, coloro che detengono il vero potere
politico nella citt), nonch gli ellenotami (i quali amministrano il tesoro della Lega e controllano le
finanze), provengono da quelle classi. A sorte sono eletti i buleuti, i componenti del Consiglio
(composto di 500 persone, 50 per ciascuna delle dieci trib create da Clistene). A sorte: e dunque in
modo da consentire a qualunque cittadino di entrare a far parte del consesso, e, secondo il turno, di
occupare sia pure per breve tempo il ruolo equivalente alla presidenza della Repubblica. Anche le
liste annue di circa seimila cittadini da cui trarre i giudici che avrebbero composto le varie corti erano
liste composte di volontari, senza preclusioni di ceto. E tutti sanno quale importante ruolo svolgessero i
tribunali nello scontro sociale quotidianamente in atto e avente come oggetto, quasi sempre, l'uso della
ricchezza.
Nondimeno la prevalenza dei ceti pi forti e pi ricchi nella direzione politica della citt era
indiscutibile. In parte, in non piccola parte, i ricchi, i signori hanno accettato il sistema lealmente e
hanno accettato di dirigerlo, o per meglio dire ne hanno naturaliter assunto la direzione. Pericle,
Alcibiade, Nicia, Cleone, per fare solo i nomi pi celebri, sono o ricchi o nobili, o le due cose insieme.
Quale che sia il valore della furiosa caricatura di Cleone ossessivamente sbandierata da Aristofane,
anche Cleone  della classe dei cavalieri, una delle due pi alte classi di censo. Guidavano o erano
guidati? Gli stessi autori contemporanei su ci si dividono. L'autore della Costituzione degli Ateniesi
dichiara senza sfumature che i non popolani che accettano il sistema democratico sono essi stessi delle
canaglie, dei criminali che hanno qualcosa da nascondere (II, 20). Da queste battute si capisce qual  la
sua scelta: di totale contrapposizione. Ma egli sente di appartenere ad una minoranza. Se si considera
del resto un personaggio gigantesco ed emblematico come Pericle,  istruttivo osservare che per
Tucidide egli  l'anti-demagogo per eccellenza, colui che guida e non si fa guidare, colui che sa andare
contro corrente in contrasto con gli impulsi, o istinti, popolari (II, 65); laddove per Platone (Gorgia)
Pericle  l'incarnazione stessa della demagogia, uno dei grandi corruttori del popolo, da lui
assecondato e appunto perci corrotto. Per Tucidide, Pericle  talmente anti-demagogico nella
conduzione della cosa pubblica da essere definibile col termine di principe e  quel che  pi  da
rendere legittimo affermare che sotto il suo governo solo nominalmente c'era ad Atene democrazia.
Peraltro quando gli d la parola nell'importante discorso per i morti nel primo anno di guerra, Tucidide
fa dire a Pericle che ad Atene governa la legge, mentre Senofonte  un altro socratico  nei
Memorabili gli fa dire che in democrazia  in ultima analisi la volont del popolo che conta, anche al di
sopra della legge. E comunque, la forza della demagogia era reputata dallo stesso Tucidide tale da
indurlo ad un giudizio molto bilanciato intorno al rapporto tra Pericle e la massa dei frequentatori
dell'assemblea: non era guidato da loro pi di quanto egli stesso non li guidasse. In queste parole,
dette a proposito di colui che Tucidide non esita poco dopo a definire principe della citt, vi  un
serio riconoscimento dell'inevitabilit comunque di essere condotto (gesthai) quando si fa politica
alle prese con la massa popolare (plthos). Che  forse la ragione pi sostanziale per cui un Isocrate,
qualche decennio pi tardi, sceglie di dar vita ad uno strumento (l'oratoria fittizia come veste della
pubblicistica politica) che salta la prova assembleare e cerca di influenzare, o formare, direttamente i
gruppi dirigenti. L'oratoria scritta seleziona il suo pubblico per il fatto stesso di essere rivolta a chi
abbia pratica corrente della lettura. E tuttavia anche in questo campo scatta il meccanismo della ricerca
del successo: l'indicatore sono i pochi o molti allievi, i quali a loro volta saranno politici
direttamente attivi e a loro volta dovranno tener conto del plthos. (Non cos nella scuola di Platone,
sentita infatti dai capi democratici come un corpo estraneo, se non proprio ostile).
Arduo  dunque riuscire a dare un'idea corretta dell'intreccio di interessi, compromessi,
reciproche concessioni, tra signori (leaders, grandi famiglie) e popolo nel quadro della democrazia
ateniese. Non si trascurer il fattore personale e soggettivo. L'autorit, l'abilit, il prestigio di Pericle
non erano disgiunti dall'uso disinvolto e demagogico (secondo i suoi avversari) delle risorse
economiche della citt. Comunque non  errato assumere come fondato il punto di vista tucidideo e
vedere in Pericle il leader capace di egemonia e perci anche pronto all'impopolarit. Peraltro l'unico
vero discorso politico che Tucidide fa pronunciare a Cleone , anch'esso, un discorso che non arretra
dinanzi ai toni impopolari. Si dovrebbe dunque dire, a giudicare da quel discorso, che anche Cleone
guidava pi che essere guidato: al punto che Demostene, nel secolo seguente, fa propri quei toni
quando vuol assumere le vesti periclee dell'impopolare educatore del popolo. Forse non si riuscir
mai a scavare fino in fondo nell'intreccio capi/popolo, leaders/ masse: una circolarit in cui risiede
l'essenza stessa del far politica. Quel che  qui importante rilevare  che la democrazia non determina
ad Atene un governo popolare, ma una guida del regime popolare da parte di quella non piccola
porzione dei ricchi e dei signori che accettano il sistema.
Orbene, il fenomeno dinamico e lacerante innescato dalla democrazia (dalla estensione della
cittadinanza ai non possidenti)  questo: di fronte al fatto nuovo del potere dei non possidenti, i gruppi
dirigenti, coloro che per elevata collocazione sociale sono anche i detentori dell'educazione politica e
perci possiedono l'arte della parola (e in virt di queste capacit naturalmente si candidano a dirigere
la citt), si dividono. Una parte  si direbbe la pi rilevante, ma non abbiamo strumenti di controllo
quantitativo  accetta di dirigere il sistema di cui i non possidenti sono ormai forza prevalente. Da
questa consistente parte dei ceti alti (grandi famiglie, ricchi cavalieri, ecc.) vien fuori il ceto politico
che dirige la citt: da Clistene a Cleone. Al loro interno si sviluppa una dialettica politica spesso
fondata sullo scontro personale, di prestigio, di potere, di leadership. Ciascuno  sorretto e guidato dal
convincimento di incarnare gli interessi generali; l'idea che la propria prevalenza sulla scena politica
sia anche il miglior veicolo per la miglior conduzione della comunit. Lottano gli uni contro gli altri
per conquistare la guida politico-militare della citt. Nessuno di loro  contro il sistema: sono dunque
democratici (nel senso che, appunto, accettano il sistema, stanno al gioco e puntano a dirigerlo) tanto
Pericle quanto Cimone, Nicia e Cleone, e Alcibiade.
Al contrario, una minoranza di signori non accetta il sistema. Organizzati in formazioni pi o
meno segrete (le cosiddette etere), essi costituiscono una perenne minaccia potenziale per il
sistema, del quale spiano le possibili incrinature, soprattutto nei momenti di difficolt militare. Sono
questi i cosiddetti oligarchi. Il termine con cui gli avversari li denominano  i pochi (olgoi). Non
sono certo essi stessi ad adottare per s tale definizione, n essi proclamano di volere il governo di una
ristretta camarilla: essi parlano di buongoverno, di recupero della saggezza (sophrosy`ne)3, e
propugnano la drastica riduzione della cittadinanza, una riduzione che daccapo estrometta dal beneficio
della cittadinanza i non possidenti e riporti dunque la comunit allo stadio in cui cittadini di pieno
diritto siano solo i capaci di armarsi a proprie spese. In questo senso essi guardano a Sparta come al
modello dell'eunoma (buongoverno): in quanto gli uguali, i liberi e cittadini di pieno diritto a
Sparta sono pochi rispetto alla massa dei non liberi e dominati. Peraltro, proprio l'operazione che essi
hanno in animo in omaggio a tale modello, a tale idealit, onde son detti laconizzanti  quella di
estromettere una parte dei liberi dalla cittadinanza , a Sparta sarebbe stata impensabile.  qui che
risiede l'equivoco per cui essi sognano Sparta ma non avrebbero mai potuto essere come Sparta. E
quando hanno tentato sono andati incontro a delusioni. Oltre tutto erano ormai anch'essi parte di un
sistema economico-militare (l'impero) che li poneva comunque non solo nell'impossibilit di rifare in
vitro una Sparta nell'Attica, ma anche in collisione contro Sparta, quale che fosse il regime politico che
si illudevano di instaurare. Quando nel 411 a.C. presero il potere si trovarono di fronte
all'imprevedibile: Sparta continu la guerra e non fu affatto disposta ad accettare la loro pace, perch
il suo problema era comunque di distruggere prima l'impero. E in pieno complotto, del resto, uno dei
pi accorti tra loro, Frinico, ebbe l'intuizione giusta sull'immediato futuro e li avvert dicendo, molto
crudamente e veritieramente, che l'impero interessa anche noi, giova soprattutto a noi4. Anche i
pochi, quantunque non impegnati nella conduzione della citt, erano infatti coinvolti nei vantaggi
materiali dell'impero. Il solo coerente laconizzante fu Crizia, che nel suo effimero governo (404
a.C.) massacr, come le fonti ateniesi non si stancano di ripetere, molti ricchi che della democrazia
erano la mente direttiva, e tent di espellere in blocco dalla citt la base sociale della democrazia, il
demo, avendo in animo probabilmente una frantumazione di quella unit politica dell'Attica che pur
risaliva a molti secoli addietro, all'epoca del semi-mitico sinecismo di Teseo. Un progetto che si
scontrava con una realt di fatto ormai consolidata di lungo periodo, e che alla fine fu disperso dagli
stessi Spartani.
Lo stesso termine pochi (olgoi)  nota Aristotele  crea confusione. Della natura effettiva,
della sostanza, della democrazia e dell'oligarchia, Aristotele fu il pi acuto interprete. Tutta la teoria
politica nell'antica Grecia nasce come risposta al fenomeno scandaloso della democrazia. Antonio
Labriola ha scritto, nel suo saggio su Socrate, che tutto il filosofare di Socrate era venuto a porsi in
inevitabile contrasto con la democrazia5. I socratici delle pi varie tendenze, e Platone sopra tutti,
mantennero verso quel regime politico un atteggiamento di radicale avversione. Aristotele, invece, lo
studi con maggior distacco e and al fondo della questione, togliendo valore proprio al carattere che ai
critici di ispirazione socratica era parso dominante oltre che concettualmente insostenibile: il principio
di maggioranza. La discriminante tra i due opposti sistemi politici  osserva infatti Aristotele  non
risiede nel fatto che a possedere la cittadinanza siano molti o pochi, bens se siano possidenti o
nullatenenti: il rispettivo numero  puro accidente (Politica, 1279 b 35). Ebbe il merito di ancorare i
due sistemi al loro contenuto di classe. Mise in luce che anche nelle oligarchie  al potere la
maggioranza (1290 a 31) e che, oltre tutto, anche all'interno dei gruppi oligarchici le decisioni sono
prese a maggioranza: il che gli confermava, se pur ve ne fosse bisogno, che tra principio di
maggioranza e democrazia non vi  alcun rapporto sostanziale.
Proprio nel caso di Atene, la prevalenza numerica dei nullatenenti rispetto al resto del corpo
sociale era tutt'altro che un dato acquisito. In qualunque momento i possidenti  dei quali non va mai
dimenticato il ruolo di guida della citt  potevano staccare e catturare dalla propria parte una porzione
anche modesta dei ceti poveri per conquistare la maggioranza all'assemblea popolare. Il piccolo ceto
medio6 poteva condividere gli umori e le aspirazioni del demo, ma poteva anche allontanarsi da
esso. Ci che puntualmente accadde in momenti di crisi. Certo anche per tale ceto la prassi democratica
signific l'accesso senza restrizione alle conquiste culturali e la possibilit di riscattarsi, rivestendo
occasionalmente una funzione pubblica, dalle fatiche del lavoro quotidiano. Quando  cent'anni dopo
il 411 , con la sconfitta militare di Atene nello scontro con la monarchia macedone (fine IV secolo: la
cosiddetta guerra lamiaca), i possidenti, sorretti dalle armi macedoni, escluderanno i dodicimila non
possidenti dalla cittadinanza (Diodoro Siculo, XVIII, 18, 5; Plutarco, Focione, 28,7) fissando il censo
minimo necessario a 2000 dracme, tale sconfitta del caposaldo della democrazia attica si consumer nel
completo isolamento dei nullatenenti. Il piccolo ceto medio , in quel momento, con Focione, con
Demade e gli altri riformatori sostenuti dai Macedoni.
Uno dei fattori principali che cementano il patto tra non possidenti e signori  la liturgia: il
contributo, pi o meno spontaneo, spesso molto consistente, che si richiede ai ricchi per il
funzionamento della comunit: dalle somme richieste per allestire le navi ai fondi profusi per le feste ed
il teatro di Stato. Il regime popolare antico (per lo meno nella sua versione greca) non ha conosciuto
l'esproprio se non come forma di punizione per determinati reati. Ha lasciato che i ricchi continuassero
ad essere tali (solo Platone e gli utopisti hanno messo in discussione il diritto di propriet), ma ha
riversato sulle loro spalle un grande carico sociale.
Il capitalista  ha scritto Arthur Rosenberg con simpatico linguaggio attualizzante  era come
una mucca, che la comunit mungeva con cura sino in fondo. Occorreva perci preoccuparsi anche che
questa mucca ricevesse a sua volta un sostanzioso foraggio. Il proletario ateniese non aveva nulla in
contrario se un fabbricante, un commerciante o un armatore guadagnavano all'estero quanto pi denaro
possibile; tanto pi avrebbero potuto pagare poi allo Stato7.
Donde l'interesse che il proletario ateniese condivideva col capitalista allo sfruttamento
degli alleati, e pi in generale ad una politica estera imperialistica.
Nel periodo in cui furono forza direttiva della citt, i non possidenti ateniesi appoggiarono
senza riserve la politica di conquista.  di per s degno di nota che proprio in tale fase della sua storia
Atene si sia impegnata nelle due  entrambe fallimentari  guerre di rapina oltremare: contro i Persiani
per la conquista dell'Egitto e contro la grande rivale commerciale, Corinto (una guerra ventisettennale
nel corso della quale Atene tent addirittura di estendere il suo impero in Occidente attaccando la
Sicilia).
Per conquistare prestigio e seguito popolare i signori che guidano il sistema elargiscono il
proprio denaro non soltanto in liturgie ma anche in munifiche elargizioni di cui il demo possa
direttamente giovarsi:  il caso di Cimone  l'antagonista di Pericle , che volle aprire i suoi possessi al
pubblico.
Fece abbattere  scrive di lui Plutarco  gli steccati dei suoi campi, perch fosse lecito agli
stranieri ed ai cittadini che lo desiderassero di cogliere liberamente i frutti di stagione. Ogni giorno
faceva preparare nella sua casa un pranzo semplice ma sufficiente per molti commensali: ad esso
potevano accedere tutti i poveri che lo volessero, i quali cos, sfamandosi senza fatica, potevano
dedicare il loro tempo all'attivit politica (Cimone, 10,1).
Aristotele (fr. 363 Rose) precisava che questo trattamento Cimone lo riservava non a tutti gli
Ateniesi indistintamente, ma a quelli del suo demo. Alla risoluzione del problema del pasto contribuiva
anche la pratica delle feste: occasione nella quale i nullatenenti avevano facile accesso al consumo, non
consueto e dispendioso, della carne. Il vecchio oligarca, autore putativo della Costituzione degli
Ateniesi, non perdona al popolo questo parassitismo e lo denuncia esplicitamente nel suo opuscolo: la
citt sacrifica molte vittime a spese pubbliche, ma  il popolo che mangia e si spartisce le vittime (II,
9). Cimone provvedeva anche ai vestiti: quando usciva  racconta Plutarco  lo accompagnavano
sempre dei giovani amici molto ben vestiti: ciascuno di loro, se la comitiva incontrava qualche anziano
malvestito, scambiava con lui il mantello. E il gesto appariva degno di rispetto (Vita di Cimone, 10).
Disposti a prendere le armi gli uni contro gli altri per contendersi il bene prezioso della
cittadinanza, i cittadini purosangue sono per tutti d'accordo nell'escludere ogni ipotesi di estensione
della cittadinanza verso l'esterno, fuori della comunit8. Solo in momenti di gravissimo pericolo e di
autentica disperazione gli Ateniesi hanno intuito le potenzialit insite nell'allargamento drastico della
cittadinanza. Per gli schiavi che avevano contribuito alla contrastatissima e umanamente dispendiosa
vittoria navale alle isole Arginuse (406 a.C.) fu escogitato il premio dell'affrancamento dalla
condizione servile. All'ateniese medio questo tipo di concessioni comunque non piaceva: perci nelle
Rane di Aristofane  uno scherzo ad effetto sicuro presso il pubblico il rammarico lamentoso del
pavido servo Xantia di non aver preso parte alla battaglia (lo schiavo , per definizione, ladro, vile,
malfido, ecc., e vuol prendere parte alla battaglia, ormai gi combattuta e vinta da altri). Dopo la
perdita dell'ultima flotta messa insieme al termine del logorante conflitto (Egospotami, 405 a.C.), gli
Ateniesi hanno concesso  gesto senza precedenti  la cittadinanza attica agli abitanti di Samo9,
divenuta, dopo la tremenda repressione della rivolta del 441/440, l'alleata pi fedele. In extremis hanno
compiuto il disperato e ormai vano tentativo di raddoppiarsi come comunit. Il tardivo ed effimero
provvedimento fu travolto dalla resa incondizionata dell'aprile 404 e dall'espulsione, appena pochi
mesi pi tardi, dei democratici di Samo ad opera di Lisandro, il vincitore (Senofonte, Elleniche, 2, 3,
6-7); ma fu riproposto, dalla democrazia restaurata (403/402 a.C.), in favore degli esuli democratici di
Samo10. Episodio molto significativo: denota la consapevolezza, sia pure in extremis, del carattere
determinante del fattore numero (fattore penalizzato dalla gestione troppo avara del bene
cittadinanza); e dimostra la forza del legame di classe tra le fazioni popolari delle diverse citt. Un
punto che non bisogna mai trascurare, e che corregge l'ottica approssimativa che vede genericamente
negli alleati le vittime della citt dominante. Sono i possidenti delle citt alleate che se la passano
male, non il demo (parte popolare), come ben sapeva e polemicamente scriveva l'autore della
Costituzione degli Ateniesi.
Analoga, anzi, se possibile ancor pi grave, la situazione a Sparta. Qui il predominio degli
Spartiati (cio dei soli veri uguali) cominci ad esser messo in discussione non molto dopo la grande
vittoria militare su Atene: la congiura di Cinadone, che dava voce agli interessi degli Spartani caduti
in miseria e purtuttavia liberi di condizione,  del 398 a.C. La soluzione adottata fu di espellere dalla
comunit i ribelli: un modo di impoverirla ulteriormente. Al tempo delle ribellioni dei Messeni si
diceva che il rimedio, estremo, per rinsanguare la cittadinanza in pieno decremento fosse stato di far
accoppiare donne spartiate con perieci, onde produrre in tempi rapidi un po' di Spartiati di rincalzo. A
Sparta non si era alieni da questi sistemi da allevamento per affrontare il problema demografico
sempre incombente. Ma il tentativo di sovvertire la tendenza venne, anche qui, quando era troppo tardi:
con le riforme di Cleomene III, il re rivoluzionario sconfitto nella battaglia di Sellasia (222 a.C.) dal
sovrano macedone Antigono, invocato da Arato, il maggior esponente della Lega achea, adorato da
Polibio, cantore del dominio pacificatore di Roma sulla Grecia.
Riflettendo sulle ragioni di decadenza del mondo delle citt greche, secoli dopo, al principio del
II secolo d.C., lo storico Cornelio Tacito far dire all'imperatore Claudio, in un memorabile discorso
sul diritto di cittadinanza: Cos'altro infatti fu causa di rovina sia per gli Spartani che per gli Ateniesi,
nonostante la loro forza militare, se non il fatto che escludessero  dopo la vittoria  i vinti, trattandoli
come di altra razza (pro alienigenis)? (Annali, XI, 24, 4). Tacito coglie bene il nesso tra chiusura della
comunit e decadenza. Del resto lo stesso Polibio aveva parlato di oliganthropa (XXXVI, 17).
Il pi celebre e istruttivo esempio di chiusura ostinata e suicida  l'effimero quanto maldestro
tentativo di liberazione in massa degli schiavi dell'Attica, compiuto nel pieno del panico determinato
dalla vittoria di Filippo il Macedone contro la coalizione greca capeggiata da Demostene nel 338 a.C.
La falange macedone disperse i combattenti greci e nulla avrebbe impedito all'intraprendente e
instancabile vincitore di marciare direttamente su Atene, totalmente indifesa. Filippo, che aveva fama
non immeritata di distruttore di citt sconfitte, costituiva un pericolo talmente incombente che un
politico di notevole prestigio e ben noto per la sua ostilit alla Macedonia, l'oratore Iperde, propose di
creare per cos dire dal nulla un'immensa armata per la difesa estrema di Atene: propose dunque la
liberazione immediata dei circa 150 mila schiavi agricoli e minerari presenti sul suolo attico (frr. 27-29
Blass-Jensen). Ma fu immediatamente trascinato in tribunale con un processo per illegalit (la pi
temibile delle procedure giudiziarie esistenti in Atene). Chi fu il promotore dell'accusa? Il capo
popolare per antonomasia, il cane del popolo Aristogitone: insorto in nome della difesa della
democrazia ( questo il senso di un processo per illegalit) contro l'indebito, inaudito, straripante
allargamento della cittadinanza. I poco pi che ventimila cittadini di pieno diritto che all'epoca erano in
Attica sarebbero stati sommersi dentro la pi vasta realt di una democrazia di tutti. E l'argomento
svolto allora da Aristogitone (a noi noto da una fonte tarda) fu, in un'occasione drammaticamente unica
della storia di Atene, l'argomento tipico dell'oratoria democratica: I nemici della democrazia  tuon
Aristogitone , finch c' pace, rispettano le leggi e sono, per cos dire, costretti a non violarle; ma
quando c' la guerra, trovano facilmente ogni sorta di pretesti per terrorizzare i cittadini sostenendo che
non  possibile salvare la citt se non si varano proposte illegali!11.
Legalit democratica, attentato alla democrazia, interesse del popolo.  l'armamentario con
cui uno sconsiderato come il demagogo siracusano Atenagora pu proclamare  mentre gli Ateniesi
sono gi in mare alla volta di Siracusa  che l'allarme per un presunto attacco ateniese non  che una
manovra oligarchica (Tucidide, VI, 36-40);  l'armamentario con cui un campione dell'egoismo dei
detentori della cittadinanza pu impedire che si moltiplichino, liberando in massa gli schiavi, le forze
della citt, quantunque Filippo, l'odiato Filippo, sia dietro le porte della citt indifesa. Inutile dire che
Aristogitone ebbe pieno successo contro la illegale, antidemocratica iniziativa di Iperde.
...
.
...
Capo 3. Come ritorn in gioco e come alla fine usc di scena la democrazia greca.
.
Il popolo  per volont di Dio la fonte di ogni giusto potere. I Comuni d'Inghilterra, radunati
in Parlamento, essendo stati scelti dal popolo e rappresentandolo, sono il supremo potere di questa
nazione. Qualsiasi cosa stabilita o dichiarata dai Comuni nel Parlamento radunato ha la forza di legge, e
tutto il popolo della nazione  tenuto a rispettarla, anche se il consenso del re e della Camera dei Lords
non  ottenuto. Il 4 gennaio 1649 il Rump Parliament (il Parlamento moncone o moncherino) 
cio quanto rimaneva del Lungo Parlamento dopo la mutilazione (arresto dei 90 deputati dell'ala
intransigente presbiteriana) inferta dalla Purga di Pride (6 dicembre 1648)  sanc questo principio,
che pu considerarsi il punto d'approdo e, insieme, la formulazione pi avanzata che la prima
Rivoluzione inglese abbia prodotto. Quanto  scritto in quel deliberato  il succo e la sintesi degli
intensi dibattiti che si erano svolti a Putney, nella chiesa presbiteriana del piccolo sobborgo di Londra
alla fine di ottobre del 1647: dibattiti che avevano visto contrapporsi tutte le voci, di tutti i gruppi
sociali. Il deliberato del 4 gennaio sanciva anche la vittoria dell'ala pi avanzata che in quei dibattiti,
tutt'altro che accademici, non si era lasciata certo intimorire.
Ci che colpisce scorrendo i verbali di quelle discussioni1  non solo l'evidente matrice
religiosa e riformata, ma anche l'assenza di richiami ad altre tradizioni che non siano quelle della
Bibbia e della storia cristiana. Per gli uomini di Cromwell, l'Esodo racconta la futura liberazione: la
Scrittura annuncia la storia prossima pi che raccontare quella passata. Michael Walzer ha parlato, a
questo proposito, di Rivoluzione dei santi2.
Sin dal principio la Rivoluzione inglese si era configurata come un coerente sviluppo, sul piano
direttamente politico, della rottura anti-autoritaria rappresentata dalla Riforma. L'aspetto religioso 
preponderante, negli otto lunghissimi e tormentati anni che vanno dal 1641 (approvazione da parte del
Parlamento della Grande Rimostranza) fino al 1649, non soltanto nei testi ufficiali, nei documenti,
ma anche nella vastissima pubblicistica che accompagna, come un commento di sottofondo, l'intera
vicenda. Esemplare, in questo senso, proprio il testo della Grande Rimostranza. L le radici del
male sono equamente suddivise tra i papisti gesuitici, protesi a sovvertire la religione anglicana, ed
i vescovi [anglicani] e la parte corrotta del clero, che alimentano il formalismo e la superstizione come
effetti naturali e sostegni pi probabili della loro tirannia. Risultato della Rivoluzione fu per l'appunto
la soppressione della struttura vescovile della Chiesa anglicana. La battaglia delle idee era battaglia in
campo religioso, e i concetti adoperati, i miti di riferimento, erano quelli ricavabili appunto dalla
Scrittura e dal conflitto apertosi nel secolo precedente con la ribellione luterana contro Roma.
Peraltro  fuor di dubbio che la Chiesa anglicana, fortemente gerarchizzata oltre che intesa ad un
ritorno verso una religione decisamente ritualistica, era il puntello principale dell'assolutismo
monarchico (ferma restando la sostanziale infondatezza dell'accusa rivolta a Carlo I di voler restaurare
il papismo gesuita). Sul versante opposto presbiteriani e puritani erano ben consapevoli del nesso,
insito nella loro azione e nella loro propaganda, tra affermazione religiosa e rivendicazione del
principio della sovranit popolare (per volont di Dio il popolo  la fonte del giusto potere).
Citiamo a caso dai dibattiti di Putney, e ci rendiamo conto direttamente del fenomeno. Nella
discussione del 29 ottobre Rainsborough replica con fermezza ai Grandi: Non trovo nessun passo
della Legge di Dio che affermi che un Lord debba scegliere venti deputati, e un gentiluomo soltanto
due, e un povero nessuno3.
 da considerarsi anche un altro elemento costitutivo della mentalit dei livellatori: il loro
richiamarsi ad un fattore nativo. Prima di Guglielmo il Conquistatore   questa la tesi sostenuta da
Henry Ireton, cognato di Cromwell, nella seconda delle giornate di Putney  esisteva tra gli
Anglosassoni una costituzione antichissima fondata su libert e uguaglianza:  da tale costituzione
che discendono i diritti innati degli Inglesi; tali diritti sarebbero stati conculcati dal predominio dei re
normanni, fino al regno di Carlo I. Questa visione della storia remota e recente d'Inghilterra porta,
grazie alla elementare dialettica di Ireton, a bloccare l'istanza radicale di un vero suffragio universale.
L'equivoco  nella frase che lo stesso esponente dei livellatori pronuncia: Noi riteniamo che tutti
quegli abitanti che non hanno pregiudicato il loro diritto innato debbono avere un egual voto nelle
elezioni. L'espressione diritto innato, coniugata con la teoria dell'antichissima libert degli
Anglosassoni, diventa la base per sancire che comunque in una comunit non tutti sono
necessariamente uguali rispetto al diritto di voto; e che tale diritto  connesso con l'origine etnica.
Non una parola sugli altri. La libert politica e la maggiore uguaglianza che questi
rivoluzionari chiedono si collocano tra due poli: da un lato il fondamento ideologico costituito dalla
Bibbia, dall'altro la nazione, la stirpe.
Il richiamo biblico  ben presente anche nel linguaggio e nella retorica politica dei coloni
d'America:
Poich  piaciuto a Dio onnipotente, per saggia determinazione della sua divina provvidenza, di
ordinare e disporre le cose in modo che noi ci troviamo riuniti a vivere sul fiume Connecticut, ci
aduniamo e associamo per formare un solo pubblico Stato o Commonwealth, per mantenere e
preservare la libert e la purezza del Vangelo. [...] Alle elezioni dei magistrati prenderanno parte tutti
coloro che sono considerati cittadini, che hanno prestato il giuramento di fedelt, e che risiedono in
questa giurisdizione, riconosciuti quali residenti dalla maggioranza degli abitanti della citt in cui si
trovano a dimorare ecc. [...]
Avendo intrapreso un viaggio per fondare la prima Colonia nella zona settentrionale della
Virginia, a maggior gloria di Dio e per la diffusione della Fede Cristiana ecc.
Lo stile di questi documenti, redatti nella prima met del Seicento, riecheggia ancora, un secolo
e mezzo pi tardi, nella Dichiarazione d'Indipendenza, il cui testo finale  in larga parte fondato sulla
bozza approntata da Thomas Jefferson (luglio 1776). Quando nel corso degli umani eventi si rende
necessario ad un popolo sciogliere i vincoli che lo avevano legato ad un altro ed assumere tra le altre
potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina...; e poco
dopo: tutti gli uomini sono stati creati uguali, essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti
inalienabili ecc.4.
Al di l di questa enfasi biblica, pesanti condizionamenti concreti offuscavano il quadro. In
un recente saggio, significativamente intitolato Fino a che punto  democratica la Costituzione
americana?, Robert Dahl ha ricordato che, nella sua stesura originaria (1787), la Costituzione
americana accettava l'istituto della schiavit e addirittura incorporava fra i suoi princpi la repugnante
legislazione contro gli schiavi fuggitivi. Inoltre essa lascia intatte le restrizioni al diritto di voto
stabilite dai singoli Stati, che escludevano gli Afroamericani, le donne e i nativi5.
Ancora un volta il convitato di pietra di queste magniloquenti carte  l'istituto della schiavit.
Ancora una volta, come nel caso inglese, i due poli entro cui ci si muove sono il fondamento biblico
e l'ancoraggio alla stirpe. Jefferson a Parigi ebbe un bel far valere le sue simpatie enciclopediste, ma
non pot evitare l'imbarazzo di sentirsi rammemorare dai suoi amici e interlocutori francesi 
principale sua fonte d'ispirazione  il perdurare, in regime libero e repubblicano, dell'istituto della
schiavit. Da governatore della Virginia, egli fece approvare una legge che vietava, in quello Stato,
l'ulteriore importazione di schiavi, il che non impediva a lui medesimo di averne, ancorch
umanamente trattati, nella tenuta-modello di Monticello.
Nella seduta del 16 piovoso dell'anno II (= 4 febbraio 1794) la Convenzione Nazionale, su
iniziativa del cittadino Louis-Pierre Dufay de la Tour, uno dei tre deputati eletti a Santo Domingo,
giunto a Parigi dopo un avventuroso viaggio, non privo di lati oscuri, appena il giorno precedente (15
piovoso) e immediatamente ammesso alla Convenzione, chiese ed ottenne  in quella memorabile
seduta  un decreto in favore dei nostri fratelli delle colonie. Il loro attaccamento alla Repubblica 
osserv   talmente forte che si rende ormai necessario un provvedimento che restituisca la
tranquillit al Nuovo Mondo, assicurando alle genti di colore che lo abitano  e che meritano di essere
Francesi!  i vantaggi della nostra Costituzione e tutti i diritti inerenti alla libert e all'uguaglianza.
Nel lunghissimo discorso che Dufay pronunci, e di cui diffuse immediatamente una brochure
imprime par ordre de la Convention, spicca un episodio, rievocato con enfasi dal neo-deputato: una
delegazione di schiavi di colore si presenta ai Francesi, impegnati nel conflitto contro Inglesi e
Spagnoli, e chiede la libert nel nome della Dichiarazione dei diritti dell'uomo ('Nous sommes
ngres, Franais, nous allons combattre pour la France: mais pour rcompense nous demandons la
libert'; ils ajoutrent: 'les Droits de l'Homme'). E analogamente, nel corso della discussione, il
deputato della Sarthe Ren Levasseur, fedele robespierrista e aspro avversario dei termidoriani (e che
ad opera di questi ultimi patir il carcere duro per aver fatto approvare in quel 16 piovoso l'abrogazione
della schiavit), dice, prendendo la parola subito dopo Dufay:
Io chiedo che la Convenzione, non per un estemporaneo moto di entusiasmo ma in omaggio ai
princpi della giustizia, fedele alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, decreti con decorrenza
immediata che la schiavit  abolita su tutto il territorio della Repubblica. Santo Domingo fa parte di
questo territorio, e tuttavia noi abbiamo schiavi a Santo Domingo. Io chiedo dunque che tutti gli uomini
siano liberi, senza distinzione di colore.
In appoggio a Levasseur interviene il deputato Jean-Franois Delacroix (di l a poco travolto nel
processo contro i dantonisti). Egli esordisce efficacemente con un richiamo all'insufficienza, o per lo
meno al carattere non esplicito, delle carte costituzionali sin allora elaborate:
Mentre lavoravamo intorno alla Costituzione del popolo francese noi non abbiamo per portato
il nostro sguardo sugli sventurati uomini di colore. La posterit avr dunque un grande rimprovero da
muoverci su questo versante; ma noi dobbiamo riparare a questo torto. Inutilmente noi abbiamo
deliberato che nessun diritto feudale sar preteso sul territorio della Repubblica francese. Avete appena
sentito, da uno dei nostri colleghi, che esistono ancora schiavi nelle nostre colonie!  tempo di
innalzare noi stessi all'altezza dei princpi della libert e dell'uguaglianza. Non sar sufficiente
rispondere che noi non ammettiamo la schiavit sul suolo francese: non  forse vero che gli uomini di
colore sono schiavi nelle nostre colonie? Dunque dobbiamo proclamare la libert degli uomini di
colore. Compiendo questo atto di giustizia voi darete un esempio importante agli uomini di colore che
sono schiavi nelle colonie inglesi e spagnole. Gli uomini di colore, esattamente come noi, hanno voluto
spezzare le loro catene. Noi abbiamo voluto spezzare le nostre, non abbiamo voluto sottometterci al
giogo di nessun padrone: accordiamo loro lo stesso dono.
Il nuovo intervento di Levasseur  significativo anche sul piano lessicale: Se fosse possibile 
egli dice interloquendo brevemente  mettere sotto gli occhi della Convenzione il quadro straziante dei
mali inerenti alla schiavit, io vi farei fremere raffigurandovi l'oppressione [il termine adoperato 
l'aristocratie] esercitata nelle nostre colonie da alcuni bianchi.
Delacroix prende la parola con efficacia e tempestivit: Presidente! Non puoi tollerare che la
Convenzione si disonori prolungando ulteriormente una discussione su questo argomento!. E propone
immediatamente una bozza di deliberazione: La Convenzione nazionale decreta che la schiavit 
abolita in tutta l'estensione del territorio della Repubblica. Conseguentemente tutti gli uomini, senza
distinzione di colore, godranno dei diritti di cittadini francesi.
A questo punto qualche deputato si fa avanti con un rilievo piuttosto ambiguo, e potenzialmente
insidioso: Evitiamo che la parola stessa schiavit sporchi un decreto della Convenzione: tanto pi che
la libert  un diritto di natura. In sostanza era un invito a non farne nulla, di uno specifico decreto di
abrogazione della schiavit, con l'argomento specioso che tale abrogazione  implicita nel principio
generale:  gi riconosciuto che la libert  appunto un diritto naturale. Risolutivo l'intervento
dell'abate Grgoire, il quale seccamente dissipa il sofistico escamotage:  necessario  dice  che la
parola schiavit ci sia; altrimenti un domani si potrebbe tentare di sostenere che voi volevate dire altro;
e invece voi tutti volete che la schiavit scompaia.
L'assemblea si alza in piedi, per acclamazione approva il testo presentato da Delacroix. Il
presidente  che in quel giorno era Marc Vadier, personaggio certo sgradevole, ma che pag di persona
anche la sua adesione alla congiura di Babeuf  proclama formalmente e solennemente l'abrogazione
della schiavit, mentre, tra le grida Viva la Repubblica, Viva la Montagna!, i tre deputati provenienti
dalle colonie vengono abbracciati, troitement serrs  dice il cronista parlamentare  dans les bras de
leurs collgues6.
L dove il contrasto con l'ostinata difesa dello schiavismo da parte della liberale Inghilterra era
pi immediatamente evidente, cio le Antille, l'azione liberatrice innescata dalla Convenzione con il
decreto del 16 piovoso risultava immediatamente dirompente. Si assiste sul campo allo scontro tra due
concezioni della libert: quella dei liberali inglesi che difendono, le armi in pugno, l'istituto della
schiavit e quella della Convenzione montagnarda che si impegna  rammaricandosi di averlo fatto con
ritardo  ad innalzarsi all'altezza del principio di libert e di uguaglianza, abrogando esplicitamente
la dipendenza personale della gente di colore. L'insistenza sul colore della pelle  capitale: nella
serenit dei liberali inglesi che ripristinano la schiavit non appena riescono ad arraffare, nelle Antille,
una colonia ex francese, gioca il fattore razzistico per cui il nero  un non-uomo, un uomo inferiore.
Henri Bangou, il maggiore storico nero della Guadalupa, ha raccontato efficacemente la vicenda
nella sua Storia della Guadalupa.  nello stesso 4 febbraio 1794, in cui la Convenzione vota l'ordine
del giorno di Delacroix, che la flotta inglese appare in vista delle coste della Martinica. Il 24 marzo gli
Inglesi occupano la Martinica e poco dopo sbarcano alla Guadalupa, chiamati dai Grandi bianchi
(che si affrettano a firmare un trattato con Londra), nella sostanziale indifferenza dei Piccoli bianchi.
I bianchi, anche repubblicani, si adattano, fondandosi sul ragionamento secondo cui l'intention de
la Rpublique n'est pas de rgner sur des cendres et des dbris [!]. Sul piano amministrativo tutto
l'apparato dell'ancien rgime viene restaurato, e viene ribadita la validit dell'istituto della schiavit,
che peraltro non si era potuto nemmeno tentare di abolire vista la concomitanza tra il voto alla
Convenzione e l'attacco inglese alle due isole delle Piccole Antille.
Il promotore della lotta contro gli occupanti inglesi e l'artefice della liberazione degli schiavi
dell'isola  dopo una guerriglia durata anni e conclusasi col ritorno alla Francia repubblicana e
abrogazionista  fu Victor Hugues, gi accusatore pubblico nel tribunale rivoluzionario di Rochefort e
di Brest, quindi (all'inizio del '94) commissario della Convenzione nelle Isole Sottovento. Diede filo da
torcere agli schiavisti inglesi, ricacciandoli in mare e conquistando altre isole, per esempio
Marie-Galante. Gli ex schiavi neri furono il nerbo del suo esercito.
Come mai dalle proclamazioni di diritti delle rivoluzioni inglesi e della Rivoluzione
americana non si era sprigionata una visione, e una prassi, che mettessero in discussione la schiavit?
Come mai quegli assertori di diritti e di libert avevano trovato normale continuare a convivere
con la schiavit nelle loro colonie (nelle colonie altrui, quando le avevano occupate) o addirittura in
casa propria, com' il caso degli Stati Uniti?
Una ragione di fatto, ed economica,  da porre certamente in primo piano. Riferendosi alla
realt degli Stati Uniti, Henri Bangou scrive, non a torto, che il caso nordamericano  l'esempio pi
interessante della relativit storica, economica e politica della nozione di libert, nonch della
mistificazione di cui essa pu essere oggetto. La guerra condotta contro l'Inghilterra culmin nella
proclamazione dell'indipendenza, ma la prova pi chiara della mutilazione della nozione di libert,
nella sua applicazione a vantaggio di una classe, fu per l'appunto la permanenza, in questo nuovo Stato
libero, di una istituzione che negava la libert, qual  appunto la schiavit. Il vero motore della
storia e delle istituzioni sia politiche che sociali  e cio l'economia, e non lo spirito, o la ragione o
qualche altro demiurgo  non esigeva ancora la scomparsa del modo di produzione schiavistico
dall'orizzonte degli Stati Uniti, scrive ironicamente Bangou, e osserva poco dopo che non ci volle
molto a mettere d'accordo tutti i 56 delegati incaricati di dare un corpo di leggi al nuovo Stato. Non
c'era neanche pi traccia dell'incoerenza, determinatasi durante il periodo della guerra [contro gli
Inglesi], quando si arruolavano i neri promettendo loro la libert, e contemporaneamente si
promettevano schiavi neri ai bianchi in cambio della loro collaborazione!7.
Non  per del tutto vero che altri fattori non abbiano influito. L'impronta fortemente
biblico-protestante ebbe la sua parte. Tra gli architravi mentali di questi uomini campeggiava il Nuovo
Testamento che aveva  nella loro assiologia  lo stesso peso, e forse pi, che i Greci e i Romani per i
rivoluzionari francesi. Ora, la Scrittura contiene una buona giustificazione per il mantenimento di fatto
della schiavit.
Dice l'apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 5-9):
Schiavi, ubbidite a quelli che vi sono padroni secondo la carne, con timore e tremore, in
semplicit di cuore, come se obbediste a Cristo, serviteli con affezione, come se si trattasse del Signore
e non di uomini, ben sapendo che ognuno, schiavo o libero, del bene che avr fatto ricever la
retribuzione del Signore. E voi padroni, trattate i vostri schiavi con spirito analogo: ben sapendo che il
padrone  e vostro e loro   nel cielo, e che presso di lui non si fanno queste distinzioni.
E quando uno schiavo, Onesimo, appartenente ad un padrone anch'egli cristiano, Filemone,
fugg e raggiunse Roma, dove entr in contatto con Paolo, questi lo rimand a Filemone nella lontana
cittadina frigia di Colosse, con un biglietto di accompagnamento che  molto significativamente  
incluso nella raccolta delle lettere paoline.  un capolavoro di abilit, mirante ad ammansire il padrone
di fronte ad un reato contro la propriet annoverato tra i pi gravi:
Io te l'ho rimandato: lui, che  quanto dire il mio cuore. Avrei voluto trattenerlo presso di me
mentre sono in carcere a motivo dell'Evangelo: ma non ho voluto far nulla senza il tuo parere, affinch
il beneficio che tu farai non sia come per costrizione, ma un atto spontaneo. Forse per questo egli 
stato per breve tempo separato da te: perch tu lo recuperassi per sempre, non pi come uno schiavo,
ma come molto pi che uno schiavo: come un fratello (A Filemone, 12-18).
Scrivendo ai Galati, Paolo ripete che ormai non c' pi n Giudeo n Greco, n libero n
schiavo, n maschio n femmina (3, 28), per nella prima lettera ai Corinzi ammonisce: Ciascuno
rimanga nella condizione che il Signore gli ha assegnato (7, 20). Un equilibrio instabile ma produttivo
sul piano pratico  tutti restino al loro posto, gli schiavi fuggitivi tornino a sottomettersi ai padroni, che
per debbono trattarli con umanit , fermo restando che altrove e in relazione all'ultramondo queste
distinzioni non contano. Ben si comprende come inizialmente i costituenti della Virginia avessero
addirittura pensato di contemplare una normativa contro gli schiavi fuggitivi.
Entrando in contatto con la realt del dominio coloniale, gesuiti coerenti e ribelli avevano bens
colpito  in nome del Vangelo, rischiando la sconfessione e l'eresia  la base stessa delle
disuguaglianze sociali e della schiavit sopra tutto: si pensi all'insegnamento eversivo del padre Vieira,
che riecheggia nel richiamo, al tempo nostro, di Rigoberta Mench, guatemalteca, al valore
rivoluzionario della Bibbia totalmente obliato dagli Europei8. Ma questo radicalismo cristiano, pur
affiorante nel mondo che i ribelli inglesi avevano bollato come papista, non era n presente n
particolarmente apprezzato nel mondo dei riformati, o dei dissidenti della Riforma che costituivano
l'intelligentsija direttiva delle rivoluzioni prodottesi nel mondo anglosassone. Da una concezione del
mondo a base biblica non si arrivava all'affermazione della libert di tutti ora e qui, nella visibile e
concreta societ presente.
Nella seduta della Convenzione del 16 piovoso  dove non erano mancate scene di grande
patetismo, quale lo svenimento patriottico della cittadina di colore che assiste regolarmente alle sedute
ed ha condiviso dall'origine tutti i movimenti rivoluzionari, per dirla con le parole del deputato
Cambon  si era levato a parlare anche Danton, essenzialmente per ottenere che si delegasse ai due
Comitati, di salute pubblica e delle colonie, l'attuazione concreta del decreto abrogazionista. Egli aveva
esordito con una considerazione molto significativa: Fino ad oggi noi abbiamo asserito il principio di
libert alla maniera degli egoisti, per noi soltanto.  con l'odierna decisione che noi proclamiamo la
libert universale, al cospetto dell'universo, e le generazioni future troveranno la loro gloria in questo
decreto. E soggiunse: Noi lavoriamo per le generazioni future: lanciamo la libert nelle colonie; con
oggi l'Inglese  morto (applausi). Lanciata la libert nel Nuovo Mondo, essa vi porter frutti
abbondanti, e vi pianter radici profonde. (Danton si esprime come se nel Nuovo Mondo la
libert non si fosse ancora affacciata: il che implica anche un giudizio sugli Stati Uniti).
 su questo concetto di libert egoistica che conviene soffermarsi. Si sa infatti che l'addebito
mosso al modello antico (di et classica) che sta al centro dell'ideologia rivoluzionaria, e giacobina in
particolare,  appunto che quella dell'antichit classica era per eccellenza una libert egoistica,
riservata a pochi, comunque ad una minoranza.
Tra il marzo e l'aprile del 1795, nell'anno III della Repubblica, usciva a Parigi una voluminosa
biografia e bibliografia di Senofonte: Vie de Xnophon, suivie d'un extrait historique et raisonn de ses
ouvrages dovuta al cittadino Fortia, un ex nobile, ora repubblicano, particolarmente scrupoloso nella
compilazione mensile dei certificati di civismo. Questo libro, che ha una lunga storia editoriale, si apre
con alcune frasi di sicuro sapore patriottico, come si diceva all'epoca: La libert e la filosofia sono
la nostra parola d'ordine [cri de ralliement]. E sguita goffamente cos: essendo Senofonte un
filosofo, per giunta vissuto al tempo in cui la Grecia era un paese libero, miglior argomento non si
sarebbe potuto trovare. Poich all'epoca si stampava con estrema parsimonia  la Repubblica era
assediata dalla guerra esterna delle potenze coalizzate, ferita all'interno dalla ribellione vandeana,
devastata economicamente dall'invasione di falsi assegnati provenienti dall'Inghilterra , e soprattutto
si dava la precedenza a libri di utilit e di pedagogica rilevanza,  davvero significativo che il bravo
cittadino Fortia, quantunque ex nobile e perci tenuto ad abitare fuori Parigi in omaggio ai decreti di
germinale (fine aprile 1794), fosse riuscito non solo a scrivere ma anche a mandare in tipografia e a
far stampare il suo Senofonte. L'opera usciva nell'orbita di Jean-Baptiste Gail, ex abate, ora
repubblicano e professore al Collge de France al posto di un sospetto finito in galera.
Questi chiarimenti giovano a capire che l'opera  imbellettata come ligiamente repubblicana
per passare la censura, ma non  davvero tale nel suo contenuto. Bisogna andare molto avanti nella
lettura per accorgersene. Quando si giunge allo Ierone, trattatello sulla tirannide, ci si accorge che,
dopo molte contorsioni, Fortia prende pretesto dall'autore greco per muovere una critica alla tirannide
popolare esercitata nel nome dell'uguaglianza (non senza puntuali frecciate contro Rousseau). E
quando si giunge alla Costituzione degli Ateniesi (quello scritto di dubbia attribuzione di cui abbiamo
pi volte parlato in precedenza, e che all'epoca di Fortia tutti ritenevano per certo opera di Senofonte),
l'attacco alla democrazia si fa pi puntuto.
La trovata  di far passare tutto quello che sta per esser detto come opera dell'abb Arnaud (il
che  vero: si tratta di un quasi-plagio), la cui parafrasi del libriccino senofonteo viene riproposta
perch attualmente quasi introvabile. Certo, promette l'autore, addolcir alcune espressioni troppo
monarchiche (di Arnaud), ma ne lascer sussistere molte, che caratterizzano Senofonte, le cui idee
non erano sempre repubblicane [sic!], e che dunque bisogna prendere per quello che  (p. 391). Segue
una parafrasi dovuta ad Arnaud dell'attacco senofonteo ai difetti dell'ordinamento democratico
ateniese. Ovvio che il lettore si chieda quanto resti delle premesse iniziali (libert et philosophie) che
avevano determinato la scelta di trattare Senofonte. Ma  sottile anche la scelta di assumere Arnaud
come interprete (un modo comodo per non dire in prima persona le stesse cose), laddove altri interpreti,
sia pure a torto, davano dell'opuscolo una lettura opposta: come di una patriottica difesa di Atene9.
Terminata la parafrasi di quanto detto da Arnaud (il quale non aveva trascurato di ricordare che tutta la
tradizione filosofica ateniese facente capo a Socrate era stata ostile alla democrazia), si torna a
Senofonte:
Tali le riflessioni dell'abb Arnaud sulle opere di Senofonte. Io mi terr tuttavia dentro il mio
argomento e mi vieter qualunque riflessione politica sui princpi affermati dai tre grandi filosofi greci.
Mi limiter ad un'osservazione puramente storica, adatta a combattere l'effetto di un'opinione cos
degna di alta considerazione quale quella che Arnaud ha ricavato da quei tre profondi conoscitori del
cuore umano. La mia osservazione  dunque la seguente. Quei tre grandi pensatori non potevano che
giudicare la libert nella forma in cui essa si presentava ai loro occhi, e cio macchiata dalla presenza
della schiavit. All'epoca, la schiavit si trovava collocata per ogni dove accanto alla libert. Infatti
tutte le nazioni antiche avevano un'enorme quantit di schiavi, quale che fosse la loro forma di
governo. E questo accoppiamento mostruoso  quale che fosse la forma di governo vigente  non offr
in nessuna delle antiche nazioni il bello spettacolo di una vera libert.
Lo scrittore naf, volutamente banale in gran parte dei suoi scritti, qui diventa di una singolare
densit e forza, una delle pi moderne disamine dell'intreccio inquietante libert/schiavit nel mondo
greco (va ben oltre le genericit di Rousseau, Contrat social, III, 15). Il concetto principale che intende
mettere a fuoco  la drastica valutazione limitativa di tutte le repubbliche antiche. Ma ci arriva
tortuosamente: evoca un antidemocratico esaltatore delle riserve dei socratici contro la democrazia;
dichiara di voler prendere da lui le distanze; ma non per difendere le antiche democrazie, bens per
liquidarle come false democrazie! E l'argomento-chiave a tal fine  la macchia della schiavit. Su di
essa ha a lungo riflettuto, e conclude assai modernamente che in tutti gli aspetti della vita antica la
schiavit era presente (una formulazione che ricorre in alcuni dei pi brillanti saggi di Moses Finley
sull'argomento), che libert e schiavit erano, nella societ antica, inestricabili; e che questo rendeva
irrilevante la differenza tipologica tra le varie forme di governo. Il concetto, giustissimo e moderno,
della inestricabilit  da Fortia espresso con la formula assemblage monstrueux. La conclusione 
disarmante: in nessuna parte del mondo classico fu mai offerto le beau spectacle d'une vritable
libert.
Eppure quelli erano i modelli, i grandi modelli, ossessivamente riproposti, dei nuovi
repubblicani.
Pochi giorni prima, o forse proprio negli stessi giorni in cui appariva a Parigi questo curioso
libro, Constantin-Franois Volney, un non pi giovanissimo storico, e antropologo, appena salito in
cattedra nella neonata cole Normale Suprieure, terminava la sua quinta lezione (3 germinale anno III
= 23 marzo 1795) con un veemente affondo proprio su questo tema:
Noi rimproveravamo ai nostri antenati l'adorazione superstiziosa degli Ebrei, e siamo caduti in
una adorazione non meno superstiziosa dei Greci e dei Romani! I nostri antenati giuravano sulla Bibbia
e su Gerusalemme; una nuova setta [e si riferisce ovviamente agli appena dispersi giacobini] ha giurato
su Sparta, Atene e Tito Livio. [E l'attacco riguarda l'erronea idea che questa nuova setta si era fatta
della realt sociale antica.] Quel che  curioso in questo nuovo genere di religione,  che i suoi apostoli
non hanno nemmeno avuto una visione corretta della dottrina che andavano predicando, e che i modelli
che ci hanno proposto sono diametralmente opposti alle loro dichiarazioni e ai loro intendimenti. Ci
hanno vantato la libert di Roma e della Grecia, e ci hanno celato che a Sparta un'aristocrazia di 30.000
nobili teneva, sotto un orrendo giogo, 600.000 schiavi; che per impedire l'accrescersi numerico di
questo genere di negri, i giovani Lacedemoni andavano di notte alla caccia degli iloti, come delle bestie
selvagge; che ad Atene, questo santuario di tutte le libert, per ogni persona di condizione libera vi
erano quattro schiavi; che non vi era casa in cui il regime dispotico dei nostri coloni d'America non
fosse esercitato da questi presunti democratici; che su circa cinque milioni di persone che popolavano
l'intera Grecia, pi di tre milioni e cinquecentomila erano schiavi10.
Volney sovvertiva alla radice l'immagine stessa, liberatrice, della democrazia antica,
riportandola alla sua sostanziale natura di democrazia per una lite: l'lite numericamente estesa certo,
ma in confronto con le masse di schiavi esigua, dei cittadini di pieno diritto, dei liberi e uguali.
Citando i nostri coloni d'America, peraltro, Volney si schierava senz'altro  e questo va a suo
merito  con l'abrogazione stabilita l'anno precedente dalla Convenzione, e che invece  come
vedremo  il Bonaparte, giungendo su ci ad una rottura con Volney, si risolver a cassare,
ripristinando la schiavit coloniale.
Ma, per quanto attiene alla nozione realistica del posto ingombrante della schiavit nella societ
antica, il pensiero non era nuovo. Vi si era soffermato Rousseau al termine del XV capitolo del libro III
del Contrat social; questo capitolo non era sfuggito a Linguet, che se ne serve nelle Annales politiques,
civiles et littraires du dix-huitime sicle11. E qualche decennio prima Hume si era ampiamente
occupato della questione studiando la popolazione nel mondo antico, e, forse spaventato dall'elevato
numero di schiavi documentato dalle fonti, aveva anche cominciato la deplorevole trafila in cui si sono
illustrati tanti moderni storici, o aspiranti tali. I quali, nella sua scia, si son dati molto da fare a ritoccare
le cifre tramandate dalle fonti antiche sulla popolazione schiavile. Qualunque studioso del diritto
romano sa che la schiavit  talmente onnipresente nella societ romana che, per dirla con Fortia, essa
si trovava per ogni dove collocata accanto alla libert: non vi  norma, non vi  aspetto della vita
sociale e familiare in cui non entri in ballo la schiavit.
Insomma nessuna novit, dal punto di vista fattuale. La novit era altrove. Incominciava, a
pochi mesi dalla caduta di Robespierre, l'attacco alle repubbliche antiche in quanto attacco alla
repubblica giacobina. E, secondo uno scenario poi reiterato e consolidato nel corso del XX secolo nei
confronti del comunismo realizzato, il rimprovero era: non siete quello che dite di essere. Come i pi
accaniti e convinti anti-comunisti hanno inveito durevolmente contro l'Urss lamentando che non fosse
un paese veramente comunista (e le dolances dei transfughi offrivano la materia prima, presa illico
et immediate per oro colato), allo stesso modo nei confronti della Repubblica dell'anno II l'attacco era:
questa repubblica  in realt dispotismo, e i suoi modelli (antichi) erano in realt feroci oligarchie.
Su questa storia, in cui si sono distinti pensatori e politologi liberali divenuti retroattivamente
punti di riferimento (Constant, Tocqueville), conviene fare un po' di luce.  evidente che, pur nella scia
di una riflessione avviata gi prima di loro, i demolitori termidoriani e poi liberali del culto delle
repubbliche antiche dicevano il vero, e di quelle repubbliche svelavano  se pur ce ne fosse davvero
ancora bisogno  la vera natura. Va da s che essi hanno contribuito a dar vita ad un'immagine di
quelle repubbliche realistica, veridica e anti-retorica di cui la scienza storica dev'essere loro grata.
Tale smascheramento, che ritorna in alcune mirabili pagine della Citt antica di Max Weber (dov' la
celebre definizione dell'antica democrazia come di una Gilda che si spartisce il bottino), non ha per
avuto tutto il successo che meritava. E non gi per colpa di cripto-giacobini ancora annidati nelle
pieghe della ricerca storiografica, ma perch da un lato l'oleografico classicismo che ben prima dei
giacobini idoleggiava la realt antica e ne nascondeva le brutture (per esempio la schiavit e la
barbarica ferocia in pace e in guerra) non  mai morto, e dall'altro perch la discussione storiografica
ottocentesca ha continuato a trattare  per esaltarla o condannarla  la democrazia antica come
antecedente immediato e modello della moderna. George Grote (liberale avanzato e ammiratore di
Cleone) e, sul versante opposto, Eduard Meyer (che continuava a vedere nella repubblica ateniese del
tempo di Cleone tutti i mali dell'odiata Terza Repubblica francese) hanno fatto un gran lavoro sul piano
ricostruttivo, ma hanno mantenuto il livello della comprensione storica di quell'antica realt molto al di
sotto delle lucide diagnosi dei Volney, dei Constant, dei Tocqueville. E ovviamente hanno fatto scuola
ben pi di loro data la mole, l'autorit e la erudita utilit delle loro monumentali Storie.
Ma il punto da non perdere di vista  un altro. In quel laboratorio della politica che fu la citt
antica, o meglio la civilt politica antica col suo enorme lascito scritto (oratorio, filosofico,
storiografico), da un lato si svolgevano conflitti attuali e si esprimevano interessi contingenti molto
forti, di quel tempo, di quelle classi sociali; al tempo stesso per si elaboravano modelli e concetti  ed
 qui la peculiarit di quella grande fioritura di cultura politica scritta  che hanno finito coll'avere,
legittimamente, valore su di un piano generale: al di l del significato concreto che avevano avuto al
tempo loro. Di qui la loro lunghissima, e legittima, vitalit. Di qui il ricorso a quella remota matrice
da parte di un'lite politica, quella giacobina, e, prima ancora, della setta filosofica dei loro maestri,
Mably e Rousseau. Era l'unica civilt politica conosciuta che avesse prodotto un bagaglio
ideologico-emotivo-aneddotico capace di valicare i confini temporali e in grado di riproporsi ancora
come immediatamente utile per i valori generali (uguaglianza e libert soprattutto) che aveva
formalizzato e concettualizzato: al di l del fatto, fin troppo facile da scoprire, che quel prodotto
intellettuale era anche lo strumento di auto-rappresentazione di una classe dominante in un determinato
momento, di una determinata realt storica duramente classista e, a ben vedere, profondamente
antiegualitaria.
Ma i giacobini per primi ne erano consapevoli. Avevano ascoltato il rapporto di Condorcet alla
Legislativa, dove il pi grande campione dei moderni aveva duramente denunciato la corruzione
che gli antichi avevano sin qui introdotto nella formazione mentale dei moderni. Avevano varato un
sistema generalizzato di istruzione pubblica, ruotante intorno alle coles centrales, in cui il posto delle
lingue classiche era drasticamente ridimensionato. Il paradosso  se cos si pu dire  dei giacobini,
che pure cos grandi meriti hanno nella formazione dell'Europa moderna, consistette dunque nella loro
indiscutibile derivazione dai moderni (nacquero da una costola dell'Encyclopdie), e, al tempo
stesso, nella loro assunzione di una ideologia antica: del modello politico-virtuoso delle repubbliche
antiche, nelle quali  ed  questo l'elemento che pi li affascinava  libert e uguaglianza parevano
aver potuto coesistere, o per lo meno (cos a loro pareva) erano state additate come valori concomitanti
e convergenti con pari forza e convinzione.
Nei mesi del governo del Comitato di salute pubblica, lo studio del greco (ma anche del latino)
 ridotto ad un livello elementare: si opta per la conoscenza degli antichi attraverso traduzioni e
parafrasi. (Gi nel rapporto di Condorcet si leggeva che ormai dei grandi autori esistono le
traduzioni). E per al tempo stesso i grandi classici (alcuni a preferenza di altri) e i grandi personaggi
di quella storia monumentale vengono assunti come portatori di modelli normativi. La loro forza era
nel loro carattere percepibile davvero come universale, non ancorato ad una religione o ad una setta. 
cos che si spiega, o meglio si comprende, quel richiamo a quanto i Greci avevano detto e pensato fr
ewig. La loro esperienza precedeva di gran lunga il cristianesimo, ed affermava valori che non avevano
bisogno di quel puntello, che non erano  cos si poteva leggerli  ancorati ad un popolo, ad una fede,
ad una storia. Erano gli incunaboli di un riconoscimento universale di diritti affermati in quanto tali.
Ovvio che si trattava di un uso metastorico di quella esperienza, la cui ricezione ed assunzione a
modello, nel corso dei millenni, aveva giovato a tale fruizione appunto metastorica. E quanto pi vaga e
approssimativa era la nozione degli antichi che essi avevano, tanto pi un tale uso ideologico era reso
possibile (e confutabile da parte di chi si richiamava ad una pi corretta conoscenza delle fonti e dei
dati).
Ecco perch, al di l di altri fattori che qui non mette conto ri-enumerare, l'approdo delle
rivoluzioni anglosassoni da un lato e francese dall'altro fu cos diverso. Di solito si pone l'accento su
altre differenze: autonomie e diritti individuali nelle une, centralismo e dirigismo giacobino nell'altra.
Ma si preferisce lasciare in ombra la divergenza capitale: le une convissero serenamente con la
schiavit e anzi contribuirono a tenerla in vita (e per liberarsene gli Stati Uniti dovettero affrontare la
pi lunga e feroce guerra della loro storia), l'altra approd recta via alla cognizione della nullit dei
Diritti dell'uomo se questi erano di fatto ancorati al colore della pelle, o se addirittura  fuori dello
spazio europeo  contemplavano la possibilit di tenere in schiavit masse di forza-lavoro abbrutita e
poco costosa. Le une si tenevano alla Bibbia come a fonte d'ispirazione primaria, l'altra volle ricavare
dall'esperienza, molto pi antica e decisamente trasfigurata, dei Greci e dei Romani il punto
d'appoggio per una prospettiva pratica di uguaglianza e libert che avesse mire veramente universali.
Una tale ideologia era bens smascherabile in nome di una pi fondata e corretta conoscenza
degli antichi. Ma questo era un troppo comodo escamotage per respingere la sostanza di ci che, certo
arbitrariamente, i giacobini avevano ritenuto di attingere risalendo all'antichit classica. Si erano trovati
ad abrogare per primi la schiavit coloniale, ed a capire, prima di molti altri, che l'ottica solo europea
era sinonimo di privilegio, ma lo avevano fatto animati da fantasmi tratti da una realt che sulla
schiavit si fondava.
Eppure c'era un terreno di analogia pi immediata con la politica delle antiche democrazie: la
democrazia come violenza, come coercizione, esercitata da parte di un gruppo sociale di non
possidenti (tale era la sanculotterie parigina) nei confronti delle classi privilegiate e delle classi
abbienti: non espropriate, queste ultime, ma messe sotto pressione, alla maniera della dittatura
popolare dell'Atene descritta con rabbiosa ostilit nella Costituzione degli Ateniesi. Di modo che non
si va lontani dal vero osservando che coloro i quali denunciavano la falsa idea dell'antica repubblica
vigente in epoca giacobina in realt non della dolorosa schiavit effettivamente si davano pensiero, ma
dell'attacco sociale alla ricchezza che la dittatura giacobina innescava, ad esempio con lo strumento,
passibile di molti sviluppi, dell'indagine sulle ricchezze sospette. Difendevano dunque di fatto la
libert della ricchezza, questi bene istruiti termidoriani, mentre tuonavano contro l'antica schiavit,
occultata dai loro avversari.
Hrault de Schelles, che, incaricato di redigere la Costituzione del '93, chiede pressantemente
al Conservatore degli stampati della Bibliothque Nationale di avere sur-le-champ les lois de Minos
qui doivent se trouver dans un recueil des lois grecques, susciter l'ironia di Hippolyte Taine,
spropositata quanto faziosa. L'idea che ci si  fatta della Grecia e di Roma ha spesso turbato le nostre
generazioni  scriver Fustel de Coulanges nell'introduzione alla Cit antique : per aver male
osservato le istituzioni della citt antica, si  immaginato di farle rivivere tra noi. Ci si  solo illusi sulla
libert degli antichi, e perci l'unico risultato  stato che la libert dei moderni  stata messa in
pericolo; e aggiunger che responsabile di questo fraintendimento  il classicismo senza
mediazioni, tipico di un sistema educativo che ci fa vivere sin dall'infanzia in mezzo ai Greci e ai
Romani e ci abitua a confrontarli continuamente con noi.
Fino alla Rivoluzione tutta la cultura e tutti i linguaggi (anche politici) sono a base classicistica.
Ma via via che ci si allontana dalla Rivoluzione, classicismo e progressismo si divaricano, ed una
comprensione pi fondata dell'antico tende  come nel caso di Volney, di Constant, di Tocqueville e di
Fustel  ad affermarsi entro un orizzonte conservatore e antidemocratico. Quanto pi recupera i valori
elitistici e anti-egualitari del mondo classico e della tradizione superstite, tanto pi il classicismo
europeo guadagna in profondit di comprensione. (Ma il fenomeno dell'identificazione con gli antichi
si ripresenter in forma simmetrica: ispirandosi a Fustel, Charles Maurras si dir entusiasta di una
repubblica fondata sulla schiavit della maggioranza, ed amer perci sentirsi ateniese).
La ricomposizione ufficiale tra studiosi dell'antichit classica e potere politico scaturito dal
sommovimento rivoluzionario l'aveva tentata, e in parte realizzata, il Bonaparte, nel quadro del pi
generale riassetto moderato dell'intera societ francese e dell'Impero.
Il documento ufficiale di quella ricomposizione, che catturer tutta l'antichistica francese (ed
europea) all'adesione, sar il Rapport  l'Empereur promosso dal mediocre e bene introdotto
Bon-Joseph Dacier, e presentato all'imperatore nel 1808. Uomo simbolo dell'operazione, nonch
autore della sezione del Rapporto dedicata all'antichit classica,  Ennio Quirino Visconti, gi
artefice a Roma, con Pio VI, del Museo Pio-Clementino, poi intellettuale cosmopolita e responsabile
delle antichit nel Museo del Louvre. E Bonaparte in persona si far in quell'occasione promotore
ufficiale e autorevolissimo di edizioni di Stato di classici greci, come la grande edizione della
Geografia di Strabone affidata  tra gli altri  al greco esule repubblicano e naturalizzato francese
Adamantios Korais. Non sfuggir che modello, facilmente riconoscibile, dell'iniziativa era la
Collection du Louvre degli autori di storia bizantina promossa a suo tempo da Luigi XIV. Cos
ancien rgime e Rvolution si ricongiungevano, almeno sul piano del recupero della tradizione classica,
ma non solo su quello.
Non a caso, nonostante le proteste dell'amico Volney, sar Bonaparte, la spada della
rivoluzione, a ripristinare la schiavit nelle colonie.
Nel dicembre del 1797 il governo di Victor Hugues alla Guadalupa era stato messo in difficolt
da episodi di ribellismo. Nell'isola di Marie-Galante in particolare, migliaia di neri procedevano
all'arresto e al disarmo dei bianchi, accusati di intesa con gli Inglesi, minaccia incombente sull'isola,
ma  com' ovvio  soprattutto sulla popolazione di colore che poteva temere il ripristino della
schiavit se l'isola fosse tornata in mano agli Inglesi. Hugues ebbe ragione di questi movimenti, ma
and poco dopo incontro alla pi bruciante delusione della sua vita: quella di apprendere a cose fatte di
essere stato deposto e sostituito dal generale Desfournaux, e di venir arrestato a tradimento da
quest'ultimo, timoroso che Hugues restasse comunque nell'isola, anche se come semplice cittadino.
Col 18 brumaio molte cose incominciarono a cambiare. La delimitazione censitaria
dell'elettorato, ad esempio, che trover il suo compimento nell'Impero e nelle ridicolaggini della nuova
nobilt inventata dall'imperatore, aveva gi le sue premesse nelle novit che il primo console,
divenuto console perpetuo, mise allora in cantiere con l'aiuto di giuristi e ministri fidati. Il ripristino
della schiavit nella Guadalupa fu sancito con la legge del 20 maggio 1802, perfezionata dall'atto
legislativo del 16 luglio dello stesso anno. Non  irrilevante ricordare che Fouch, ministro dell'interno
del Bonaparte, aveva notevoli propriet in colonia.  estremamente significativo, invece, che quasi
contemporaneamente venisse intrapresa la liquidazione, a Santo Domingo, del leader nero
Toussaint-Louverture (arrestato il 12 giugno 1802), che peraltro era stato a suo tempo leale
amministratore delle rendite che aveva nell'isola Giuseppina Beauharnais. Toussaint sar fatto morire,
inascoltato, l'anno seguente, con l'accusa ridicola e infamante insieme di intesa con gli Inglesi!
Il testo dell'atto legislativo che ripristinava la schiavit nella Guadalupa  molto istruttivo come
esempio di manipolazione colonialista della storia:
Considerando che in conseguenza della Rivoluzione e di una guerra straordinaria, si sono
introdotti nei nomi e nelle cose di questo paese degli abusi sovversivi della sicurezza e della prosperit
di una colonia;
Considerando che le colonie non sono altro che degli insediamenti formati dagli Europei, che vi
hanno condotto dei Neri come i soli individui adatti allo sfruttamento di questo paese; che fra queste
due categorie fondamentali dei coloni e dei Neri, si sono formate delle razze di meticci pur sempre
distinti dai bianchi, che hanno dato vita agli insediamenti;
Considerando che solo questi sono gli indigeni della nazione francese e devono esercitarne le
prerogative;
Considerando che i benefici accordati dalla madrepatria, nell'assegnare i princpi essenziali di
questi insediamenti, non sono serviti che a snaturare tutti gli elementi della loro esistenza, e a indurre
progressivamente questa cospirazione generale, che  esplosa in questa colonia contro i Bianchi e le
truppe inviate agli ordini del generale dal Governo consolare, mentre le altre colonie, sottomesse a
questo regime domestico e paterno, offrivano l'immagine dell'agiatezza di tutte le categorie di uomini
in contrasto con il vagabondaggio, la pigrizia, la miseria e tutti i mali che hanno oppresso questa
colonia, e in particolare i Neri abbandonati a se stessi; cosicch la giustizia nazionale e l'umanit
impongono tanto quanto la politica il ritorno dei veri princpi nei quali riposano la sicurezza e i successi
degli insediamenti costituiti dai Francesi in questa colonia, nel mentre che il Governo bandir con
energia gli abusi e gli eccessi che si erano manifestati anticamente e potrebbero ancora riaffiorare...
Ed ecco l'articolo 1:
Fino a che non sia altrimenti ordinato, il titolo di cittadino francese non sar assunto nel
territorio di questa colonia e dipendenze che dai Bianchi. Nessun altro individuo potr assumere questo
titolo n esercitare le funzioni o gli impieghi che vi sono connessi12.
Il 2 luglio era stato vietato l'ingresso nel territorio metropolitano agli uomini di colore. Il 19
febbraio, un nuovo provvedimento vietava agli ufficiali di stato civile di avallare matrimoni tra un
bianco e una nera e viceversa. La decadenza dell'isola sul piano culturale e sanitario fu da quel
momento inarrestabile. Non si trascur, ovviamente, nemmeno una secca epurazione dell'esercito a
danno degli elementi ormai indesiderabili.
Constantin-Franois Volney, che per varie ragioni si  meritato, rispetto all'imperatore, fama di
indipendente, cerc di impedire questa che a lui sembrava una deriva dai princpi sanciti dalla
Rivoluzione. Era uomo impregnato di cultura enciclopedista, ma aveva anche visto da vicino
l'America; e forse questo conta di pi. Negli Stati Uniti, aveva visto affrontarsi due partiti, uno
filo-francese e l'altro filo-inglese, ed aveva anche notato come la situazione nelle Antille interferisse in
questa tensione. Tornato dall'America nel '98, Volney si trov tra gli intimi del Bonaparte. Il suo
laicismo antireligioso, squisitamente illuminista, gli rendeva per inaccettabili l'avvicinamento alla
Chiesa cattolica e il Concordato; la sua forma mentis repubblicana gli rendeva ripugnante l'idea di
proclamare un Impero. Per questa sua indipendenza si era gi giocata, in precedenza, la chance di
assurgere al Consolato insieme al Bonaparte. Ci per non imped che il pragmatico imperatore lo
costringesse ad accettare, via via, un posto in Senato, il ruolo di Commendeur de la Lgion
d'honneur e infine, addirittura, il titolo di Conte dell'Impero. L'imperatore procedeva diritto sulla
strada del trionfo borghese: trionfo di cui tanto la liquidazione del suffragio universale quanto il
ripristino della schiavit coloniale (modello inglese) erano pilastri. Volney era un po' una nota stonata:
impigliato nella contraddizione, presto esplosa in tutta la sua chiarezza, tra il valore universale (e
proprio perci estremamente fastidioso) dei princpi dell'89 e la pratica effettuale del dominio della
classe finalmente padrona della scena. Una classe che aveva modi sbrigativi e nessun desiderio di stare
ancora al gioco dei princpi universali, ai quali invece tantissimi nobili (poi ex nobili) avevano, come
singoli, aderito nell'aurora, ricchissima di futuro, dell'epocale frattura del 1789.
Ovvio dunque che non potessero durare ancora i giganteschi pupi greco-romani
dell'armamentario oratorio ed emotivo del personale politico giacobino.
In realt innaturale era il travestimento antico di questi moderni rivoluzionari. Banalizzando
un famoso giudizio di Marx, Edward Hallett Carr ha definito quella classicistica una componente
anomala della cultura politica dei giacobini13. Nel sesto capitolo della Sacra famiglia Marx ed Engels
coglievano la contraddizione del classicismo giacobino:
Essere costretti a riconoscere ed a sanzionare, nei diritti dell'uomo, la societ borghese
moderna, la societ dell'industria, della concorrenza generalizzata, degli interessi privati che
perseguono liberamente i loro fini, dell'anarchia, dell'individualismo naturale e spirituale,
completamente alienato; e al tempo stesso voler annullare d'un colpo, per i singoli, le manifestazioni
vitali di questa societ, pretendendo di arrangiare alla maniera antica la testa politica di questa societ:
quale illusione colossale! La tragedia di questa illusione esplode il giorno in cui Saint-Just, avviandosi
alla ghigliottina, mostra la grande tavola dei Diritti dell'uomo murata nella sala della Consiergerie ed
esclama con fierezza: E nondimeno io ne sono l'autore! Questa tavola proclama, per l'appunto, il
diritto di un uomo che difficilmente potrebbe essere l'uomo della societ antica, cos come le
condizioni economiche ed industriali in cui vive non sono quelle dell'antichit.  sotto il Direttorio che
la societ borghese esplode irrefrenabilmente  societ che proprio la Rivoluzione aveva liberato dai
ceppi feudali e riconosciuta ufficialmente, sebbene il Terrore avesse cercato di sacrificarla ad una
concezione antica della vita politica14.
Marx ed Engels ravvisano dunque proprio nella breve forzatura del Terrore il massimo
sforzo per dare effettivamente corpo alla democrazia antica. L'armamentario romano viene dismesso
con la fine del predominio giacobino: Una volta stabilita la nuova formazione sociale  scriver Marx
nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852)  scomparvero i colossi antidiluviani, e, con loro, il mondo
romano resuscitato15. Ben presto sarebbero stati, a loro volta, gli eventi-cardine della Rivoluzione (le
sue tappe, le sue accelerazioni, le sue cadute, le sue sconfitte) nonch gli schieramenti formatisi in quel
decennio che va dall'89 al 18 brumaio a costituire i nuovi miti ed il nuovo linguaggio.
...
.
...
Capo 4. La prima vittoria del liberalismo.
.
Con profetica lungimiranza il versatile Barre, a suo tempo Anacron de la guillotine, nei
giorni subito seguenti il colpo di Stato bonapartista del 18 brumaio scriveva a Bonaparte (7 frimaio):
Le idee rivoluzionarie sono logore, quelle reazionarie sono odiose, non c' ormai posto che per le idee
liberali1. Barre non era certo stato, da convenzionale e da membro del Comit de salut public, n un
moderato n un tollerante. Oggi alcuni pensano che sia stato, proprio nel momento del suo maggiore
scatenamento estremistico, una spia inglese2. Questo per non implica necessariamente che nutrisse in
segreto sentimenti o istinti liberali. Quello che scriveva al Bonaparte, quando questi aveva appena
varcato il Rubicone della legalit repubblicana per lanciarsi nell'avventura del potere personale, era
forse solo dettato da opportunismo. Sta di fatto che, trascorsa la quindicennale bufera napoleonica, il
giusto mezzo liberale si presentava all'orizzonte europeo come la soluzione prevalente, la via
d'uscita. Il paradosso era che Napoleone era stato combattuto e vinto in nome della libert, in primo
luogo dalla liberale Inghilterra, che pretese dal ritornante Luigi XVIII la concessione di una Carta. E
nondimeno in nome della libert i movimenti di opposizione, per lo pi clandestini e non di rado
perseguitati e repressi, combattevano contro l'ordine nuovo emerso dalla vittoria dei coalizzati sul
Bonaparte e dal faticoso Congresso viennese, culminato nella costituzione di una Santa alleanza,
promossa dallo zar, appoggiata da Prussia e Austria, con l'esclusione dell'Inghilterra.
Si profila gi allora uno scenario che, con alti e bassi e con un rinnovato offuscamento al tempo
del Secondo Impero, sar una costante dei rapporti tra le potenze in Europa: una maggiore vicinanza tra
Francia e Inghilterra di contro al re di Prussia e ai due imperatori di Austria e Russia. La Santa
alleanza, partorita dalla testa ormai infatuata di misticismo dello zar Alessandro I, nonostante l'iniziale
valutazione datane da Metternich (pomposa nullit), attrasse i sovrani che  insieme con lui 
controllavano la met centro-orientale del continente. Il documento proposto dallo zar stabiliva che i
rapporti tra i sovrani dovevano ormai basarsi sulle sublimi verit che insegna la Santa Religione del
Nostro Salvatore, e che i principi dovevano, d'ora innanzi, attenersi ai precetti di giustizia, di carit
cristiana, di pace; i sovrani e i popoli dovevano considerarsi parte di un'unica nazione cristiana, ed i
tre monarchi contraenti avrebbero svolto il ruolo di padri di famiglia nei confronti dei sudditi.
Venendo da un sovrano che era anche il pi autorevole esponente della fede greco-ortodossa, questo
documento ed il conseguente patto non pot avere l'adesione del papa di Roma: uno dei pochi capi di
Stato che, pur avendo direttamente patito l'esuberante aggressivit del Bonaparte, non entr a far parte
della Santa alleanza.
Essa era formulata in modo da dare per risolte le lacerazioni confessionali che continuavano a
costituire barriere tra gli Stati europei. L'unico principe cattolico che avesse contribuito (ma in verit in
modo assai modesto) alla caduta del Bonaparte era l'imperatore d'Austria. Gli altri tre erano un
anglicano, un luterano, un ortodosso. Peraltro gli stessi contraenti l'insolito ed ecumenico (in termini
confessionali) patto avevano avuto, rispetto alla Francia rivoluzionaria, e poi al Bonaparte, una
condotta tutt'altro che rettilinea; per non parlare dei principi (come la casa regnante del
Baden-Wrttemberg) che erano stati organicamente alleati dell'Imperatore dei Francesi. Tutta la
Germania renana aveva guardato a lui con favore. Il re di Prussia, nell'aprile del 1797, aveva
addirittura stipulato con la Repubblica francese, all'epoca governata in gran parte da uomini che erano
stati regicidi, una pace, la pace di Basilea, che aveva tolto alla coalizione antifrancese un pezzo
importantissimo. Lo stesso zar, a Tilsit (1807), aveva stretto con l'usurpatore Bonaparte  nell'orrore
delle frotte di migrs che popolavano i salotti della nobilt russa  un patto che significava di fatto la
spartizione dell'Europa. Peraltro proprio la campagna contro la Russia aveva determinato la vera fine
dell'avventura politico-militare del Bonaparte.
Incrollabile, mai condiscendente, sempre sul piede di guerra, sola o con altri, aveva mantenuto
una ininterrotta ostilit l'Inghilterra. I suoi servizi segreti si erano illustrati in un infaticabile lavoro di
penetrazione e di sgretolamento dall'interno della Francia prima rivoluzionaria e poi imperiale. E
questa costante minaccia, realizzata con una bravura senza pari, fino a virtuosistici successi di
intelligence quali la conquista di generali di primo piano (o, nel caso di Barre, di politici di grande
rilievo e delicata responsabilit), aveva contribuito in modo decisivo a rendere poliziesco e repressivo il
regime francese, prima repubblicano e poi imperiale. La gran parte dei bollettini che quotidianamente
Fouch e poi il suo successore Savary inviavano all'imperatore riguardavano l'attivit delle spie
inglesi, la loro individuazione, l'eventuale loro liquidazione.
 quasi comprensibile, nonostante l'effetto grottesco e anacronistico, che Alessandro I,
cercando un terreno comune che legasse stabilmente per il futuro i sovrani e i principi che avevano
avuto a che fare con la lotta, alla fine vittoriosa, contro il Bonaparte, non trovasse di meglio che il
modello della immaginaria nazione cristiana d'Europa, e non altra ideologia-collante fuorch la
Santa Religione del Nostro Salvatore. Ma le defezioni, da un lato del papa, dall'altro dell'Inghilterra,
gli avranno immediatamente raffigurato che l'Europa non era un'entit unitaria nemmeno da quel
punto di vista.
L'Inghilterra aveva per cos dire tenuto in caldo, per rimetterlo sul trono, il fratello del re
ghigliottinato: il conte di Provenza divenuto, al rientro e dopo la prima abdicazione di Napoleone,
Luigi XVIII (Louis le dsir, come allora si disse), l'uomo che Mirabeau avrebbe volentieri visto sul
trono (e che si era formato su Voltaire e sugli illuministi). E nonostante il nugolo di chouans, migrs
ultra-reazionari, fanatici e lestofanti che costituivano la variopinta e rissosa comunit dell'emigrazione
francese a Londra, entro la quale Luigi abilmente si districava, fu per scelta e determinazione inglese
che la forma statale imposta alla Francia per il dopo-Bonaparte fu il modello
monarchico-costituzionale, sia pure assai conservatore (suffragio molto ristretto, fino ai limiti del
risibile). Questa esplicita interferenza, onde il vincitore impone al vinto il sistema politico con cui deve
governarsi (nel presupposto che il sistema politico prima vigente fosse la mali labes oltre che la causa
del conflitto), fu esperimentata in Europa primamente dagli Spartani che imposero agli Ateniesi, con la
resa del 404, di adottare un governo ultra-oligarchico. Analogamente negli ultimi mesi della prima
guerra mondiale, quando la Germania era ormai in ginocchio, fu Wilson in persona che pretese che il
Kaiser attribuisse il posto di cancelliere del Reich al moderato-liberale principe bavarese Max von
Baden. Fu nello stesso spirito che l'Inghilterra di Castlereagh, di Wellington e del conte di Liverpool
impose alla Francia una 'caricatura' del liberalismo inglese come forma finalmente accettabile di
governo. E le due potenze si trovarono allora effettivamente vicine rispetto ai tre sovrani stretti nella
Santa alleanza. Naturalmente l'Inghilterra non aveva combattuto per oltre vent'anni una guerra senza
remissione contro la Francia, al solo fine di affermare la superiorit del modello costituzionale inglese
(idolatrato da Burke ed altri ideologi) di contro al drastico giacobinismo ed all'ancor pi drastico
interventismo di Napoleone. Sin da quando gli eserciti arruolati dalla Rivoluzione nel momento di
massimo pericolo avevano sgominato i compassati eserciti di mestiere dell'ancien rgime, il vero
problema del governo inglese era stato il panico per il riprodursi, in forme davvero inedite ed ancor pi
pericolose, di una rinnovata egemonia francese sul continente, dopo Richelieu e Luigi XIV. Di qui la
tenacia e la disinvoltura nell'agganciare alleati, compreso il Sultano infedele, aiutato da Nelson al
tempo della spedizione francese in Egitto, e daccapo al Congresso di Vienna quando fu sollevato il
molto imbarazzante problema della libert da dare ai Greci oppressi dalla grande potenza ottomana.
Ma si sa che la propaganda del vincitore  almeno altrettanto forte che le sue armi. Per la
tradizione moderata, inglese e continentale, la vittoria contro Bonaparte era stata il coronamento della
giusta lotta contro il tiranno e dunque per la libert (democrazia era parola molto sgradita, che non
era ancora entrata, come sar al tempo della propaganda anti-comunista, in stabile coppia sinonimica
con libert).
Il ritorno del Bonaparte dall'Elba aveva ricreato il panico; il prode Luigi XVIII era fuggito a
Gand, e l aveva atteso trepidante, attorniato dai vari Chateaubriand, la possibilit di rientrare. Ma il
secondo rientro, la seconda restaurazione fu pi dura e feroce, il terrore bianco (di cui la proditoria
uccisione del maresciallo Ney  solo l'episodio pi noto) non sfigur rispetto ai precedenti terrori:
quello giacobino e quello termidoriano contro i giacobini (definiti elegantemente terroristi dai loro
avversari). Ha scritto Maurice Duverger in un saggio di cui torneremo a parlare:
L'estrema destra comincia pi tardi e con maggior moderazione a massacrare gli avversari. Ma
lo far con maggiore regolarit e su scala pi vasta. In senso proprio si chiamano 'terrore bianco' le
rappresaglie realiste contro i liberali dopo i Cento giorni. Infier soprattutto nel Sud della Francia:
vennero uccisi bonapartisti e soldati nelle strade di Marsiglia e di Nmes, il maresciallo Brune fu
assassinato ad Avignone, parecchi protestanti nel Gard, centinaia di persone nelle citt e nei villaggi
della costa mediterranea. Partendo da Tolosa, gli ultrarealisti legati al duca d'Angoulme
moltiplicarono assassin ed esecuzioni in numerosi altri dipartimenti. Il governo fece fucilare il
generale La Bdoyre, i fratelli Faucher, il maresciallo Ney ecc.3.
Si potrebbe dire che questa fu la fase del liberalismo sanguinario. Sarebbe troppo macabra
ironia. Il fatto  che dell'impronta liberale, ancorch pallida, della prima Restaurazione non restava
quasi nulla, tranne la Carta, sempre pi disattesa: soprattutto sul terreno prediletto dalle sopravvissute
lites liberali  e di cui diremo pi avanti  della libert de la presse (libert di stampa).
Perci fa una certa specie leggere nel testo sacro del liberalismo ottocentesco, La libert des
Anciens compare  celle des Modernes (il discorso fu pronunciato da Benjamin Constant all'Athne
Royale nel 1819):
Chiamati dalla felice nostra rivoluzione (la chiamo felice non ostante i suoi eccessi perch mi
concentro sui suoi risultati) a godere i benefici di un governo rappresentativo,  interessante e utile
cercar di capire perch questo tipo di governo, il solo sotto cui ci sia possibile [nous puissions] oggi
trovare un po' di libert e un po' di pace, sia rimasto quasi del tutto sconosciuto alle nazioni libere
dell'antichit4.
Questa formulazione si trova quasi al principio, nella seconda pagina del celebre opuscolo.
L'aspetto pi evidente di questa esordiale proclamazione  che, secondo l'autore, la Francia della
seconda Restaurazione (certo siamo ancora nei mesi precedenti l'assassinio del duca di Berry e la
conseguente stretta poliziesca)  un paese che gode di pace e libert entro la cornice del modello
costituzionale migliore possibile, cio quello del governo rappresentativo. L'altra constatazione che
si prospetta leggendo queste righe  che, per l'autore, vi  una sorta di continuit tra la felice nostra
rivoluzione e la Carta di Luigi XVIII, fatto salvo che la Rivoluzione ha prodotto degli eccessi, che
ormai si possono mettere tra parentesi. Eccessi consistenti appunto nel costringere la Francia a godere
di quel bene  il pouvoir social  che essa non voleva: cio nella forzata adozione del modello antico
di libert. Dunque anche Bonaparte rientra nel cono di luce del governo rappresentativo? A giudicare
dagli alti e bassi dei rapporti tra Constant e l'imperatore non  facile dirlo. L'anti-bonapartismo di
Madame de Stal sar certo alla base di Spirito di conquista e usurpazione (1814): resta il fatto che nei
Cento giorni Constant  al fianco del Bonaparte ed  addirittura l'autore, in quanto membro del
Consiglio di Stato, dell'Acte additionnel aux Constitutions de l'Empire. Ma nei mesi precedenti,
durante la prima Restaurazione, si era messo d'impegno a scrivere schizzi costituzionali che
preludevano, nella sostanza, alla dichiarazione di Saint-Ouen (3 maggio 1814) e alla pubblicazione
della Carta costituzionale del neo-sovrano (4 giugno). Insomma, sembra proprio che la vicenda di
questi anni convulsi sia per Constant essenzialmente un progressivo affermarsi, pur tra incidenti,
eccessi e diversivi, di una linea maestra: quella del governo costituzionale, cio della libert dei
moderni.
La continuit  anche nel suo impegno di parlamentare. Contro il tiranno ritornato in patria
egli tuona nel Journal des dbats del 19 marzo 1815. Non riesce ad imbarcarsi a Nantes per riparare
all'estero; allora fa di tutto per incontrare il tiranno alle Tuileries il 14 aprile; folgorato dal
magnetismo del redivivo imperatore, accetta di entrare nel Consiglio di Stato; scrive per lui l'Acte
additionnel; ma gi nel 1818  candidato alle elezioni; gli riuscir di essere eletto nella Sarthe l'anno
dopo, appunto al tempo della Libert des Anciens compare  celle des Modernes. Ricoprir altre due
volte il mandato parlamentare (1824-27; 1827-30), far in tempo a vedere la Rivoluzione di luglio e gli
toccheranno, l'8 dicembre del '30, funerali nazionali in forma di autentica apoteosi. Questa s che 
continuit.
Alle elezioni del 1818, il corpo elettorale era composto di 88.000 persone. Per i liberali alla
Constant, tuttavia, la vera posta in gioco non era l'allargamento del suffragio (beninteso senza propositi
estremistici come il suffragio universale sancito, fino a quel momento, unicamente dall'effimera
Costituzione dell'anno II) ma la libert de la presse. La stampa  lo strumento principale, e
preziosissimo, con cui una minoranza parlamentare agguerrita fa sentire la propria voce entro una
cornice istituzionale-parlamentare assolutamente asfittica, e tuttavia concordemente definita regime
libero. Constant militava tra gli Indipendenti: una formazione (partito  parola impropria in
quest'epoca e in presenza di un corpo elettorale censitario cos ristretto) considerata di estrema, in
quanto nettamente liberale. In essa confluivano quegli esponenti gi repubblicani (e magari definiti
tout court giacobini) o bonapartisti che solo attraverso l'identificazione semplificatoria con questo
gruppo potevano continuare ad agire politicamente. Non va dimenticato che anch'essi dovevano
riuscire a conseguire l'elezione nel quadro di un meccanismo cos sfacciatamente censitario e
oligarchico. Il camuffamento non poteva essere cos facile; e del resto la loro azione parlamentare era
costantemente sotto osservazione. Vedremo tra breve le traversie  sino all'arresto in aula per
apologia del terrore!  toccate all'integerrimo Jacques-Antoine Manuel, universalmente rispettato ma
per il potere non pi che un cripto-giacobino. In questi anni, liberale significa senz'altro
rivoluzionario, dal punto di vista dei governi, della reazione internazionale, della Santa alleanza da
un lato e della Quadruplice alleanza (comprendente anche l'Inghilterra) dall'altro. Al tempo stesso, era
ovvio che alcune parole non fossero pi pronunciabili: e dunque ogni rivoluzionario, ogni
democratico si definiva senz'altro liberale. Una scelta a met tra la presa d'atto dei cambiamenti e
delle dure repliche della storia ed il camuffamento. Del resto non  successo qualcosa di molto
diverso, nel nostro continente, al momento del riflusso a destra conseguente alla fine dell'esperienza
sovietica: gran parte delle forze scaturite da quel sommovimento hanno finito col darsi un orizzonte ed
un linguaggio, se non anche la definizione, di liberali.
La vicenda di Jacques-Antoine Manuel  sintomatica, e merita, qui, un cenno. Nato nel 1775, a
diciassette anni, in pieno '93, si era arruolato negli eserciti repubblicani, aveva partecipato alle
campagne di quegli anni fino a Campoformio; poi aveva scelto la carriera dell'avvocatura ed aveva
svolto un ruolo nella Camera dei rappresentanti durante i Cento giorni. Fu eletto alla Camera nel 1817
e, nonostante la violenta opposizione degli avversari e le insidie governative, rieletto ogni volta, fino
alla drammatica sua cacciata dal Parlamento ad opera della gendarmeria il 3 marzo del 1823.
All'ingiunzione, profferita in piena Camera, Gendarmes, empoignez M. Manuel, l'energico deputato
replic, rivolto al gendarme che gli era accanto: Questo mi basta, signore, sono pronto a seguirvi, e si
lasci prendere il braccio per dimostrare che si era fatto ricorso alla forza per cacciarlo dal Parlamento.
Quale il suo delitto? Scrive un suo appassionato biografo che egli si era accollato l'onorevole compito
di difendere la Rivoluzione dagli attacchi indecenti e ingiusti di cui essa era costante bersaglio alla
tribuna parlamentare. Molti deputati esitavano a replicare a quegli attacchi per paura di passare per
sostenitori degli eccessi che avevano macchiato quell'epoca. Il costante sforzo di Manuel era invece
di dimostrare che nella gran parte i risultati della Rivoluzione erano stati incontestabilmente ed
eminentemente utili, che bisognava mettere un freno al torrente di invettive che lo zelo
contro-rivoluzionario faceva debordare da ogni parte5. La posta in gioco era dunque storiografica e
politica insieme. Il processo alla Rivoluzione, la sua condanna (nello stile di de Maistre, Les bienfaits
de la Rvolution) erano in pieno sviluppo sull'onda della vittoria politico-militare delle potenze
coalizzate e della reazione internazionale; e dunque il revisionismo in senso filo-rivoluzionario agiva su
di un duplice piano. Gli argomenti da battere erano quelli che abbiamo conosciuto anche alla fine del
XX secolo: la lista dei crimini, il libro nero.
Il pretesto per la cacciata di Manuel dal Parlamento fu colto per l'appunto in un suo accenno
alla pagina nevralgica della Rivoluzione. Era in discussione la politica spagnola. Attaccando il progetto
di legge governativo, Manuel si era espresso molto francamente sul conto di Ferdinando VII. Aveva
fatto intravvedere la possibilit che questo re, prigioniero, potesse subire (a giusto titolo, egli
sottintendeva) la sorte che l'entrata dei coalizzati sul suolo francese aveva attirato sul capo di Luigi
XVI. Furono queste le parole che scatenarono gli ultras. Ma l'espulsione ebbe una coda imprevista. I
deputati della sinistra uscirono al grido di Siamo tutti Manuel!. Una folla enorme accolse il
deputato espulso all'uscita di Palais Bourbon e lo port in trionfo fino a casa. Era il primo grande
successo pubblico della Rivoluzione, infamata dai vincitori e debolmente o per nulla affatto rivendicata
da una sinistra troppo remissiva o subalterna. Era dunque non privo di fermezza il cenno di Constant
alla nostra felice rivoluzione.
Tutto il fervore di opere e dizionari biografici, che pullulano a partire dalla grande impresa dei
fratelli Michaud incominciata negli ultimi anni dell'Impero, ma soprattutto a seguito dello choc
rappresentato dalle reiterate edizioni del micidiale Dictionnaire des girouettes (1815), costituisce un
aspetto essenziale della battaglia politica scatenatasi alla fine drammatica, e prolungata, dell'Impero.
Fu una resa di conti storiografico-politica. Si lanci il 'genere' delle biografie dei viventi, che
significava non soltanto denuncia dei disinvolti comportamenti individuali, ma anche, e non meno,
bilancio di un'epoca: dei venticinque anni che avevano cambiato il mondo e che solo apparentemente
terminavano con un ritorno ad pristinum. Le due serie pi prestigiose e pi diffuse, la Biographie
nouvelle des contemporains di Arnault e compagni e la Nouvelle biographie des contemporains di
Rabbe  l'una incominciata nel 1820 l'altra alla vigilia della Rivoluzione di luglio  sono entrambe
pervase dal proposito di salvare la Rivoluzione e l'Impero: sono due grandi imprese revisionistiche
in contrasto abile ed efficace nei confronti della damnatio memoriae tentata dai vincitori.
Il Discours prliminaire, non firmato, della Biographie nouvelle  il manifesto di questa
riscossa storiografica. L'avvio  sintomatico: La Rivoluzione francese  la pi grande epoca della
nostra storia, e forse della storia d'Europa. L'ispirazione di fondo  girondina (non  del tutto vero,
come ogni tanto si ripete, che delle fazioni di quegli anni l'unica senza discendenza sarebbero stati i
girondini); il concetto centrale  che la Restaurazione non ha potuto non porsi sul terreno dei valori
fondamentali affermati dalla Rivoluzione:
Vanamente il processo contro la Rivoluzione  scrive il prefatore (forse Arnault)  fu ripreso in
diversi momenti e vanamente dura, forse, ancora. Per sostenere la causa dei vecchi interessi, gli
avvocati difensori del regime assoluto hanno dovuto industriarsi di dimostrare che quel tipo di governo
era libero: hanno dovuto cio essi stessi discendere nell'arena della libert ed offrire il singolare
spettacolo di una truppa di assedianti i quali prendono e fanno propri i colori degli assediati per entrare
nella loro piazzaforte.
Ma  prosegue  essi furono riconosciuti sotto il loro travestimento, perch non avevano la
parola d'ordine: la patria. E qui il prefatore tocca un punto di forza del revisionismo filo-rivoluzionario:
la Rivoluzione aveva salvato la nazione e l'aveva fatta grande, e vi era riuscita appunto perch capace
di mobilitare il patriottismo delle masse, che si erano riconosciute nella repubblica. Anche Manuel,
sotto attacco in Parlamento, aveva detto ai suoi critici che non era affatto vero che la virt s'era
rifugiata nell'arme durante quegli anni, e aveva addirittura indotto anche i suoi contraddittori ad
ammettere che le guerre patriottiche della Rivoluzione erano patrimonio comune. (Come la Grande
Guerra Patriottica mobilita gli spiriti ed  patrimonio di tutti, o della grande maggioranza, anche
nell'odierna Mosca post-comunista).
L'altro punto di forza di questo straordinario Discours prliminaire  nell'allargamento dello
sguardo non solo a tutta l'Europa, ma oltre l'Europa. La Rivoluzione ha vinto, nonostante l'umiliazione
di vedere due volte in breve volger di tempo i coalizzati entrare in Parigi, perch la nostra riforma
politica del 1789, vanamente combattuta da coalizioni votate alla sconfitta, vanamente sdegnata da
coalizioni vittoriose, ma di recente adottata da tre popoli meridionali [intende dell'America del Sud] e
attesa da tutti gli altri,  divenuta l'evento epocale, il punto di partenza, il prototipo della nuova civilt
dei due emisferi. Da rilevare la consapevolezza del valore universale dei princpi affermati dalla
Rivoluzione, anche attraverso la sua straordinaria capacit espansiva, e la mancanza di ogni riferimento
all'antecedente statunitense: non  una dimenticanza,  un giudizio.
Nella parte conclusiva un'ampia trattazione  riservata ai crimini. Ma la riflessione si
contorce su se stessa: salva sia Charlotte Corday sia i deputati montagnardi che si suicidano posti
sotto accusa davanti ad un tribunale militare; si spinge all'audace tesi secondo cui per lottare contro
il crimine la virt  talora costretta a conformarsi ad esso, ad usarne i metodi6. Fuori da ogni recupero
restano i Robespierre, i Couthon, i Marat. Ma  gi molto. Si pu dire che ad ogni passo avanti sul
cammino della democrazia sostanziale corrisponder un passo in avanti nel recupero storiografico del
grande fatto, ancora lancinante, della Rivoluzione.
Certo non era facile serbare un'immagine di coerenza tra tante convulsioni. Il Dictionnaire des
girouettes (1815) elargisce a Constant ben tre vessilli o bandierine, corrispondenti ad altrettante
giravolte. Poco, rispetto alle dodici di Talleyrand, ma pur sempre un discreto piazzamento. Non era un
accesso di goliardia quel repertorio. Le accanite e puntigliose risposte e rettifiche che provoc
dimostrano che aveva colto nel segno. Le censeur du Dictionnaire des girouettes, ou Les honntes gens
vengs, che si presenta come di un anonimo C. D. (Parigi, settembre 1815; nel frattempo era apparsa
anche una seconda edizione del Dictionnaire) comprende un paio di centinaia di pagine, molte
disquisizioni e pochi fatti. Del resto il pi forte argomento addotto dal censeur  che, nel momento
attuale, vi  solo bisogno di oblio, in Francia.
In realt l'adesione alla rinnovata avventura del Bonaparte aveva comportato per Constant, oltre
alla stesura dell'Acte additionnel, anche quella di un Manifesto che Napoleone aveva chiesto venisse
lanciato a proprio sostegno (non  chiaro chi sarebbero stati i firmatari, oltre allo stesso Constant).
Napoleone aveva richiesto questa prestazione l'8 giugno, ma gi l'11 partiva per il fronte e sei giorni
dopo ci sar Waterloo7. In questi casi si  portati a pensare che il malcapitato intellettuale organico
obbedisca per spirito di servizio o comunque perch ritiene di non avere altra scelta. Nel caso di
Constant, invece, disponiamo del suo diario di quei giorni, e all'8 giugno possiamo leggere: Nous
avons besoin d'une victoire. Manifeste  faire. Il faut que ce soit un morceau superbe. L'Europe en sera
frappe, si elle n'est pas convertie8. Quest'ultima frase  in un testo scritto per s medesimo 
illumina in modo inequivocabile intorno all'adesione di Constant alla rinascita dell'Impero.
Ancora nel 1815 usciva, presso un editore quale Delaunay, il Dictionnaire des Protes
modernes, par un homme retir du monde; e anche qui le giravolte di Constant erano prese di mira,
essenzialmente sulla base del testo della gi ricordata invettiva sua contro Bonaparte rientrato
dall'Elba. Quello che merita attenzione non , qui, tanto la disinvoltura del pubblicista, sempre pronto 
come scrive l'anonimo  a presentare ses ides pour des principes, et ses rveries pour des vrits,
una vera tte  constitutions, come incalza il mordace lessicografo. Quello che pi interessa rilevare
 che nell'articolo del 19 marzo del '15 c' gi il succo del discorso all'Athne Royal del 1819. Dalla
parte del re  scrive Constant  c' la libert costituzionale, la sicurezza, la pace; dalla parte di
Bonaparte la schiavit [...]. Noi godevamo, sotto Luigi XVIII, di un governo rappresentativo: c'era
l'autogoverno [noi governavamo noi stessi]. Da Bonaparte subiremo un governo di Mamelucchi
ecc..
Al di l degli insulti al Bonaparte  poco dopo bollato come Attila e Genghiz Khan (quantunque
pochi giorni dopo, fallito per Constant il tentativo di fuga da Nantes, venerato e gratificante elargitore
del titolo di Consigliere di Stato)  il punto che conta  la definizione del regime libero instaurato da
Luigi XVIII. Esso consta di tre cardini: libert costituzionale, governo rappresentativo,
autogoverno; che sono, per l'appunto, i cardini della libert dei moderni nel Discours comparativo
del 1819.
L tutto diventa chiaro, anche il contributo concreto di tali eleganti formule. Guardiamo infatti
alla conclusione: La libert deve consistere, per noi, nel godimento pacifico dell'indipendenza
privata. Indipendenza privata significa, invero, la ricchezza. Lo si capisce dalla tirata finale, dove
Constant scioglie un inno alla prevalenza della ricchezza nei confronti dell'autorit di governo:
Il denaro  il freno pi efficace al despotismo [...]. La forza nei suoi confronti  inutile: il denaro
si nasconde o fugge [...]. Il credito non aveva, presso gli antichi, l'importanza che ha per noi. I loro
governi erano pi forti dei privati. Al contrario i privati al giorno d'oggi sono dovunque pi forti del
potere politico. La ricchezza  una forza meglio applicabile ad ogni interesse e di conseguenza assai pi
reale e meglio obbedita. Il potere minaccia, la ricchezza compensa. Si sfugge al potere ingannandolo;
ma per ottenere i favori della ricchezza bisogna servirla. Finir con l'aver essa il sopravvento9.
In espressioni quali meglio obbedita, bisogna servirla, sopravvento, cos come, pi in
generale, in questo capovolgimento del rapporto tra governo e ricchezza a favore di quest'ultima,
vi sono elementi di analisi della societ novamente sbocciata sotto gli occhi dei moderni che suonano
molto vicini alla intuizione di Marx intorno al predominio strutturale del capitale come tratto
peculiare dei nuovi rapporti economici. In entrambi, in Constant come poi in Marx,  comune l'intento
di descrivere scientificamente una situazione concreta colta nel suo carattere essenziale, non gi
l'atteggiamento predicatorio o moralistico di chi descrive come dovrebbero andare le cose.
Non appaia pedantesco osservare che anche Constant schematizza a proposito degli antichi.
Uno dei pochi testi che trattano di politica economica, alla met del IV secolo a.C., il discorso di
Demostene Sulle simmorie, teorizza esattamente questo: La ricchezza bisogna lasciarla ai ricchi; non
c' posto migliore per conservarla [...]; i capitali, che ad Atene sono enormi, verranno fuori, e senza
bisogno di coercizione, quando la citt ne avr bisogno (28). Testimonianza, ovviamente, non
risolutiva n da intendersi in modo assoluto o da generalizzarsi, ma che mostra come il rapporto tra i
ceti, avente come posta in gioco la ricchezza, fosse conflittuale o instabile anche nella citt antica.
...
.
...
Capo 5. Suffragio universale: atto primo.
.
Agli albori della democrazia rappresentativa in Europa, due significative voci si sono levate
volte a porne in discussione alla radice il senso ed il valore. La prima, ben nota, e su cui pesano tacce di
ogni genere  ingenuit, disinformazione storica, innata inclinazione al totalitarismo, ecc.   quella
di Jean-Jacques Rousseau, nel gi ricordato capitolo XV del terzo libro del Contrat social (1762). Il suo
presupposto , com' noto, che la sovranit non pu essere rappresentata per la stessa ragione per cui
non pu essere alienata. Non  da trascurare il fatto che in francese reprsentation significhi, al tempo
stesso, sia rappresentanza (la rappresentanza politica, gli eletti) sia rappresentazione. La sovranit
consiste nella volont generale, e la volont generale non si rappresenta. Donde la celebre
considerazione svalutativa del sistema rappresentativo, vigente in Inghilterra ormai da molti decenni:
Il popolo inglese ritiene d'esser libero; si sbaglia grossolanamente;  tale solo durante le elezioni dei
membri del parlamento; non appena questi sono eletti,  subito in schiavit,  un nulla. L'uso che esso
fa della libert nei brevi momenti in cui la possiede gli fa ben meritare di perderla. La controprova, se
cos si pu dire, consiste per Rousseau nel precedente storico dell'antichit: Nelle antiche repubbliche
e anche nelle monarchie il popolo non ebbe mai rappresentanti. Colpisce il fatto che non gli prema
tanto di mettere in luce i limiti gravi che il libero sistema inglese metteva alla rappresentanza, e cio
il sistema elettorale per eleggere i Comuni;  il fatto in s della rappresentanza che viene messo in
discussione. Sembra un paradosso estremistico, ma pone l'accento, in modo lungimirante, su di un
disastroso effetto del sistema rappresentativo: la trasformazione  diciamo noi oggi  dei rappresentanti
eletti in ceto politico (quale che sia la loro appartenenza), la loro sostanziale separatezza dagli
interessi specifici di coloro che li hanno designati come propri rappresentanti, il loro funzionare, in
momenti decisivi, come corpo separato e autoreferenziale. Rousseau denuncia il vizio di partenza, su di
un piano logico e filosofico, ma anche  senza che ci sia detto espressamente  giuridico. Un
ammonimento dunque, che  anche una intuizione precorritrice.
L'altro ammonimento preventivo  quello formulato da Condorcet nel 1785, ben dopo la
Rivoluzione americana e quasi alla vigilia dell'89. Il suo scritto, Essai sur l'application de l'analyse 
la probabilit des dcisions rendues  la pluralit des voix, mette in crisi ogni procedura elezionistica
non appena la scelta degli elettori sia tra pi di due alternative. Secondo l'ormai celebre (e tuttavia
volentieri dimenticato) paradosso, risulta palesemente impossibile ricavare un risultato coerente di
carattere generale (o, come si usa dire, estendere la transitivit delle preferenze individuali a quelle
sociali)1: come dire che le opzioni di un singolo rispetto a tre alternative espresse in una successione
di preferenza (A, B, C) sono esprimibili e coerenti (il signor x preferisce A a B e B a C: questo  del
tutto comprensibile), non cos la somma (o il bilancio) di tante opzioni individuali dello stesso
genere. Lo schema che illustra l'apparente paradosso  fondato su tre opzioni e tre votanti (x, y, z).
ordini ciclici di preferenza
x: ABC
y: BCA
z: CAB
Ne consegue che A vince su B, B vince su C, ma C vince su A, dal momento che, se si raffronta
il risultato di C direttamente con quello di A, si scopre che C ha avuto due preferenze rispetto ad A,
mentre A rispetto a C ne ha avuta una sola, quella di x. Circa mezzo secolo fa l'economista e
matematico Kenneth Arrow riscopr il paradosso di Condorcet e dimostr, con un teorema che
arbitrariamente viene definito paradosso, che nei sistemi di votazione a maggioranza il risultato 
arbitrario: dipende dall'ordine delle preferenze individuali, e queste  per le ragioni dette prima  non
riescono a fondersi in un coerente risultato complessivo2.
 improbabile che gli ammonimenti di Rousseau abbiano avuto effetti sull'orientamento dei
legislatori che misero in moto la molto attiva macchina elettorale degli anni della Rivoluzione. Al
contrario questi cercarono, in genere  fatta eccezione per la Costituzione di Robespierre , dei
correttivi nei confronti del suffragio. Lo limitarono ad alcuni gruppi sociali.
Per le elezioni che diedero vita agli Stati generali radunatisi nel maggio dell'89, il sistema fu a
doppio grado. Una grande massa di Francesi design, nei borghi e nelle citt, non degli eletti, ma degli
elettori. Tutte queste persone non poterono far sentire la loro voce che attraverso i famosi cahiers de
dolance. Gli elettori designati si radunarono nel capoluogo della circoscrizione ed elessero uno (o
pi) deputati.
La Costituzione del 1791 adott anch'essa un sistema di elezione a due gradi: la Costituente,
che partor tale Costituzione, accett in sostanza l'idea di Sieys di classificare l'intera popolazione in
cittadini attivi e passivi, e scart questi ultimi dalle assemblee primarie. Chi erano i cittadini passivi?
Tutti coloro che si trovassero in una situazione di dipendenza e tutti i salariati domestici. Inoltre
furono esclusi coloro che non pagavano alcuna contribuzione diretta, o ne pagavano comunque una
inferiore ad un minimo equivalente alla paga di tre giornate lavorative. Altre esclusioni riguardavano
l'ambito penale. La rottura col passato, in un senso effettivamente democratico, fu sancita dalla
Costituzione di Robespierre, varata il 24 giugno 1793: essa abrogava l'elezione indiretta ed
eliminava le limitazioni censitarie e classiste al diritto di voto. Oltre tutto la Convenzione aveva
abrogato il ruolo stesso di domestico. Quella Costituzione non entr mai in vigore: ne era stata
rinviata l'entrata in vigore al momento in cui fosse finita la guerra contro gli aggressori della
Coalizione, ma il colpo di mano contro Robespierre e la sua eliminazione fecero naufragare l'avvo
della unica e sostanziale pre-condizione della democrazia, cio il suffragio universale. Tutte le
Costituzioni successive, fino a quella del 1848, comportarono delle forti limitazioni al diritto di voto.
Alla prima Restaurazione, la Carta tanto propiziata dalla liberale Inghilterra e concessa da
Luigi XVIII poneva come condizione per essere elettore 300 franchi di contribuzione, e addirittura
1000 per risultare eleggibile. Ma tale brutale modello censitario non era una novit. Era la
riproposizione, sotto altra forma, di ci che Bonaparte aveva stabilito dopo il 18 brumaio. Il 1814 non
fa che codificare il colpo di mano classista del 1799 (appesantito ulteriormente nel 1804). Nel sistema
elettorale instaurato col 18 brumaio, infatti, i cittadini riuniti in assemblee cantonali scelgono i
candidati elettori (sic) tra i seicento pi forti contributori dell'erario (le famose liste dei 600, i quali
diverranno i grands notables dell'Impero). I candidati elettori, a loro volta, si riuniscono in
assemblee dipartimentali per eleggere non gi, finalmente, dei deputati, ma dei candidati deputati,
tra i quali il primo console sceglie i rappresentanti della nazione. L'Acte additionnel dei Cento
giorni, scritto dal maestro di libert Benjamin Constant, riproponeva esattamente questa bruttura.
La legge del 5 febbraio 1817 non differiva gran che dalla legge elettorale del 1814, se non per il
fatto di concentrare tutta la procedura elettorale nelle mani dei prefetti. La legge del maggio 1820
peggior ulteriormente le cose col meccanismo del doppio voto. Ne venne fuori la Camera settennale,
che sostenne il ministero Villle, favor le congregazioni religiose, decise l'intervento in Ispagna e
cacci Manuel dal seggio parlamentare. Eppure fu proprio una Camera eletta con questi metodi che
dichiar (con 221 voti) la decadenza di Carlo X. Ancora una volta la spinta verso la democrazia venne
dalle barricate  i tre giorni di combattimenti iniziati il 29 luglio 1830 , ma i beneficiari furono i
benestanti. La legge del 19 aprile 1831 stabiliva che per essere elettore si dovessero pagare 200 franchi
di contribuzione diretta: ai membri dell'Institut de France e agli ufficiali di terra e di mare veniva
praticato lo sconto del 50%. Pu essere indicativo osservare, per intendere la portata di questi
sbarramenti, che di norma i professori di una facolt letteraria di provincia, in ragione appunto del loro
censo, restavano fuori del corpo elettorale. In un caso accadde che il portiere della facolt, e solo lui,
fosse in grado di pagare la contribuzione, e fu elettore.
Gli studiosi del meccanismo elettorale censitario hanno sempre messo in luce il pi infame dei
suoi aspetti: la compravendita dei voti. I deputati compravano gli elettori ed il potere comprava i
deputati,  stato detto. Ed  una fotografia realistica della prassi elettorale della monarchia di luglio,
regno incontrastato della ricchezza. Mai come sotto Guizot la ricchezza mobile circol con maggiore
rapidit. Ma la tara dell'uso del voto come merce non era nata allora. L'articolo 32 della Costituzione
dell'anno III (entrata in vigore il 25 settembre 1795) prescriveva: Ogni cittadino che la legge ha
riconosciuto colpevole di aver venduto o acquistato un voto  escluso dalle assemblee primarie e
comunali, e da ogni carica pubblica per vent'anni; in caso di recidiva lo  per sempre. Dunque il
fenomeno era gi presente, altrimenti l'idea stessa di una tale sanzione non avrebbe avuto senso. 
degno di nota come  divenuto il sistema della compravendita del voto usuale anche in regimi a
suffragio universale (pi o meno corretto)  siano sorte teorie miranti a difendere tale prassi come
aspetto particolare della pi generale vittoria planetaria del mercato, cui inneggia il pensiero liberale
dopo la pi recente sua vittoria.  l'analogo delle teorie che difendono l'istituto della prostituzione in
nome del diritto di vendere il proprio corpo: teorie che comportano l'inevitabile estensione, sul piano
concettuale, in direzione della difesa della compravendita degli organi (quanto ai prezzi,  il mercato
che decide, ed  logico che il traffico avvenga soprattutto nel cosiddetto Terzo Mondo); e come
culmine concettuale di siffatta teorizzazione dovrebbe porsi il diritto di vendersi come schiavi ad un
padrone (o magari di vendere un minore, che non  ancora persona giuridica). Come antidoto di siffatte
aberrazioni valga la formulazione di un padre del liberalismo, ma obliato, in questo caso, dai suoi
postremi epigoni, il barone di Montesquieu: la libert non pu consistere che nel poter fare ci che si
deve volere; il cui compimento  ricco di sviluppi in varie direzioni, ivi compresa la giustizia sociale 
: e nel non essere costretti a fare ci che non si deve volere (Esprit des lois, libro XI, cap. 3). In
questo spirito Robespierre scrisse, nella sua Dichiarazione dei diritti, che la libert consiste bens nel
poter disporre di s, ma ha la sua regola nella giustizia.
Uno sguardo alla coeva evoluzione dell'Inghilterra mostra come, anche l, sviluppo
dell'industria, crescita numerica  conseguente a tale sviluppo  della popolazione impiegata in
fabbrica o gravitante sulla fabbrica, e rivendicazione di pi ampi diritti, politici e sociali insieme,
vadano di pari passo. Si delinea, nei due paesi che si trovarono a pi stretto contatto ed in maggiore
sintonia dopo il riordino europeo stabilito dal Congresso di Vienna, il contrasto che segner il XIX
secolo tra liberalismo e democrazia, intendendosi per liberalismo non l'astratta e pur vivificante
affermazione di princpi assoluti, ma la pratica concreta dei ceti possidenti e decisi a proteggere col
suffragio ristretto la loro prevalenza sociale.
Democrazia  termine pi che mai vago. Fino al 1848 comprende molte anime, da quella
liberale avanzata (o ex giacobina o cripto-giacobina) a quella socialista nelle sue nuove e remote
manifestazioni (da Babeuf a Buonarroti a Proudhon, per tracciare un profilo solo francese; ma in
Inghilterra va ricordata come componente essenziale del movimento democratico quella cartista e
owenista). Dopo il 1848 la divaricazione sar sempre pi netta, e non si parler pi legittimamente di
un unico moto democratico. Ma fino al 1848 la complessiva designazione ha rispondenza nella
sostanziale unit della battaglia contro i regimi esplicitamente censitari.
In Inghilterra l'ra Canning aveva segnato una rottura con la politica conservatrice di
Castlereagh, il leader che aveva comunque portato il suo paese al patto a quattro con le tre potenze
della Santa alleanza. Si consola, a proposito della politica di Castlereagh, uno storico liberale quale
Herbert Albert Fisher nel terzo tomo (L'esperimento liberale) della sua Storia d'Europa:
Castlereagh, il ministro degli Esteri che diresse il paese trionfalmente attraverso gli stadi
conclusivi della guerra napoleonica, fu denunciato dai suoi compatrioti come incarnazione dello spirito
di reazione e di oscurantismo. Ma paragonato ad Alessandro di Russia o a Metternich, il tory inglese
era un modello di buon senso liberale e illuminato3.
Per quanto sia giusto ammirare la capacit di autocontrollo e di adattamento all'evolversi dei
tempi dei tories inglesi, la cui originale continuit sguita fino al tempo nostro,  tuttavia innegabile
che una rottura fosse necessaria: dallo stesso alveo dei tories vennero uomini di orientamento
liberale-avanzato, che trovarono terreni di intesa con il partito whig. L'uomo che rappresent questa
svolta fu Canning, ammirevole soprattutto per alcune scelte di politica estera. Tenne fuori l'Inghilterra
dagli interventi nell'aggrovigliata vicenda spagnola (settembre 1822 e marzo 1823). Nel novembre
1824 non volle che l'Inghilterra compartecipasse alle decisioni europee sulla questione d'Oriente.
Nel dicembre dello stesso anno procedette al riconoscimento dell'indipendenza delle colonie spagnole.
Nell'anno seguente riconobbe l'indipendenza del Brasile. Rispondendo alle critiche per la sua politica
nell'America meridionale, dichiar ai Comuni il 12 dicembre 1826: Ho fatto nascere il Nuovo Mondo
per raddrizzare la bilancia del vecchio.
La morte di Canning (1827) sembr fermare uno sviluppo in senso progressivo, ma l'impronta
innovatrice da lui impressa non era effimera. Nel '29, sotto la forte pressione dell'Irlanda, fu abrogato
l'odioso Test Act, l'atto di prova che imponeva come condizione per esercitare qualunque ufficio
pubblico l'appartenenza alla Chiesa statale anglicana. Lo sviluppo in senso liberale della politica
inglese veniva anche questa volta agevolato  se non innescato  dalla campagna per i diritti di una
minoranza religiosa.
Intanto la rivoluzione industriale toccava il suo culmine, simboleggiato anche visivamente dalla
prima ferrovia (Manchester-Liverpool: settembre 1830). Crollava, con lo sviluppo su larga scala della
fabbrica capitalistica, il predominio tradizionale dei tories grandi latifondisti, cui il sistema elettorale
garantiva anche il predominio parlamentare. Era il cosiddetto sistema dei borghi putridi. Cittadine di
campagna ormai spopolate o comunque comprendenti un pugno di elettori mandavano ai Comuni,
grazie all'assurda, penalizzante suddivisione delle circoscrizioni elettorali, pi rappresentanti che non
citt ormai popolatissime e altamente produttive. La spinta alla riforma elettorale venne anche
dall'avvento del nuovo sovrano, Guglielmo IV (1830), favorevole ai whigs. Si costitu per la prima
volta un governo comprendente tories liberali e whigs, presieduto da Charles Grey. La parallela
evoluzione, o reciproca influenza, al di l e al di qua della Manica, ebbe il suo peso in questa delicata
circostanza. Cedere sulla legge elettorale significava, per l'ala dura e sin allora dominante dei tories,
perdere moltissimo del loro potere. E alla Camera dei Lords avrebbero certamente bloccato la riforma
elettorale. Fu il colpo inatteso della rivoluzione di luglio a Parigi che li convinse ad abbandonare una
rigidit che avrebbe potuto provocare moti insurrezionali anche in Inghilterra. La riforma elettorale fu
definitivamente varata nell'aprile del 1832. Non era, certo, il suffragio universale, che pareva un'eresia
ancora nel 1861 a John Stuart Mill (Considerazioni sul governo rappresentativo), ma era la rottura del
monopolio parlamentare delle classi ricche: ora si affacci ai Comuni anche una pattuglia di radicali.
Nel 1833 la Camera dei Comuni var la prima legge sul lavoro nelle fabbriche. Fu vietato
l'impiego in fabbrica dei bambini al di sotto dei nove anni (tranne che nelle fabbriche dove si lavorava
la seta!) e per quelli di et superiore ai nove venne fissato per legge un orario massimo di lavoro.
Sembra la caricatura di una legislazione sociale, ma rispecchia fedelmente il tratto dominante del
capitalismo manchesteriano: la sua capacit di far convergere la gran parte della popolazione
urbana nel ciclo produttivo, di fagocitare tutta la societ. Con tratti essenziali, e di straordinaria
efficacia, Marx, nel primo capitolo del Manifesto del partito comunista (febbraio 1848), ha descritto
proprio questo fenomeno:
La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della citt. Ha creato citt enormi [...]
strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all'angustia mentale della vita rurale. [...]
Durante il suo dominio appena secolare la borghesia ha creato forze produttive di massa. [...]
L'industria moderna ha trasformato la piccola officina del maestro artigiano patriarcale nella
grande fabbrica [...]. Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E
vengono poste, come soldati semplici dell'industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di
sottufficiali e ufficiali.
Tutte le classi intermedie precipitano nel proletariato, in parte per il fatto che il loro piccolo
capitale non  sufficiente per l'esercizio della grande industria, e soccombe nella concorrenza, in parte
per il fatto che la loro abilit viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Cos il proletariato si
recluta in tutte le classi della popolazione. E nel secondo capitolo smaschera uno dei lati pi ipocriti
del predominio borghese ammantato di morale media:
Una famiglia completamente sviluppata esiste solo per la borghesia: ma essa ha il suo
complemento nella coatta mancanza di famiglia del proletario e nella prostituzione pubblica [...]. La
fraseologia borghese sulla famiglia e sull'educazione, sull'affettuoso rapporto tra genitori e figli
diventa tanto pi nauseante, quanto pi per effetto della grande industria si lacerano  per il proletario 
tutti i vincoli familiari, e i figli sono trasformati in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro.
Il riferimento , ovviamente, all'impiego massiccio del lavoro minorile, cui le riforme
dell'illuminato governo Grey ponevano un assai modesto rimedio.
 evidente che una visione del genere, che per il tempo e il luogo in cui fu concepita e scritta 
del tutto realistica, comporta un corollario politico quasi ovvio: la fiducia nella forza dirompente del
suffragio universale al fine di scardinare questo ordine sociale. La visione di una progressiva e rapida
proletarizzazione della societ, comprovata dall'esperienza del pi avanzato paese d'Europa (e,
all'epoca, unica potenza mondiale), cio l'Inghilterra, e confortata dalla rapida evoluzione nello stesso
senso della Francia borghese di Luigi Filippo, aveva come logico sbocco un programma non utopico
ma concreto, quello dell'immediata conquista del potere politico da parte di questa grande maggioranza
della popolazione: cio appunto della conquista della democrazia. Nelle parti operative e
programmatiche del Manifesto, questo  detto chiaramente, al principio e alla conclusione del
secondo capitolo (Proletari e comunisti):
I comunisti non costituiscono un altro partito, con sue caratteristiche, accanto o in aggiunta agli
altri partiti dei lavoratori; i comunisti non hanno interessi distinti rispetto a quelli dell'intero
proletariato. [...] L'obiettivo immediato dei comunisti  lo stesso degli altri partiti proletari: il costituirsi
del proletariato in classe, l'abbattimento del predominio borghese, la conquista, da parte del
proletariato, del potere politico
e per chiarezza precisa  alla conclusione dello stesso capitolo  che il primo passo  la
conquista della democrazia. Tale conquista sar la premessa per strappare  grazie alla conquistata
supremazia politica  alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale.
Tutto questo significa, in modo inequivocabile, che l'obiettivo  appunto quello di distruggere
una supremazia che consente alla classe che domina su tutta la societ, nonostante la sua inferiorit
numerica, di occupare il potere politico. Il proletariato (che vuol dire, secondo una constatazione
veridica sul breve periodo, la stragrande maggioranza della popolazione, tutta o quasi in via di
proletarizzazione) deve poter conquistare il potere politico, il che viene adottato come sinonimo di
conquista della democrazia. Ecco l'importanza del suffragio uguale, ed ecco anche il terrore del
suffragio uguale sulla sponda opposta.
Scrivendo nel dicembre del 1847, Marx non prevede la rivoluzione parigina di febbraio.  un
errore di prospettiva vedere in quel piccolo libro ricco di futuro (ma non di un futuro immediato) lo
squillo di tromba della rivoluzione europea. Come ha ben scritto Eric Hobsbawm, il Manifesto
Comunista di Marx e di Engels  una dichiarazione di guerra futura contro la borghesia, ma per il
momento era una dichiarazione di alleanza, almeno per la Germania4. E Hobsbawm ricorda che nel
'48 sono gli industriali della Renania che offrono al trentenne e brillante pubblicista Karl Marx di
dirigere il loro organo di stampa radicale, la Neue Rheinische Zeitung: Egli accett, e lo diresse non
solo come organo comunista, ma come portavoce e guida del radicalismo tedesco.  la retorica
inerente alla agiografia comunista che ha retrodatato, un po' mistificando. Quel che Marx fa e scrive
dopo il febbraio, e dopo il giugno del 1848,  altro  com' ovvio  rispetto a ci che scrive nel
dicembre del '47.
Sul piano politico il programma del Manifesto  un programma di alleanze, anche larghe e
anche disinvolte, non di presa del potere. Appunto perch il fine  la conquista della democrazia: il
fine immediato e imprescindibile, conquistato il quale si strapper alla borghesia a poco a poco tutto il
capitale. Il proposito  di sfondare al pi presto sul fronte immediato e a portata di mano: quello della
vittoria della maggioranza, nella certezza che tale maggioranza, grazie all'azione concreta dei
comunisti, sapr ben distinguere i propri interessi e i propri obiettivi da quelli della minuscola ma fino
ad allora onnipotente minoranza, accorta dispensatrice di suffragi pi o meno ristretti. I comunisti
avranno un ruolo importante nel far s che il proletariato si costituisca in classe, che la proletarizzata
maggioranza della popolazione acquisisca una coscienza di classe.
A tal fine tutta la direttiva espressa nel Manifesto  una direttiva di coalizione con altre forze.
Sulla base del II capitolo  cos incomincia il IV ed ultimo, intitolato La posizione dei comunisti
rispetto ai diversi partiti d'opposizione  va da s quale sia il rapporto dei comunisti con i partiti
operai gi costituiti: va da s appunto perch l'obiettivo comune  la conquista della democrazia
(e questo  l'interesse primo dell'immensa massa proletarizzata ormai dal capitale, e i comunisti non
hanno loro interessi, hanno gli stessi interessi del proletariato). Ecco perch va da s: espressione
drastica e quasi di sufficienza (versteht sich von selbst). Marx soggiunge, come primo esempio: e
quindi con i cartisti in Inghilterra e con i riformatori agrari nel Nordamerica. Il programma dei cartisti
era tutto incentrato sulla modifica dei truffaldini meccanismi elettorali censitari e maggioritari. Essi
chiedevano:
1. suffragio universale maschile;
2. scrutinio di ballottaggio, nelle votazioni di esito incerto;
3. rinnovo elettorale del parlamento ogni anno (un rimedio empirico, ma facilmente criticabile
dai benpensanti, all'inconveniente grave e regolarmente rimosso, messo in luce da Rousseau proprio in
riferimento al popolo inglese);
4. abolizione del censo per gli eleggibili, onde consentire l'elezione anche dei non-possidenti;
5. uno stipendio per i deputati (richiesta, com' chiaro, complementare della precedente, e di
remota ascendenza ateniese);
6. distretti elettorali uguali (pur dopo l'abrogazione dei borghi putridi la situazione di fatto
continuava ad essere iniqua e sfavorevole ai partiti di opposizione);
7. revisione dei distretti dopo ogni censimento.
 evidente che in queste norme  racchiuso un programma mirante alla conquista di una forte
rappresentanza parlamentare (se non di una maggioranza) attraverso il suffragio universale e uguale.
Quindi gli autori del Manifesto passano alla Francia, l'altro paese reputato maturo per la
conquista della democrazia. In Francia  scrivono  i comunisti si alleano col partito socialista
democratico contro la borghesia conservatrice e radicale. In una nota all'edizione del 1888 del
Manifesto, Engels spiega che cosa si intendesse nel 1847 per partito socialista democratico francese:
Era il partito rappresentato allora in Parlamento da Ledru-Rollin, nella letteratura da Louis Blanc, e
nella stampa quotidiana da La Rforme. Quindi aggiunge: Il termine socialdemocrazia indicava, per
questi suoi inventori, la sezione del partito democratico o repubblicano che aveva una colorazione pi o
meno socialista. Nella prefazione alla quarta edizione tedesca (1890) Engels precisa, anche, che Marx
e lui stesso adottarono il termine comunisti per il loro Manifesto, perch socialismo ormai
indicava piuttosto un movimento borghese, comunismo invece era diffuso negli ambienti operai: il
socialismo, almeno sul continente, era una dottrina da salotti, il comunismo l'esatto contrario.
Socialismo era insomma all'epoca un termine pi filosofico-sentimentale-letterario; ma gi con la
Prima Internazionale, nata nel 1864, i partiti dei lavoratori si chiamarono via via socialisti o
socialdemocratici, pur continuando a considerare il Manifesto dei comunisti un importante testo di
riferimento e indiscusso il prestigio dei due autori.
In Svizzera [i comunisti] appoggiano i radicali, senza misconoscere il fatto che tale partito
consta di elementi contraddittori, in parte di socialisti-democratici in senso francese, in parte di radicali
borghesi. Fra i Polacchi, i comunisti sostengono il partito che pone come condizione della liberazione
nazionale una rivoluzione agraria. [...] In Germania, non appena la borghesia mostra di essere
rivoluzionaria, il partito comunista lotta insieme alla borghesia contro la monarchia assoluta, il
latifondo feudale e contro il piccoloborghesume5.
Quanto lontano sia Marx dal prevedere quel che stava per succedere lo si ricava dal capoverso
successivo: Alla Germania i comunisti rivolgono la loro speciale attenzione, perch la Germania  alla
vigilia di una rivoluzione borghese. E precisa che, per evidenti ragioni, tale rivoluzione borghese
tedesca scoppier mentre il proletariato (tedesco)  pi sviluppato rispetto a quello francese del 1789,
e dunque l'imminente rivoluzione borghese tedesca sar l'immediato preludio di una rivoluzione
proletaria. Difficile sbagliare pi ampiamente le previsioni politiche. La rivoluzione a due tappe
scoppier, di l a poche settimane, in Francia, e quella proletaria, del giugno 1848, sar schiacciata
dalla borghesia avanzata. Laddove in Germania la rivoluzione liberale sar dispersa, con lo
scioglimento dell'assemblea di Francoforte, senza alcuna avvisaglia di una seconda fase. La
previsione  che la rivoluzione scoppier in un paese arretrato (la Germania), mentre per Francia e
Inghilterra si tratta della conquista della democrazia attraverso l'arma della alleanza con i gi forti
partiti operai esistenti nei due paesi a capitalismo avanzato6.
Come si sa, Marx ha avuto la ventura di assurgere a punto di riferimento ideale e pratico di un
grande e durevole movimento politico, in particolare di tutte e tre le Internazionali: la Terza,
sicuramente la pi dogmatica delle tre, ne ha fatto l'interprete permanente e permanentemente veridico
della realt (anche quando quella realt era del tutto cambiata). Ci ha giovato alla diffusione planetaria
degli scritti del grande intellettuale renano (solo con la Terza Internazionale il Manifesto avr una vera
diffusione mondiale, in milioni e milioni di copie in tutte le lingue del mondo), ma ha nociuto molto ad
una lettura non mitizzante delle sue pagine: soprattutto di queste.
In esse, com' chiaro, l'ottica  europea (tranne il fuggevole cenno al non molto rilevante
partito dei riformatori agrari del Nordamerica). L'ottica europea  che era un'eredit dell'espansione
europea del giacobinismo presente anche nel Mazzini degli anni 1834-36   dichiarata sin dal primo
rigo: Uno spettro si aggira per l'Europa. Ed  ribadita dalla breve rassegna finale, la quale non si
spinge pi a est della Polonia e ignora tutta l'Europa meridionale, ma che, con una impennata
astrattamente universalistica, si chiude col celebre incitamento ai proletari di tutto il mondo ad
unirsi.
Vincere le elezioni attraverso un suffragio davvero uguale.  questo il programma. La certezza
 che il suffragio uguale ridar alla misconosciuta maggioranza il suo peso e il suo ruolo. La grande
delusione fu che ci non accadde.
Il 22 febbraio 1848 Luigi Filippo ed il suo poco perspicace ministro Guizot vietarono il
grandioso banchetto organizzato dall'opposizione, da tenersi nel XII arrondissement. Erano i
banchetti un modo di organizzazione pubblica della protesta, mirante essenzialmente allo
smantellamento della censitaria legislazione elettorale, non dissimile nella sostanza da quella della
Carta di Luigi XVIII; era una protesta diffusa largamente e volta all'ammodernamento del sistema
parlamentare, non necessariamente fuori della cornice della monarchia costituzionale. Il divieto scaten
la rivolta; il 24 la capitale era in mano agli insorti; e su alcune barricate fece la sua apparizione la
bandiera rossa. Essa era gi apparsa nella rivolta parigina del giugno 1832, che era esplosa in occasione
dei funerali del generale Lamarque, animata dall'associazione pi o meno blanquista degli Amici del
popolo ed eternata da un cronista d'eccezione, Victor Hugo, nel libro decimo della Parte IV dei
Miserabili (prima edizione, Bruxelles 1862).
La nomina in extremis di Thiers al ministero e del conte di Parigi come nuovo sovrano,
acclamata dall'ormai anacronistica Camera eletta per censo, fu travolta dalla folla che impose un
governo provvisorio repubblicano-socialista: Lamartine, Ledru-Rollin (l'alleato previsto dal
Manifesto), Louis Blanc e l'operaio Martin, detto Albert. Per la prima volta un operaio entrava a far
parte di un governo.
La decisione di dar vita ad un regime repubblicano fu presa prontamente. Essa rispecchiava
certamente i pensieri e gli intendimenti dei nuovi leaders, e della capitale. L'inerzia dimostrata nelle
ore decisive dal resto della Francia spinse ad una prima decisione singolare: eleggere bens
un'Assemblea Nazionale Costituente, ma rinviare le elezioni di vari mesi (si vot il 23 aprile 1848)
nella speranza di conquistare il consenso della maggioranza degli ormai circa nove milioni di elettori.
Era il primo esperimento di elezione a suffragio universale che si fosse mai avuto in Europa: il paese
pi vicino sul piano costituzionale, l'Inghilterra, era, in quel medesimo torno di tempo, ben lungi dal
suffragio universale. Si produsse dunque un paradosso. Si poteva immaginare che fossero gli uomini
d'ordine a temere l'instaurazione del suffragio generalizzato, pericoloso prodromo di una rivoluzione
sociale. Non aveva previsto Tocqueville (ottobre 1847) che la lotta politica sar ben presto tra coloro
che possiedono e coloro che non possiedono e che il grande campo di battaglia sar la propriet,
quella propriet che la stessa Rivoluzione francese non aveva osato mettere in discussione?7 Ebbene
accadde l'esatto contrario. Furono i rivoluzionari, coloro che si cominciavano oramai a chiamare i
rossi, nonch i neo-giacobini, che ricominciarono a chiamarsi la Montagna, a temere l'avventura
elettorale. Nel frattempo il governo provvisorio cercava di realizzare riforme che funzionassero da
calmiere sociale. Gi nel 1789, e poi nel 1830, per combattere la disoccupazione, le autorit avevano
aperto degli ateliers nationaux per impiegarvi un consistente numero di operai. Il governo provvisorio
ridiede vita all'esperimento. Peraltro proprio il ministro dei lavori pubblici, Alexandre-Thomas Marie,
il quale vide in questo provvedimento un modo di controbilanciare l'influenza sul governo dei
cosiddetti operai del Luxembourg, rappresentava l'ala moderata del governo provvisorio.
L'imprevisto, per i moderati, fu che gli ammessi agli ateliers crebbero enormemente di numero, in
poco tempo. Comunque si trattava pur sempre di avanguardie.
Per ben due volte, il 17 marzo e il 16 aprile, grandi manifestazioni operaie (che agli occhi dei
Lamartine, Marie, Cremieux, ecc. erano delle sommosse) tentarono di imporre il rinvio delle
elezioni. Invano. Il 23 aprile si vot. Lo storico Seignobos, il cui avo era stato candidato, rievoca il
clima di esultanza e mobilitazione moderata in cui le elezioni si svolsero8: Convocati per la stessa ora,
gli elettori del singolo comune si intesero per fare la strada fino al seggio tutti insieme, come i coscritti
nel giorno del sorteggio. Essi giunsero al capoluogo del cantone intruppati, spesso con una bandiera e
un tamburo, guidati dalle autorit dell'epoca: il sindaco e il curato. Questa prima esperienza di
suffragio universale  seguita Seignobos  si svolse in un clima di entusiasmo quasi religioso. Del
resto vot l'84% degli elettori (circa 8 milioni): una percentuale da record che in Francia  rimasta nei
secoli ineguagliata. Il risultato fu inequivocabile. Su 900 eletti, 450 furono repubblicani moderati, 200
addirittura orleanisti, e 200 democratico-socialisti. Di estrazione popolare solo 26 deputati. E persino
a Parigi la sconfitta fu netta: Lamartine ebbe 260.000 voti, Louis Blanc 121.000.
La Costituente s'insedi il 4 maggio. Il 15 maggio, sotto l'impulso di Blanqui, Raspail, Barbs,
gli operai invasero l'Assemblea ma furono scacciati con la forza dalla Guardia Nazionale. Il motivo
dell'attacco al Parlamento appena eletto era di pretendere un impegno a restaurare, anche con
l'intervento armato, la libert della Polonia: di fatto era anche un tentativo di mettere in crisi la
Commissione di governo. Il giorno dopo la fallimentare sommossa, Blanc e Albert dovettero
abbandonare il governo; ed in particolare Louis Blanc, accusato di essere stato certamente al corrente
dell'imminente sommossa, fu bersaglio, alla Camera, di un procedimento di incriminazione cui si
sottrasse di misura (369 voti contrari e 337 favorevoli).
La scena del 15 maggio era stata rovinosa. Centocinquantamila persone in marcia verso il
Parlamento al grido di Viva la Polonia!, quando invadono l'Assemblea si trovano a chiedere altro. I
capi, Blanqui e Barbs, rivaleggiano in estremismo. Barbs chiede un'imposta pesantissima sulla
ricchezza. Alle grida inneggianti alla Polonia si uniscono quelle per L'organizzazione del Lavoro.
Nel pieno del caos, Louis Huber, autorevole esponente della Socit des droits de l'homme, comp
reiterati tentativi di proclamare dissolta l'Assemblea e di varare un nuovo governo dei cui ministri, da
lui stabiliti, lesse la lista: Proudhon, Leroux, Considrant, Blanqui, Louis Blanc, ecc. Un governo tutto
socialista. Arrestato due volte nel corso della giornata, alla fine si nascose in casa di amici, e
completamente rasato per essere irriconoscibile fugg a Londra. Il processo, celebrato a Versailles
l'anno dopo, si risolse in una penosa resa dei conti tra lui e i suoi ex compagni di partito.
La repressione della caotica manifestazione trasformata in prova di forza racchiudeva un
notevole insegnamento. Dimostrava l'impossibilit di ripetere uno scenario gi vissuto. Il tentativo era
stato quello di replicare il 31 maggio del 1793, quando la Montagna aveva fatto arrestare i deputati
della Gironda alla Convenzione ed instaurato il governo del Grande Comitato di salute pubblica. La
dinamica doveva essere la stessa: anche allora le 33 sezioni dominate dalla Montagna avevano
preparato, nella notte tra il 30 e il 31 maggio, l'attacco alla Convenzione; e qui i girondini, dispersi e
impauriti, messi in minoranza dalle loro stesse defezioni, erano stati sconfitti. Nei giornali dell'epoca si
possono leggere gustose cronache di quell'intreccio tra insurrezione e Putsch: il Journal de Paris
racconta che su proposta di Barre si volle, quando ormai si stava per decidere l'arresto dei deputati
girondini, consultare il popolo. I deputati scesero tra la folla degli insorti che stazionavano intorno
alla Convenzione; e dalle grida di consenso con cui furono accolti, venuti fuori dalla sfibrante seduta,
dedussero che la volont del popolo era che appunto si procedesse all'arresto. La prima, e
immediata, constatazione, nel 15 maggio '48, fu che la storia non si ripeteva, che fare capo ad uno
scenario gi messo alla prova non giovava: portava alla sconfitta. Questa volta vinceva Lamartine
(l'autore dell'Histoire des Girondins) contro coloro che mimavano il colpo di mano montagnardo.
L'insurrezione del 23-24-25 giugno 1848 a Parigi ebbe come causa scatenante la brutale
dissoluzione, nonostante discorsi parlamentari possibilisti e morbidi quale quello di Victor Hugo,
degli ateliers nationaux, la cui crescita inarrestabile aveva avuto una ulteriore accelerazione proprio
dopo la disastrosa esperienza del 15 maggio. Il governo provvisorio (e ormai decurtato) aveva preso
anche provvedimenti estremi quale la sospensione dei permessi d'entrata (passaporti interni) per gli
operai che intendessero spostarsi o trasferirsi a Parigi. I faubourgs che maggiormente si mobilitarono
furono Saint-Antoine, Saint-Martin, Temple: l'avvio alle barricate fu dato da circa settemila operai
raccoltisi intorno alla colonna della Bastiglia. La Commissione esecutiva  come allora si chiamava
il governo  si dimise e l'Assemblea Costituente dette i pieni poteri al generale Cavaignac, figlio del
convenzionale e regicida Jean-Baptiste Cavaignac. Era una prova generale della dittatura: la Francia si
consegnava ad un generale prima di affidarsi ad un principe, ha scritto P. Bastid9. Tutta la repressione
 affidata all'esercito; accanto a Cavaignac dirigono la battaglia  una battaglia in piena regola , sulla
rive droite e nel quartiere latino, i generali Lamoricire e Damesme. Ben tre generali (Bra, Duvivier,
Negrier) furono uccisi durante il combattimento pi aspro, quello per espugnare il faubourg
Saint-Antoine. Lo stato d'assedio fu mantenuto ben oltre la fine della rivolta; oltre quattromila operai
furono deportati senza processo nelle colonie penali d'oltremare.
Non fu evento effimero o circoscritto, non fu una vampata. Tocqueville nei Ricordi del
1848-1849 ne parla come della pi grande insurrezione della nostra storia e forse di qualunque altra.
Pi penetrante dei suoi colleghi di schieramento politico, Tocqueville, senza beninteso simpatizzare per
la rivoluzione, ne comprende la natura: pi che un conflitto politico, fu un combat de classe,
filiazione diretta di quanto era stato detto e prospettato nelle giornate di febbraio. Lotta di classe allo
stato puro, si potrebbe dire, non solo per il carattere socialmente omogeneo degli insorti e per la natura
direttamente anti-operaia del provvedimento scatenante, ma anche per la natura prevalentemente
spontanea e, dal punto di vista organizzativo, improvvisata del movimento insurrezionale. I leaders,
almeno quelli pi noti, sedevano nei banchi parlamentari; la loro azione non pot che essere a
rimorchio degli eventi e caratterizzata da propositi di mediazione, non di direzione politica. Nel giugno
'48, come del resto circa vent'anni dopo con la Comune, il proletariato va allo sbaraglio e si fa
decimare in una perdente battaglia sul campo.
Scrivendo, ormai in esilio, l'epopea dei Misrables, l'ex deputato moderato Victor Hugo
conserva, sulle giornate di giugno, tutte le sue riserve. La vicenda di giugno  talmente rilevante anche
per lui, che ha contribuito a dare i pieni poteri a Cavaignac ma poi s' levato contro Luigi Bonaparte,
che vi dedica intere pagine di riflessione all'inizio della quinta parte del romanzo, prendendo esteriore
spunto dalla rievocazione della rivolta anti-orleanista del 5 giugno 1832 (che tanta parte ha nello
snodarsi della vicenda del romanzo). Il tono  quello ben conosciuto di lui, plein de beauts et de
btises diceva Baudelaire, il quale gli affibbia il nomignolo di Olympio10. Per parte sua Marx
definiva quanto Hugo scriveva e diceva da parlamentare in quel torno di mesi: le splendide tirate di un
vecchio notabile luigi-filippista, il signor Victor Hugo11.
Le esasperazioni della folla che soffre e che sanguina  scrive Victor Hugo , le sue violenze a
rovescio contro i princpi che sono la sua vita, le sue ribellioni contro il diritto, sono colpi di Stato
popolari, e devono essere repressi. L'uomo probo vi si dedica e, proprio per amore di quella folla, la
combatte. Ma come la trova scusabile pur facendole fronte! come la venera pur resistendole!  uno dei
rari momenti in cui, nel fare quel che si deve fare, si sente qualcosa che sconcerta e che quasi
sconsiglierebbe d'andare oltre; si persevera,  necessario, ma la coscienza soddisfatta  triste, e il
compimento del dovere porta con s una stretta al cuore.
Il giugno 1848 fu, affrettiamoci a dirlo, un fatto a parte, e quasi impossibile da classificare nella
filosofia della storia. Tutte le parole che abbiamo pronunciato devono esser messe da parte quando si
tratta di quella straordinaria sommossa nella quale si sent la santa ansiet del lavoro reclamare i suoi
diritti. Fu necessario combatterla, ed era un dovere, poich attaccava la Repubblica. Ma in fondo, che
fu il giugno 1848? Una rivolta del popolo contro se stesso.
Dopo questo capolavoro di perbenistica ipocrisia, in lui inusuale, Hugo si abbandona ad una
virtuosistica, si direbbe estetizzante, descrizione della barricata eretta, nelle giornate di giugno, al
faubourg Saint-Antoine, per rivendicare e attestare forse di esserne stato diretto testimone: Coloro che
si sono trovati davanti, sotto lo splendido azzurro del cielo di giugno, a quei due spaventosi capolavori
della guerra civile, non li dimenticheranno mai. Con intuizione non banale vede, attraverso la
stratificazione di oggetti che costituiscono la barricata, una sorta di accumulo storico-geologico di tutte
le rivoluzioni precedenti, dall'89 al '48: quella barricata era degna di apparire nel punto stesso in cui
era scomparsa la Bastiglia. E non smette, per tutte le interminabili pagine che dedica alla sua
descrizione, di svilirla ed esaltarla al tempo stesso: Era un mucchio di spazzatura ed era il Sinai! E
nondimeno andava spazzata via: attaccava la rivoluzione in nome della rivoluzione. Essa, quella
barricata, il caso, il disordine, lo sgomento, il malinteso, l'ignoto, aveva davanti a s l'Assemblea
Costituente, la sovranit del popolo, il suffragio universale, la nazione, la repubblica. Ed era la
Carmagnola che sfidava la Marsigliese.
Il suffragio universale, appunto. La prima amara delusione su questo terreno tocc proprio al
falcidiatore Cavaignac, il 10 dicembre 1848, alle elezioni per la presidenza della Repubblica.
Nonostante il vantaggio, per lui, di essere assurto al ruolo di salvatore della patria, agli occhi della
maggioranza moderata, e nonostante la posizione favorevole in cui lo poneva la carica di presidente del
Consiglio dei ministri (che tenne appunto fino alle elezioni), Cavaignac non ebbe che 1.448.000 voti di
contro ai 5.434.000 raccolti dal principe Luigi Bonaparte, che gi si preparava al salto
bonapartista-imperiale.
...
.
...
Capo 6. Suffragio universale: atto secondo.
.
Si sa che cosa furono le elezioni del 10 dicembre 1848, si legge nel Grand Dictionnaire di
Pierre Larousse: Una specie di trombe populaire sollev dai loro villaggi milioni di uomini e li fece
turbinare intorno alle urne dello scrutinio con il medesimo nome nella mano (III, 637).  ovvio che
sorga la domanda: come si form il consenso? Nel caso del trionfo elettorale di Luigi Bonaparte le
ragioni venivano da lontano e, al tempo stesso, si intuiva che qualcosa di specificamente nuovo si stava
formando nello scenario politico-sociale della democrazia.
Nel '48 Luigi Bonaparte aveva quarant'anni ed una discreta esperienza politica alle spalle.  un
vezzo della cultura di sinistra stabilire un'antitesi, e un abisso, tra il grande e il terzo Napoleone. In
un luogo dei Quaderni del carcere, Antonio Gramsci stabilisce, del tutto schematicamente, la
distinzione tra cesarismo positivo e negativo: il primo sarebbe impersonato, ad esempio, dal primo
Napoleone, l'altro da Napoleone III1. In realt il carattere dominante del bonapartismo  cio
l'interclassismo demagogico, seduttivo, quasi irresistibile, verso le masse meno politicizzate e al tempo
stesso saldamente ancorato ad un rapporto di mutua assistenza coi ceti possidenti   gi tutto presente
nel primo imperatore dei Francesi. Dalla riduzione drastica del suffragio al ripristino della schiavit,
dalla creazione di un nuovo ceto di notabili alla censura ferrea: tutto  gi nel Primo Impero, anzi gi
nel 18 brumaio. Alla drastica distinzione tra il primo e il terzo Napoleone ha contribuito ovviamente
anche il tono sprezzante dei pamphlets sferrati contro Luigi Napoleone: dal Napoleone il piccolo di
Victor Hugo al 18 brumaio di Luigi Bonaparte di Marx.
Ma tutto ci ha finito coll'offuscare la sostanza: la nascita, cio, ben precoce, dal seno stesso
della rivoluzione, della cosiddetta terza via tra democrazia e reazione, cio il bonapartismo, che in
realt altro non  che la stessa seconda via (la reazione) in forme moderne e pseudo-rivoluzionarie.
La sua prosecuzione novecentesca  stata il fascismo, con le sue varie isomorfosi (europee,
sudamericane, ecc.). A sua volta il modello era il cesarismo. Un modello che nei due Napoleoni, il
primo e il terzo,  addirittura ossessivo, anche sul piano letterario, visto che entrambi furono autori di
interessanti opere su Giulio Cesare, assunto come archetipo e termine di raffronto (anche, se
necessario, di differenziazione). Non stupir ricordare che un pubblicista francese di seconda fila, negli
anni Trenta, Auguste Bailly  il quale scriveva quando il fenomeno Mussolini era al culmine del
prestigio (1932) e Hitler non era ancora cancelliere , dedicando un saggio d'insieme a Giulio Cesare,
per definire il regime che Cesare avrebbe tentato d'instaurare abbia fatto ricorso alla formula: Un
fascismo democratico.
Facendo tesoro delle vicende, certo istruttive, dell'illustre congiunto, Luigi Bonaparte, falliti i
tentativi putschisti del 1836 e del 1840 (ma allora i possidenti non avevano bisogno di lui, Luigi
Filippo era saldamente al potere), elesse come stelle polari della sua azione tre cardini: il populismo,
l'ostentata deferenza verso la Chiesa cattolica, il costante legame con ambienti economicamente forti
che potessero sorreggere il suo ingresso nell'agone politico.
Ancora detenuto, dopo il fallimento del 1844, aveva scritto un libretto, La liquidazione della
povert (Extinction du pauprisme), nel quale si offriva come amico delle classi lavoratrici. In
questo scritto, Luigi Bonaparte pone l'accento sull'equilibrio agricoltura/industria; inoltre attacca
l'industrialismo selvaggio che, vero Saturno, divora i suoi figli, e non vive che della loro morte. In
un'epoca in cui l'orario di lavoro nell'industria era di dodici ore al giorno, il lavoro minorile
imperversava, e oltre Atlantico, negli Usa, i difensori della schiavit delle piantagioni avevano buoni
argomenti per indicare come pi umano tale arcaico rapporto di dipendenza rispetto alla feroce durezza
della vita in fabbrica, le proposte del nuovo Bonaparte si offrivano come particolarmente attraenti:
soprattutto nel mondo provinciale e agricolo. Una delle proposte dell'opuscolo era la creazione di
comunit agricole che mettessero a frutto i nove milioni di ettari di terre incolte (era questo il dato delle
statistiche ufficiali). Questa immensa rete di colonie agricole non solo avrebbe fornito alimento ad un
gran numero di famiglie povere, ma avrebbe offerto un approdo alle masse di operai disoccupati buttati
fuori dal ciclo produttivo a causa della stagnazione economica (fortissima in quei mesi, e tale sarebbe
stata ancora fino almeno all'inverno 1848/49). I profitti  e qui il libretto diventa un vero manifesto
dell'interclassismo  sarebbero stati divisi tra lavoratori e datori di lavoro. Attualmente  scriveva  la
retribuzione del lavoro  affidata al caso e alla violenza. Il padrone opprime, e l'alternativa  l'operaio
che si ribella. La proposta avanzata era: un salario regolato non sulla base del rapporto di forze ma
secondo giustizia, tenendo conto delle necessit di chi lavora e degli interessi di chi crea lavoro.
Questo  incalzava  dovrebbe essere l'obiettivo di un governo efficiente. Il trionfo del cristianesimo
ha distrutto la schiavit, il trionfo della Rivoluzione francese ha distrutto il privilegio; il trionfo delle
idee democratiche distrugger il pauperismo2. Innegabile il respiro storiografico, la volont di porre
un grande schizzo della storia universale alla base del programma riformatore.
Avventuriero come il suo avo, egli non aveva certo goduto della situazione unica in cui l'altro
aveva potuto dar prova del suo talento militare. Ma aveva cercato di far soldi nei modi pi fantasiosi,
ivi compreso l'appello a finanzieri del Vecchio e del Nuovo Mondo per una raccolta di fondi che
giovasse all'apertura di un canale che collegasse il Pacifico con l'Atlantico. I suoi milioni di debiti
venivano di tanto in tanto ripianati da interventi provvidenziali: alla vigilia della rivoluzione di
febbraio, il suo attivo e il suo passivo si compensavano. Benefattori pi o meno interessati, come
Miss Howard, profondevano quattrini senza risparmio per raddrizzare le sue finanze.
Un episodio memorabile d conto in modo immediato della costante ambiguit
dell'atteggiamento mentale bonapartista. Alla vigilia della rivoluzione di febbraio, il 22, egli part in
gran segreto da Londra. Approd a Parigi quando il governo provvisorio era stato appena proclamato (e
nessun movimento bonapartista s'era intravisto all'orizzonte). Nondimeno egli scrisse al nuovo
governo offrendo la sua collaborazione: Accorro dall'esilio per arruolarmi sotto le bandiere della
Repubblica. Senz'altra ambizione se non quella di servire il mio paese, annuncio il mio arrivo ai
membri del governo provvisorio e li assicuro della mia devozione alla causa ch'essi rappresentano. Il
governo, temendo i suoi intrighi, gli fece giungere l'ordine di lasciare immediatamente la Francia, il 26
febbraio, alle quattro del mattino. Partendo egli invi un nuovo messaggio al governo: Signori, voi
pensate che la mia presenza a Parigi sia attualmente ragione d'imbarazzo. Mi allontano dunque,
momentaneamente. In questo sacrificio voi potrete constatare la purezza delle mie intenzioni e del mio
patriottismo. Giunto daccapo a Londra, il versatile principe si trov testimone di un'agitazione
politica, quella dei cartisti, cui ovviamente le notizie da Parigi avevano dato slancio. Il governo inglese
faceva appello a tutti i conservatori perch si opponessero alle manifestazioni. Immediatamente Luigi
Bonaparte si and ad arruolare tra i corpi speciali, armati di bastoni, che avevano il compito di sbarrare
la strada ai manifestanti che marciavano sul Parlamento (10 aprile 1848).
Nelle elezioni francesi dell'aprile, non riusc nemmeno a farsi eleggere. Riusc eletto invece
nelle supplementari del 3 giugno, grazie all'azione capillare di sostenitori che chiamavano il popolo a
votare, in lui, il repubblicano, il patriota, il fratello di tutti noi, che propugna lo sviluppo il pi
possibile completo dei princpi democratici.  notevole come il suo nome riuscisse  tra gli eletti 
non solo a Parigi, ma anche nella Charente infrieure, nello Yonne, e in Corsica. Per tutta questa fase,
la sua propaganda era in direzione delle istanze popolari, abbracciate incondizionatamente dal
Napolonien (l'organo della sua propaganda). Ma mentre il consenso dei socialisti dichiaratamente
tali era maggiormente concentrato a Parigi, il consenso intorno al nome del principe Bonaparte si
rivelava diffuso ampiamente anche in provincia. La sua elezione scosse l'opinione moderata. Lamartine
tent di far votare dall'Assemblea la legge del 1832 che prevedeva il bando per i personaggi
pericolosi per la causa della libert. Ma dopo lunga discussione, l'Assemblea respinse la proposta: la
sua elezione a deputato era cos convalidata. E Luigi Bonaparte scelse di prender posto tra i banchi
della Montagna, cio con la sinistra repubblicana che si richiamava all'esperienza pi radicale della
Prima Repubblica, accanto ad un suo mentore e maestro, Narcisse Vieillard3. Lo ricorda, con intento
ironico, Hugo nel primo capitolo di Napoleone il piccolo.
Il 14 giugno venne letta all'Assemblea Costituente una lettera del principe Bonaparte che
diceva tra l'altro: Se il popolo mi imponesse dei doveri, saprei come assolverli. Cavaignac chiese la
decadenza immediata del deputato che osava esprimersi in quel modo. Il giorno dopo Bonaparte comp
la mossa abile di dimettersi immediatamente pur protestando la purezza delle proprie intenzioni. La
propaganda bonapartista aveva cos mano libera in tutte le direzioni. Quando scoppi la rivolta delle tre
giornate di giugno, agenti bonapartisti si infilarono e si mescolarono agli insorti. Daix e Lahr, due
componenti del gruppo che assassin il generale Bra, erano certamente elementi bonapartisti. Il
principe acquisiva credito in tutti gli ambienti e restava a Londra, costretto dall'ostracismo inflittogli
da uomini come Cavaignac, che si era intanto sporcato di sangue come massacratore degli insorti. Alle
elezioni complementari di settembre Bonaparte propose, sempre da Londra, la sua candidatura e
vinse in ben cinque collegi. Il programma era porre su basi pi larghe e pi solide la Repubblica.
Agli elettori dichiarava nei suoi messaggi: La Repubblica democratica sar l'oggetto del mio culto; io
ne sar il sacerdote. And a sedersi tra i banchi dell'Assemblea il 26 settembre, ma la frequent poco.
Non volle compromettersi in nessuna decisione impopolare. Quando fu resa nota la sua candidatura per
le elezioni di dicembre, qualcuno protest; egli si difese vari giorni pi tardi, con l'argomento ch'era
doveroso accettare una candidatura che gli veniva offerta con insistenza e dopo tanti successi nelle
elezioni a deputato. Trattava intanto, fuori della Camera, sia coi capi socialisti (Proudhon e Louis
Blanc) sia coi monarchici (Thiers, Montalembert, ecc.). Stringeva un abile assedio intorno
all'antagonista Cavaignac. Del resto il risultato elettorale  eloquente di per s: cinque milioni e mezzo
al Bonaparte, un milione e quattrocentomila voti al principale antagonista (Cavaignac); ma ancor pi
indicativo  il risultato quasi nullo dei candidati ufficialmente socialisti (36.329 voti a Raspail, e
370.719 a Ledru-Rollin!). Il nuovo Bonaparte aveva mangiato tutte le opposizioni e tutti gli scontenti
del governo Cavaignac, e insieme aveva attinto al suo stabile e vasto serbatoio elettorale provinciale.
Il suo programma elettorale era, a suo modo, perfetto. Prometteva di difendere l'ordine, di
proteggere la religione, la famiglia, la propriet, di volere la pace, la decentralizzazione, la libert di
stampa, l'abolizione delle leggi di proscrizione (e proscritti erano, in quel momento, le migliaia di
operai deportati dopo le giornate di giugno), di proporsi la riduzione delle tasse pi onerose per il
popolo, di voler incoraggiare le imprese capaci di dar lavoro ai disoccupati, di voler instaurare
strumenti volti al sostegno dei lavoratori anziani; in una parola di mirare al benessere di ciascuno
fondato sulla prosperit di tutti. Inoltre assicurava di voler passare la mano ad un successore dopo il
mandato di quattro anni. Rispetto ai toni reboanti, accesi, o estremistici degli altri, questo era un
programma votato al successo. La leggenda, mai esausta, del primo Bonaparte fece il resto.
Tra l'elezione plebiscitaria del 10 dicembre 1848 ed il colpo di Stato del 2 dicembre 1851,
Luigi Bonaparte seppe egregiamente destreggiarsi tra popolo e Parlamento, riversando costantemente
su quest'ultimo, sulle sue fluttuanti e impopolari decisioni, ogni risentimento. Volle che fosse a tutti
chiaro il disordine riveniente dal predominio dei partiti, delle fazioni, e ag con decisione quando fu
persuaso che il paese si sarebbe riconosciuto nel suo gesto di forza.
I due momenti decisivi furono la crisi (13 giugno 1849) conseguente alla spedizione romana in
favore di Pio IX, volta a far piazza pulita dell'ultima anomalia quarantottesca (il governo di Mazzini
a Roma), nonch le elezioni parziali del 10 marzo e 28 aprile 1850, caratterizzate da una netta ripresa
della sinistra.
Si sa che la spedizione di Roma, votata peraltro anche da deputati liberali e anti-clericali come
Franois-Andr Isambert e molti altri, fu voluta dal principe-presidente per dar soddisfazione al partito
clericale, essendo la profonda Francia cattolica uno dei suoi pilastri elettorali. L'ipocrisia consisteva
nell'affermare che la spedizione riportava il papa a Roma, ma non intendeva abbattere la Repubblica
romana: compiva opera di mediazione, non di restaurazione. Non va trascurato che la decisione era
stata presa dalla Costituente (ormai in procinto di sciogliersi), quella Costituente eletta nell'aprile del
1848 che aveva bens ridimensionato la sinistra, ma era pur sempre a maggioranza repubblicana. Il 28
maggio '49 entrava in carica la nuova Camera, la Legislativa, a maggioranza moderata. Il 2 giugno fu
scatenato, dal generale Oudinot, l'attacco che schiacci in meno di un mese la Repubblica romana.
Solo il 13 giugno un esponente di spicco della sinistra, quale Ledru-Rollin, sollev alla Camera la
questione dell'incostituzionalit dell'intervento contro Roma e chiese la messa in stato d'accusa del
principe-presidente per violazione della Costituzione. Vano tentativo. Il governo pot reprimere
agevolmente le manifestazioni di piazza, ci furono arresti e la proclamazione dello stato d'assedio. Ma
dopo la caduta di Roma e l'inizio delle repressioni papaline, Luigi Bonaparte prese abilmente le
distanze, in nome dei veri obiettivi della spedizione romana! Un altro modo per defilarsi, ponendosi
super partes e facendo ricadere le responsabilit meno gratificanti sull'Assemblea. A tal fine diffuse in
agosto una sua lettera al colonnello Ney, suo ufficiale di ordinanza, in cui si leggeva tra l'altro:
La Repubblica francese non ha inviato un'armata a Roma per strangolare la libert italiana, ma
al contrario per disciplinarla salvandola dai suoi propri eccessi! [...] Apprendo con vera pena che le
intenzioni benevole del pontefice cos come la nostra azione sono state vanificate. Si vuol forse dare
come base al rientro del papa le proscrizioni e la tirannide?
Cos altri diventavano i responsabili. Cos, il principe-presidente era a posto col partito clericale
ma al tempo stesso indenne dagli effetti sgradevoli, soprattutto di immagine, dell'attacco contro Roma
e del (prevedibile) vendicativo terrore papalino-revanscista.
Ma il suo vero capolavoro fu il colpo di Stato fatto in nome del suffragio universale. Ecco la
dinamica dell'emblematica vicenda. La tattica del principe-presidente fu anche in questo caso quella di
separare costantemente, nell'opinione pubblica, attraverso studiate e reiterate prese di posizione, la
propria immagine da quella dell'esecutivo e della Camera dei deputati. Alla fine di ottobre un
messaggio del presidente all'Assemblea provocatoriamente faceva incombere sull'inetto ceto
politico la grande ombra dell'Imperatore (il primo Napoleone). Diceva con tono apparentemente
deluso e amareggiato:
Ho lasciato giungere alla gestione della cosa pubblica uomini dalle opinioni le pi diverse4, ma
non ho ottenuto il risultato che mi aspettavo da questo tentativo di riavvicinamento. Nel mezzo di tale
confusione, la Francia, inquieta perch priva di orientamento, cerca la mano, la volont dell'eletto del
10 dicembre [...].  un'intera concezione politica [un systhme] che ha trionfato con la mia elezione:
giacch il nome di Napoleone , gi di per s, un programma. Esso significa: nella politica interna
ordine, autorit, religione e benessere per il popolo; nella politica estera dignit nazionale.  questa
politica che io intendo far trionfare, con l'appoggio del paese, dell'Assemblea e del popolo.
L'Assemblea non grad questa sortita apertamente programmatica, anche se poi su temi concreti
 soprattutto quelli dell'insegnamento, dove venivano fatte concessioni alla parte cattolica e si
ponevano gli istitutori sotto il controllo dei prefetti  l'accordo tra la Camera a maggioranza
cattolico-moderata ed il presidente era ben chiaro.
Questo pesante spostamento a destra dell'asse politico  indicato come causa dei successi
elettorali conseguiti dalla sinistra nelle elezioni parziali del 10 marzo e del 28 aprile 1850. (Per sinistra
s'intendono i democratici repubblicani, che ancora si definivano la Montagna, e che al momento
della rivoluzione di febbraio aveva avuto grande successo, ed i socialisti delle varie tendenze).
Seguitando la sua politica di ambiguit super partes Bonaparte aveva intanto compiuto un gesto di
avvicinamento a sinistra, liberando e restituendo alle loro famiglie ben 1341 detenuti incarcerati per la
rivolta delle giornate di giugno. Mossa calcolata per ottenere il biasimo, peraltro inefficace, della
maggioranza parlamentare. La maggioranza parlamentare fu molto allarmata per i risultati elettorali del
marzo-aprile 1850, ed il 2 maggio fu costituita una commissione parlamentare avente come compito di
elaborare una legge che limitasse il suffragio universale. La commissione comprendeva, tra gli altri,
Thiers, Piscatory, Daru, e Lon Faucher. Il 31 maggio fu varata, dalla Camera, la legge che abrogava il
suffragio universale e, in pratica, escludeva dal diritto di voto circa tre milioni di Francesi (quella
minoranza di non possidenti che pu vincere se trova degli alleati...). La legge pass con 433 voti
contro 241. Le clausole principali erano: per essere elettori  necessario un domicilio di tre anni nel
cantone, comprovato dall'iscrizione nel ruolo delle imposte dirette, o, per gli operai, dalla dichiarazione
del padrone; tutti i condannati per reati politici (delitto di stampa in primis) e per reati comuni (incluso
il vagabondaggio, l'adulterio e la mendicit) perdevano il diritto di voto. Gli elettori furono cos ridotti
da 9 milioni e seicentomila a 6 milioni e ottocentomila. Protestarono Cavaignac, Lamartine, Victor
Hugo (che al ceto dei misrables, altra cosa dal proletariato di fabbrica, avrebbe negli anni seguenti
dedicato una epopea) ed altri. Thiers replic: Nessuno pensa di mettere in discussione il suffragio
universale o di allontanare il popolo dalle urne;  la vile moltitudine [la vile multitude: concetto
sfuggente invero] che la legge intende escludere. E specificava: les mauvaises blouses, definizione
che fu da Thiers chiosata in questo modo: intendo dire quegli operai nomadi sempre pronti a recepire
le parole d'ordine che ascoltano al cabaret. Il futuro massacratore dei comunardi, divenuto milionario
durante la sua permanenza nel governo sotto Luigi Filippo, aveva il pregio della coerenza.
Per il principe-presidente Bonaparte questa infausta legge fu una splendida occasione. Essa gli
consentiva di percorrere pi che mai la strada dell'appello direttamente al popolo, in aperto dissenso
con la retriva e autoreferenziale Assemblea parlamentare. Al momento del colpo di Stato, preparato per
mesi, non solo attraverso il rinsaldato rapporto con i vertici militari e la rete dei prefetti ma anche
grazie ad una lunga campagna di viaggi in provincia e allocuzioni volte a preparare l'opinione pubblica
al mutamento di regime, il proclama che all'alba del 2 dicembre 1851 campeggiava su tutti i muri
nell'intero paese recitava cos: In nome del popolo francese, il presidente della Repubblica decreta:
Articolo 1: L'Assemblea nazionale  sciolta. Articolo 2: Il suffragio universale  ripristinato, la legge
del 31 maggio abrogata. Articolo 3: Il popolo francese  chiamato alle urne.
...
.
...
Capo 7. Gli imbarazzi della vecchia talpa.
.
Il 3 e 4 dicembre ci furono barricate. Non fu mai reso noto il numero esatto dei caduti di quelle
giornate. Per scoraggiare i cittadini dall'aderire alle barricate furono sparati colpi sui passanti, lungo i
boulevards. Certo la mobilitazione fu modesta: forse non pi di un migliaio di persone. Subito dopo
Bonaparte fece varare lo scioglimento delle societ segrete, e quindi dei clubs, sicch, a norma di
questa nuova legge, si pot procedere alla deportazione in colonia degli aderenti a tali associazioni: si
calcola che in capo a vari mesi i deportati ammontassero a circa 26.000 persone1.
Sull'onda del successo quasi incontrastato del colpo di Stato del 2 dicembre, il
principe-presidente si rivolse direttamente alla nazione. L'Assemblea  disse in un manifesto  che
avrebbe dovuto essere il pilastro dell'ordine,  diventata un focolaio di complotti. Il patriottismo di un
terzo dei suoi membri non  bastato a bloccare queste fatali tendenze. Invece di fare leggi nell'interesse
generale, essa forgia armi per la guerra civile (allusione tra l'altro alla legge elettorale del 31 maggio,
vista come un incentivo ai conflitti e alle tensioni). Di qui l'invocazione: Se avete fiducia in me
datemi i mezzi per compiere la grande missione che mi avete affidato. E chiede un mandato di dieci
anni, un esecutivo non vincolato dall'Assemblea, un Consiglio di Stato e due Camere: un corpo
legislativo eletto a suffragio universale senza scrutinio di lista, che falsa l'elezione, ed un Senato
composto dalle illustrations de la nation, garante delle libert pubbliche (non elettivo).
Abrogata la legge del 31 maggio 1850 votarono daccapo tutti i Francesi, il 20 dicembre 1851: si
espressero circa otto milioni e duecentomila elettori, sette milioni e mezzo approvarono con il loro s
la proposta. Il 14 gennaio dell'anno seguente fu promulgata una costituzione che rispecchiava
puntualmente gli articoli approvati per plebiscito tre settimane prima. In modo del tutto analogo, un
secolo pi tardi, nel 1958, fu varata la costituzione della Quinta Repubblica: segno della durevolezza
del fenomeno bonapartistico come variante sempre disponibile del gioco parlamentare. Ma su questo
torneremo pi avanti.
La storiografia di sinistra non si  in genere trovata a suo agio di fronte a questa sorprendente
tappa della storia del suffragio universale. Per dissimulare la natura controrivoluzionaria del colpo di
Stato e per ingannare i circoli democratici della popolazione, Luigi Bonaparte annunzi l'abrogazione
della legge del 31 maggio 1850 che limitava il diritto di voto, si legge nella Storia universale
dell'Accademia delle scienze dell'Urss2. Ma l'imbarazzo risale indietro nel tempo, si pu dire allo
stesso Marx nei suoi straordinari e brillanti articoli sulla politica francese di quegli anni, apparsi in
parte sulla Neue Rheinische Zeitung col titolo Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, e in
parte nel periodico Die Revolution (New York) col titolo divenuto celebre Il 18 brumaio di Luigi
Bonaparte.
S' gi osservato nelle precedenti pagine che la conquista della democrazia politica, identificata
col suo principale strumento, il suffragio universale,  al centro della parte propositiva,
immediatamente operativa, del Manifesto. Autorevolmente lo conferma un interprete autentico, oltre
che co-autore, qual  Engels, nello scritto suo dell'estrema vecchiezza, l'introduzione alla riedizione
delle Lotte di classe in Francia di Marx (1895): Gi il Manifesto comunista  scrive Engels in
quell'importante saggio che pu anche considerarsi come il suo testamento  aveva proclamato la
conquista del suffragio universale, della democrazia, come uno dei primi e pi importanti compiti del
proletariato militante. Dal contesto parrebbe trattarsi del suffragio universale in Germania, ma certo
cos non . Talmente importante  la vicenda francese degli anni 1848-52 agli occhi di Marx, che egli
vi dedic una serie di scritti che fanno di lui uno dei pi acuti e battaglieri storici dell'Ottocento. E alla
vicenda francese, ancora una volta avvertita come centrale per lo sviluppo della democrazia in tutta
Europa, egli torner dopo la sconfitta della Comune con scritti non meno drammatici.
Come ogni grande storico che tratti di materia contemporanea, bruciante, Marx 
profondamente coinvolto e non lesina l'arma del sarcasmo: tutto  fuorch un olimpico narratore ed al
tempo stesso dimostra una conoscenza minuziosa dei fatti, delle polemiche, della pubblicistica e degli
scontri parlamentari quale solo un contemporaneo, e fazioso, pu avere. Un'altra conseguenza di questa
sua posizione rispetto ai fatti  che talvolta lo si nota portato a dare ad alcuni eventi un rilievo
immenso, quale difficilmente a distanza meno ravvicinata sarebbe comprensibile.
Il terzo e il quarto capitolo de Le lotte di classe in Francia (datati rispettivamente marzo e
primo novembre 1850) sono dedicati: il primo alla ricostruzione dei fatti tra il 13 giugno 1849
(sommossa contro la spedizione romana) e il 10 marzo 1850 (elezioni parziali vinte dalle sinistre); il
secondo a La soppressione del suffragio universale. L'enfasi su quelle elezioni  immensa. Marx non
esita a scrivere:
Le elezioni del 10 marzo! Esse furono la ritrattazione del giugno 1848: massacratori e
deportatori degli insorti di giugno rientravano nell'Assemblea nazionale ma umiliati, alla coda dei
deportati, e coi princpi di questi sulle labbra. Esse furono la ritrattazione del 13 giugno 1849: la
Montagna proscritta dall'Assemblea nazionale rientrava nell'Assemblea, ma come araldo avanzato
della rivoluzione, non pi come sua condottiera. Esse furono la ritrattazione del 10 dicembre:
Napoleone era stato battuto insieme col suo ministro La Hitte. [...] L'elezione del 10 marzo fu infine la
cassazione dell'elezione del 13 maggio [1848], che aveva dato la maggioranza al partito dell'ordine.
L'elezione del 10 marzo fu una protesta contro la maggioranza del 13 maggio. Il 10 marzo fu una
rivoluzione. Dietro alle schede elettorali vi erano i sassi del selciato.
Se non sapessimo che l'autore di queste righe  Marx, penseremmo che provengano dalla penna
di Hugo, talmente esse sono rettoricamente costruite con due anafore che si inseguono nella prima e
nella seconda parte (Esse furono..., L'elezione del 10 marzo...) ed iperboliche nel contenuto, fino alle
due frasi finali che proclamano essere stata tout court una rivoluzione una tornata elettorale parziale.
Il 10 marzo 1850 diventa, nelle pagine seguenti, l'inizio di una nuova fase storica: la repubblica
costituzionale entra, con quella data, nella fase della sua dissoluzione. Le diverse frazioni della
maggioranza sono di nuovo riunite tra loro e con Bonaparte [...], egli  di nuovo il loro uomo neutrale.
Il contrattacco dei moderati culmina nella soppressione del suffragio universale. E qui Marx,
approssimandosi alla conclusione del suo saggio (Il 10 marzo porta l'iscrizione: Aprs moi le
deluge!), gi tenta una storia del suffragio universale, incentrata sul concetto  del resto pertinente 
secondo cui quando le elezioni a suffragio universale vanno male le lites borghesi si affrettano a porvi
dei limiti. Il che infatti accadde con la infausta legge del 31 maggio. E formula una osservazione assai
penetrante:
Il suffragio universale, sopprimendo continuamente il potere attuale dello Stato, facendolo
scaturire di nuovo dal suo seno, non viene a sopprimere ogni stabilit, a porre ad ogni istante in
questione tutti i poteri vigenti? [...] La borghesia, respingendo il suffragio universale, del quale si era
fino ad allora drappeggiata, dal quale aveva ricavato la propria onnipotenza, confessa apertamente: La
nostra dittatura  fino ad oggi esistita in forza della volont popolare, ora essa deve venir consolidata
contro la volont popolare.
Al di l dell'occasione polemica e apologetica contingente, che in certo senso sminuisce la
portata dello scritto,  intuizione capitale, anche sul piano giuridico, quella visione della portata
intrinsecamente eversiva del suffragio universale, in quanto rimette continuamente in discussione il
potere attuale dello Stato e si propone come unica fonte dell'autorit e del potere.
La prospettiva ravvicinata porta Marx ad ingigantire l'oggetto. Le elezioni parziali del 10 marzo
assumono il valore di un tornante epocale. L'eccesso di prospettiva ravvicinata si coglie nella
contestuale polemica con la tornata successiva di pochi giorni, quella del 28 aprile. Nel quarto capitolo
dei Klassenkmpfe  che era in origine un intervento di alcuni mesi pi tardi per la Neue Rheinische
Zeitung, tutto dedicato alla soppressione del suffragio universale  viene ingigantito persino
l'effetto di aver scelto, alla seconda tornata, Eugenio Sue come candidato per il seggio parigino lasciato
vuoto a causa dell'opzione del socialista Vidal per il collegio del Basso Reno. Basta questa semplice
opzione per concludere: La vittoria del 10 marzo cessava di essere una vittoria decisiva [...]. Il
significato rivoluzionario del 10 marzo, la riabilitazione dell'insurrezione di giugno, venne
completamente cancellato con la candidatura di Sue, questo piccolo borghese sentimentale, socialista
della fantasia; candidatura che dal proletariato poteva accettarsi tutt'al pi come uno scherzo per far
piacere alle grisettes (battuta gratuitamente anti-femminile, che comunque non spiega il carattere
catastrofico-epocale della candidatura di Sue nel collegio che aveva visto il mese prima la vittoria di
Vidal).
Peraltro alla fine di questo saggio, scritto circa un anno prima del colpo di Stato del dicembre
1851, Marx cambia la sua valutazione sull'accordo moderati-Bonaparte contro i vincitori del 10 marzo.
Nel saggio precedente li presentava immediatamente ricompattati, qui intuisce  ma  solo un cenno 
che contro l'Assemblea, egli [Bonaparte] farebbe appello, secondo ogni probabilit, persino al
suffragio universale3. Ci che infatti accadde. Nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte il ripristino del
suffragio universale ad opera del Bonaparte appare in iscorcio (nel capitolo Decomposizione del partito
dell'ordine).
Nell'ultimo capitolo Marx  spinto a riflettere intorno alla battuta con cui Guizot, il vecchio e
fedele orleanista e ministro di Luigi Filippo, aveva commentato il colpo di Stato del 2 dicembre:  il
trionfo completo e definitivo del socialismo!. Marx non scarta affatto la diagnosi; osserva che
effettivamente la vittoria del Bonaparte ha distrutto totalmente la borghesia orleanista (cio  precisa 
la frazione pi vitale della borghesia francese), e che con la vittoria del Bonaparte sull'Assemblea
dominata dai moderati
la rivoluzione ha condotto a termine la prima met della sua preparazione [...]; ora che ha
raggiunto questo risultato [di rovesciare il potere parlamentare] essa spinge alla perfezione il potere
esecutivo, lo riduce alla sua espressione pi pura, lo isola, se lo pone di fronte come l'unico ostacolo,
per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione. E quando la rivoluzione avr condotto a
termine questa seconda met del suo lavoro preparatorio, tutta l'Europa balzer dal suo seggio e
grider: Ben scavato, vecchia talpa!4
Tutta questa tirata contiene elementi interessanti: primo fra tutti la valutazione di un Guizot
rispetto alla vittoria bonapartista. Essa  per anche indice di un grande imbarazzo di fronte al
fenomeno contemporaneamente destro-sinistro del cesarismo. Del resto non ricorreva, per
cesarismo, il grande dizionario di Littr alla definizione: dominazione di prncipi portati al governo
dalla democrazia ma rivestiti di potere assoluto? (Definizione peraltro adatta gi al vecchio Pisistrato).
Per quanto urtante possa apparire questa diagnosi del secondo esperimento bonapartista a spiriti
repubblicani-montagnardi, essa potrebbe trovare un parziale riscontro fattuale nella sequenza storica,
prodottasi di l a pochi anni: fine del Secondo Impero, disastro militare, rivoluzione parigina della
Comune. Ma la ferocia distruttiva con cui Thiers, Gambetta e compagni hanno massacrato la Comune
nel nome della Repubblica con l'aiuto di generali pronti a tutto, e con l'appoggio del resto della
nazione, dimostra che la vecchia talpa non aveva poi scavato tanto bene, almeno fino a quel
momento.
Che Marx fosse affezionato a queste sue valutazioni lo si pu dedurre dal fatto che nel 1869,
appena un anno prima di Sedan, ha ristampato, con una breve introduzione, piuttosto ironica verso
Victor Hugo, questo saggio. Ma il nesso tra soluzione bonapartista e suffragio universale gli creava
qualche problema. Nella prefazione alla ristampa 1895 dei Klassenkmpfe, Engels  l dove traccia una
sorta di profilo storico del suffragio universale  rivela analogo imbarazzo, e se la cava con una frase
alquanto vaga: Il suffragio universale esisteva in Francia gi da molto tempo, ma era caduto in
discredito per l'abuso fattone dal governo bonapartista.
Altri critici porranno l'accento sul meccanismo plebiscitario cui Napoleone III ricorse per
realizzare svolte quali la nuova costituzione o la creazione dell'Impero, approvata da un'immensa
maggioranza di votanti.  un meccanismo cui viene imputata talora la eccessiva semplificazione
delle scelte, talaltra il clima in cui il plebiscito si svolge. (Tra l'altro, essendo una opzione tra due
scelte, il plebiscito si sottrae agli effetti devastanti del paradosso di Condorcet). In realt, quello che
conta  la manipolazione del voto, strumento essenziale, e sempre pi sofisticato, che sar argomento
della gran parte delle pagine seguenti.
...
.
...
Capo 8. L'Europa in marcia.
.
Sessant'anni intercorrono tra l'iniziativa di Giovanni Giolitti volta all'estensione massiccia del
diritto di voto (1912)  una riforma che alcuni storici italiani chiamano ottimisticamente suffragio
universale  ed il decreto presidenziale del 2 febbraio 1852 con cui Luigi Bonaparte riordinava, dopo il
varo della nuova costituzione, la materia elettorale. Colpisce il carattere ancora in parte restrittivo della
riforma giolittiana a fronte della legislazione bonapartista. Fermo restando che in tutte il suffragio 
solo maschile. L'estensione alle donne del diritto di voto avverr solo con la Rivoluzione russa.
La legge del 2 febbraio aveva due impliciti bersagli polemici: da un lato l'iniqua suddivisione
dei collegi che, ad esempio in Inghilterra, snaturava profondamente il sistema elettorale; dall'altro i
meccanismi di esclusione messi in atto dalla legge elettorale francese del 31 maggio 1850 contro cui il
Bonaparte aveva orchestrato il suo colpo di Stato. Ogni dipartimento  stabiliva la nuova legge  ha
diritto ad un deputato per 35.000 elettori; ma gli  attribuito un altro deputato se il numero di elettori
del dipartimento eccede di 25.000 unit la cifra base dei 35.000 (art. 1). Questo doveva garantire le
sperequazioni mostruose che in Inghilterra erano bollate con la definizione di borghi putridi. Quanto
alle esclusioni, il dato principale era che ormai bastavano sei mesi di residenza in un comune per
divenirne elettori, con la precisazione che si dovesse tener conto anche degli elettori che maturavano il
periodo di sei mesi (tre anni nella vecchia legge) tra la convocazione delle elezioni ed il loro effettivo
svolgimento (artt. 12 e 13). L'indegnit (artt. 15 e 16) riguardava le condanne penali, ma l'art. 17
prevedeva revisioni annuali delle liste. L'art. 27 introduceva il principio della incompatibilit tra
mandato parlamentare e appartenenza al corpo dei funzionari dello Stato. Qualunque funzionario
retribuito, nel momento in cui entrava nel corpo legislativo era considerato dimissionario dal suo posto
(a meno che non avesse optato in sede di verifica dei poteri). Cardine del sistema elettorale era
comunque il collegio uninominale: strada maestra per assicurare comunque la prevalenza dei
notabili. Il limite d'et per essere elettori era di 21 anni e per essere eletti di 25 anni.
Nella legislazione giolittiana del 1912 il limite d'et per essere accettati come elettori veniva
fissato ai 30 anni (senza limitazioni censitarie). Invece per la parte di popolazione compresa tra i 21 e i
30 anni il suffragio fu concesso solo in condizione di censo (titoli di cultura e di onore) e di
prestazione del servizio militare1.
 evidente che l'Italia compiva, cos, un notevole passo in avanti se si considera che fino al
1880 il diritto elettorale  riservato, nel regno, al 2% della popolazione, che sale al 10% con la riforma
del 1882. Peraltro all'indomani della riforma giolittiana, alle elezioni del 1913, gli elettori
rappresentavano il 23% della popolazione2. Commentando l'innovazione giolittiana, nella sua Storia
d'Italia dal 1871 al 1915, Benedetto Croce dice bene che il proposito era di avvicinarsi al suffragio
universale3. Croce mette in luce il carattere nobilmente strumentale della riforma: convogliare le
classi popolari nelle pubbliche istituzioni. Ai conservatori che obiettavano che il governo avrebbe
largito ci che le classi lavoratrici non chiedevano, Croce, immedesimandosi nella visione giolittiana,
risponde che la classe colta e dirigente non merita tal nome se non supplisce con la propria coscienza
alla coscienza ancora manchevole e non ancora formolata delle classi inferiori e non ne anticipa in
qualche modo le richieste suscitandone persino i bisogni. E tranquillizzando post factum gli allarmati,
constata che certo nella Camera eletta nel 1913 si accrebbe il numero dei deputati socialisti ed entr
qualche cattolico, ma la fisionomia della Camera rimase liberale. Pagina illuminante per molti versi:
tra l'altro per la riaffermazione concreta della nozione (non espressa certo in questi termini) di
egemonia. I ceti dominanti possono pilotare anche una drastica estensione del suffragio se sono e sanno
essere effettivamente dominanti. Denso di implicazioni anche il cenno alla distinzione tra partiti di
sinistra, portatori della istanza del suffragio universale, e popolo (in nome del quale i partiti di sinistra
spesso parlano) ancora ben lontano da tale istanza (e, in base ai risultati elettorali, a quanto pare
nemmeno interessato a giovarsi della nuova opportunit).
La 'freddezza' liberale verso il suffragio universale  ben documentata da un'altra pagina,
questa volta non pi olimpica ma vibrante e polemica, del medesimo Croce, della Storia d'Europa nel
secolo decimonono (1932).  una pagina mirante ad affermare una netta distinzione tra sentimento e
costume e azione liberale da un lato, suffragio pi o meno largo o addirittura universale dall'altro.
L'ampiezza del suffragio, afferma, nulla dice sulla estensione e profondit del liberalismo. Il
concetto sottinteso  che una lite dirigente impregnata di sentimento liberale pu imprimere un
carattere ben pi libero all'intera societ che non lo strumento astratto e meramente aritmetico del
suffragio esteso a tutti. E qui vi  lo scatto polemico nei confronti di taluni paesi che il suffragio
l'hanno larghissimo e soprattutto contro il suffragio universale come tale, molte volte assai caro ai
nemici della libert, feudali, preti, re e capipopolo o avventurieri. Parole assai meno olimpiche di
quelle dedicate qualche anno prima alla 'saggezza' della riforma giolittiana, e che denotano un
pessimismo irrimediabile verso quella indiscriminata e potenzialmente pericolosa forma di ammissione
nella cittadinanza. L'esemplificazione che segue  impostata su di un raffronto tra grandi Stati
europei, ma la polarit principale sembra essere Inghilterra/Germania.
L'Inghilterra aveva suffragio pi ristretto che non la Francia o l'Italia o la stessa Germania, con
le condizioni poste agli elettori del possesso di propria casa o di un determinato censo rappresentato
dal fitto dell'abitazione, e altrettali requisiti. E tuttavia la sua vita di libert, come non era inferiore a
quella della Francia o dell'Italia, era certamente di gran lunga superiore a quella della Germania4.
La Germania, pur cara a Croce per molte altre ragioni, qui  posta nella luce che sar poi
abituale nella propaganda anti-tedesca del tempo di guerra, e il giudizio, tutto incentrato sulla vita di
libert, sembra non tener conto dei diritti sociali conquistati dal mondo del lavoro proprio nella
Germania del suffragio universale. Ma quello che qui merita attenzione  la convinzione che il carattere
positivo di una societ dipenda essenzialmente dalla validit dei valori (per Croce la libert) che i
ceti direttivi riescono ad imprimere all'intera societ indipendentemente dalle caratteristiche
elettorali5.  un concetto a ben vedere passibile di molti, interessanti, sviluppi. Quanto all'Italia, la
visione crociana dell'et giolittiana  piuttosto oleografica. Sembra un paese che armonicamente si
avvia verso il coinvolgimento, sapientemente pilotato dal saggio timoniere, delle grandi masse nella
cornice dello Stato liberale. La realt era un po' diversa. Gi in epoca crispina, Gaetano Mosca aveva
segnalato il ruolo, svolto dai prefetti, di cogente orientamento diretto del voto:
Che i prefetti siano tutti agenti elettorali del ministero  scriveva Mosca   una verit oramai
cos nota che qualunque dimostrazione di essa ci pare superflua. In Francia ci accade da un pezzo; in
Italia  un fatto pi recente, ma certo non nuovo n introdotto negli ultimi anni: ora,  vero, si va
generalizzando sempre pi, perch prima erano agenti elettorali solo i cos detti prefetti politici, che
venivano mandati in alcune grandi citt, mentre ora lo sono tutti indistintamente6.
All'inizio del nuovo secolo, dopo la grave crisi del '98, con Zanardelli presidente del Consiglio
e Giolitti ministro degli Interni, Giuseppe Rensi, pensatore molto lontano dall'olimpico Croce,
pubblic, sulla scia di Mosca, una vera requisitoria contro la frode elettorale. Ne riproduciamo la parte
essenziale:
Ripetere che le elezioni non rappresentano l'esplicazione della volont popolare se non in una
proporzione infinitesimale  dire, oramai, una banalit. Mille circostanze concorrono, come ognun sa, a
impedire nelle elezioni la manifestazione di quella volont, o a deviarla e confonderla. Fra le principali
di quelle che mirano direttamente a reprimerla sta l'opera del governo sotto forma di pressioni e di
corruzioni. Fra quelle che mirano a deviarla e a confonderla sta l'opera dei candidati stessi, o dei loro
grandi elettori, o della stampa.
Si supponga che si formi tra il popolo una corrente d'opinione pubblica, la quale spiaccia al
governo; e che questa corrente costituisca la maggioranza. In un ordinamento politico che si afferma
divergere dai precedenti perci appunto, che esso presenta il meccanismo mediante cui la volont della
maggioranza pu farsi normalmente valere, tale corrente d'opinione pubblica dovrebbe tosto trionfare.
Ma nel governo parlamentare essa corre a rischio di restare sempre soccombente, magari fino al suo
totale insterilimento, a meno che non acquisti una forza tale da far temere di una rivoluzione.
Il governo, infatti, ha modo mediante le pressioni e la corruzione di impedire che quella
corrente di opinione, che raccoglie la maggioranza del paese, divenga maggioranza nella Camera dei
rappresentanti; esso ha mezzo di farla rimanere minoranza legale. Ed  ci appunto che accade
normalmente7.
Giolitti nelle sue Memorie descrive con qualche ironia il meccanismo elettorale vigente al
tempo della sua prima elezione al Parlamento, nel Collegio di Cuneo (1882). Il collegio comprendeva
anche il comune di Peveragno, e in quel comune Giolitti ebbe la totalit dei voti espressi. Ecco come
lui stesso spiega il singolare fenomeno:
A San Damiano, mio nonno, che era uomo popolarissimo, teneva la sua casa aperta a tutti, e la
gente di passaggio vi prendeva alloggio. Il padre del Sindaco di Peveragno vi aveva pernottato una
notte con la moglie incinta, che era stata presa dai dolori e vi aveva partorito, rimanendo poi ospite
oltre un mese, sino a quando si era rimessa. Il Sindaco si era ricordato di essere nato nella casa della
mia famiglia ed aveva voluto compensarmi della antica ospitalit facendomi dare l'unanimit dei voti8.
L'egemonia nella gestione del suffragio universale era stata comunque un esito peculiare, una
specialit, della gestione bonapartista del meccanismo elettorale e del consenso. Tanto pi ammirevole,
se si considera che il principe-presidente (dal novembre 1852, imperatore) doveva addomesticare un
paese molto pi politicizzato e mobilitabile, quale la Francia, impregnata da decenni di una tensione
politica e sociale senza precedenti, e adusa al suffragio ben pi di qualunque altra nazione (per non
parlare dell'arretratissimo Regno d'Italia col suo 30% di analfabeti totali nel 1871).
Il corpo legislativo del tempo di Napoleone III  una vera assemblea parlamentare, che promana
da vere elezioni. Non  un agglomerato di notabili muti come il fantasma parlamentare del primo
Bonaparte. L'esercizio dell'egemonia da parte del nuovo imperatore consiste nell'impedire alle forze
politiche a lui ostili di utilizzare il suffragio universale per riconquistare il potere, attraverso il
Parlamento, pur essendo, certo, le prerogative di quest'ultimo gi molto ridotte perch ormai
l'esecutivo  responsabile soltanto di fronte al capo dello Stato9.
La premessa della costruzione del consenso  che il popolo ha dato vita al regime con le sue
approvazioni plebiscitarie dei quesiti decisivi via via sottoposti: donde l'ordine ai prefetti di esercitare
alla luce del sole la loro influenza politica. Agite alla luce del sole e metterete il popolo in grado di
discernere quali sono gli amici e quali i nemici del governo che esso ha fondato. I giornali sono
controllati capillarmente, e gran parte dei quotidiani politici non riesce a sopravvivere ad una legge
sulla censura particolarmente severa; i locali pubblici sono fonte di propaganda e rischiano di
trasformarsi in clubs: di qui una legislazione dura e occhiuta in materia di autorizzazioni ad aprire
esercizi commerciali, ecc.
Signor prefetto  scrive il ministro dell'Interno ai suoi diretti interlocutori  prendete tutte le
misure necessarie per far conoscere agli elettori di ogni circoscrizione del vostro dipartimento,
servendovi dei diversi dipendenti dell'amministrazione, per tutte le vie che riterrete convenienti
secondo le caratteristiche delle singole localit, quello tra i candidati che il governo di Luigi Napoleone
giudica pi idoneo ad aiutarlo nella sua opera riparatrice. [...] Il governo non si preoccupa dei
precedenti politici dei candidati che accettano con franchezza il nuovo stato di cose; ma vi chiede al
tempo stesso di non esitare a premunire le popolazioni contro coloro le cui ben note tendenze,
qualunque siano i loro titoli, non siano nello spirito delle nuove istituzioni.
La costruzione del consenso discende verticalmente e capillarmente. Ecco cosa scrive un
sindaco (ben allertato e istruito dal suo prefetto) ai propri elettori:
Elettori! Voi non dimenticherete tutti i benefici di cui l'Imperatore ha colmato il nostro Comune
nelle sue numerose visite: soccorso per i poveri, per la chiesa, dono della pompa anti-incendi. Elettori!
Voi manifesterete la vostra gratitudine all'Imperatore dando i vostri voti all'onorevole Clary,
raccomandato dal governo e dai servigi ch'egli ha reso al nostro dipartimento. Voi non dimenticherete
che egli sta per venire ancora una volta in aiuto del nostro Comune ottenendo per noi una somma di
duemila franchi per la chiesa di cui noi non siamo in grado di pagare le spese. Elettori! Unitevi tutti per
indirizzare i vostri voti su Clary. Lui solo rappresenta il pensiero dell'Imperatore, vostro augusto
benefattore10.
Non diversamente orientava il voto il liberale Giolitti vari decenni pi tardi, specie dopo il gran
passo della riforma del 1912, con la variante peraltro, nel Mezzogiorno d'Italia, in cordiale
collaborazione con la malavita legata ai proprietari e ai notabili, dei famigerati mazzieri. Non senza
motivo, anche se con indubbia durezza, un grande storico italiano, e di origine meridionale, che delle
campagne elettorali giolittiane aveva fatto diretta esperienza, Gaetano Salvemini, defin in un celebre
pamphlet l'apparentemente olimpico premier piemontese, cos ammirato da Croce, il ministro della
malavita.
Mancavano i partiti nel senso moderno, novecentesco del termine: essi costituiscono infatti,
secondo una celebre definizione di Palmiro Togliatti, la democrazia che si organizza. Partito in senso
moderno era quello bonapartista che presto pot avvalersi dell'apparato stesso dello Stato; e partiti
divennero man mano, sotto la spinta dell'Internazionale, i partiti socialisti. Gli altri erano i liberali,
cio, nella societ politica, l'ordine naturale delle cose (con varianti terminologiche da epoca a
epoca, da paese a paese). Essi non avevano bisogno di veri e propri partiti: i loro uomini erano
direttamente la classe dirigente. Non  superfluo, per, insistere sull'efficacia dell'esperienza del nuovo
Bonaparte come fonte d'ispirazione e talvolta direttamente modello. L'uomo forte sorretto dal
consenso fu il modello che affascin Bismarck, ma anche Crispi, n fu privo di risonanze nell'ambito
del conservatorismo inglese. Il plebiscito come strumento principe della volont popolare pilotata
dar eccellente prova anche in Italia: tutta l'operazione che porta in pochissimi anni (1858-1861)
all'unificazione italiana  realizzata attraverso l'arma tipicamente bonapartista del plebiscito. Anche
quando, in forza degli accordi segreti (1859) tra Impero francese e Regno di Sardegna, quest'ultimo
cedette Nizza alla Francia in cambio della Lombardia, Napoleone III organizz la farsa di un
plebiscito a Nizza che 'democraticamente' avallasse il passaggio alla Francia (la citt era gi occupata
militarmente dai Francesi). Un giornalista del Times, che era anche un agente del governo inglese
col compito di occuparsi di Garibaldi, Laurence Oliphant, tent invano di far fallire l'operazione
plebiscitaria usando tra l'altro anche l'insofferenza del nizzardo Garibaldi verso l'operazione messa in
atto da Cavour. Fallito il suo tentativo, Oliphant scagli contro l'imperatore un pamphlet dal titolo
Universal suffrage and Napoleon the Third (1860). Poco dopo il governo piemontese procedeva alla
stessa maniera che s'era vista all'opera nel caso di Nizza per legalizzare l'annessione delle nuove
province centro-meridionali (1861). Il secondo imperatore dei Francesi ha insegnato all'Europa
borghese a non aver paura del suffragio universale, bens ad addomesticarlo: beninteso, purch
corretto dell'infallibile meccanismo moderatore del collegio uninominale.
Grazie alle origini politiche e sociali del suo movimento interclassista, egli aveva costruito una
macchina quasi perfetta: aveva potuto e saputo sedere alla Costituente tra i banchi della Montagna,
mantenere saldi rapporti col clero cattolico, e non perdere il contatto con alcuni capi socialisti, fermo
restando il suo sostegno all'ordine sociale esistente. Cos egli si trov a lungo, quasi vent'anni, in una
posizione ben pi favorevole rispetto a quella in cui il Quarantotto europeo pose le forze governative
inglesi.
La storia della assai lenta marcia del suffragio universale in Inghilterra  particolarmente
istruttiva. Essa aiuta a liberarsi della sempre ritornante retorica anglocentrica volta a raffigurare
l'Inghilterra come il luogo geometrico e il sito privilegiato di una libert perenne, vigente nel beato
paese dalla Magna Charta Libertatum (1215) ininterrottamente fino al tempo nostro; una libert che
scorre indisturbata (nonostante due rivoluzioni ed un re decapitato, oltre ad una non breve parentesi di
dittatura repubblicana) mentre il resto del continente delira, massimamente dopo l'esplosione della
Rivoluzione francese. Le Reflections di Burke sulle vicende di Francia, cos come, sul piano letterario,
un libro infelice quale Tale of two Cities (1859) di Dickens, hanno contribuito a tenere vivo questo
clich.
Non pu passare inosservato quanto sia stato accidentato e contrastato da resistenze tenaci il
secondo passo in avanti in direzione del suffragio uguale. La ripresa dell'agitazione  messa in moto
dalla rivoluzione europea, ma il secondo Reform bill  del 1867: quasi vent'anni di battaglie
parlamentari per togliere ad un'altra quarantina di borghi putridi i due rappresentanti alla Camera dei
Comuni e passarli ad alcune grandi citt, ancora penalizzate dal sistema.  degno di nota che ancora in
quegli anni Londra avesse soltanto quattro rappresentanti. L'altra faticosa innovazione riguardava
l'abbassamento del censo richiesto per esercitare il diritto elettorale; al che si aggiunse un altro
provvedimento eversivo, l'inclusione cio nelle liste elettorali di una nuova categoria di affittuari
fino ad allora esclusa (gli inhabitant occupiers e i lodgers). Soltanto col 1872 (Ballot act) il voto
divenne segreto. E soltanto nel 1885 si giunse ad un quasi-suffragio universale: vennero ammessi,
alfine, all'elettorato tutti i cittadini maggiorenni aventi alloggio proprio (inquilini o proprietari) e tutti i
possessori di beni immobili con un reddito di 10 sterline. Varie limitazioni sussistevano in relazione
alla durata del possesso dell'alloggio, e comunque l'esclusione dei cittadini viventi a carico altrui era
sottintesa. Questa rivoluzionaria innovazione fu dovuta a Gladstone, al quale si deve anche il
definitivo accantonamento delle arcaiche circoscrizioni: Londra pass finalmente ad una
rappresentanza adeguata alla sua enormit di metropoli (59 collegi, beninteso uninominali...). Non 
notissimo che, ancora nel 1918 (cio all'indomani della prima guerra mondiale), alcuni elettori  pur in
regime di suffragio universale  avevano il diritto di votare due volte11, mentre alle donne  purch
beninteso al di sopra dei trent'anni!  si concedeva il diritto di voto a condizione che fossero
proprietarie (o mogli di proprietari).
Tutta questa ostinata e macchinosa limitazione della libert politica ebbe come risultato un
fenomeno assai rilevante: che la rappresentanza politica delle istanze sociali passava per le mani del
partito liberale, l'antagonista storico dei tories (il partito laburista nascer soltanto nel 1899, col
modesto nome di Labour Representation Commitee). Nelle pastoie di un sistema elettorale incentrato
sulla penalizzazione delle minoranze (grazie appunto al sistema del collegio uninominale), i laburisti
saranno a lungo un gruppo di minoranza che riesce a mandare rappresentanti ai Comuni solo in accordo
coi liberali. Nel 1906 ebbero, e parve un successo, trenta deputati, ma rappresentavano di fatto la quasi
totalit della classe operaia, la cui entit numerica, grazie al potente sviluppo industriale, era
elevatissima.
Il sistema elettorale uninominale-maggioritario garant indefinita vitalit e sopravvivenza ai
tories, la cui scomparsa, in favore di formazioni conservatrici pi moderne, con un altro sistema
elettorale sarebbe stata inevitabile, e avrebbe ammodernato l'intera societ britannica. Sulla quale ha
invece ininterrottamente pesato la continuit di una formazione conservatrice intrinsecamente ostile
alla democrazia, vista come l'equivalente, in sostanza, del comunismo, secondo quanto afferma
l'interlocutore indicato come Aristocraticus nel dialogo di George Cornewall Lewis Qual  la miglior
forma di governo? (1863): una democrazia non truccata, cio con eguale distribuzione dei poteri di
governo,  gi il comunismo. Al principio del suo saggio sui Fondamenti della democrazia (1997)
Raimon Panikkar osserva che la parola stessa democrazia nelle isole britanniche ha conservato un
senso peggiorativo sino alla fine dell'Ottocento12. In Inghilterra l'economia capitalistica era
penetrata nell'ordine tradizionale, di cui aveva mutato il contenuto ma non le forme13. Il che spiega
bene perch, nella lotta politica inglese, si siano pi volte trovati a fronteggiarsi direttamente il
movimento sindacale (sorretto solo da un certo momento in poi dal partito del lavoro) e la pi
tetragona conservazione, incarnata perfettamente dai tories, non bisognosi  grazie anche alla legge
elettorale  di partiti terzaforzisti di complemento e anzi capaci di condurre al successo  tale era la
loro egemonia sociale  anche scontri frontali di mesi e mesi contro richieste salariali.
Se si considera, poi, che quando nel 1914 l'Inghilterra  alleata dello zar  entr in guerra
contro la Germania e l'Austria, il suffragio nelle elezioni britanniche era tutt'altro che universale
mentre in Germania era tale dal 1871 (in Austria dal 1907), e che nondimeno la guerra fu presentata
come lo scontro tra le democrazie e le autocrazie degli Imperi centrali, non si pu non restare
ammirati di fronte alla forza pervasiva della retorica.
In realt era proprio la Germania, alla vigilia del primo conflitto mondiale, il paese dove il
movimento organizzato dei lavoratori (socialdemocrazia, sindacato) aveva il maggior peso
parlamentare e il maggior prestigio nonch il miglior modello organizzativo corroborato dall'alto
livello intellettuale dei dirigenti. Ma questa era solo una faccia della realt: dall'altra parte c'era un
blocco di potere  Junker, grande industria, esercito  ormai deciso a contendere all'Inghilterra il
dominio mondiale. La prova del fuoco del movimento operaio europeo, stretto nella morsa di questo
conflitto tra imperialismi, fu dunque, sotto ogni rispetto, il 1914.
Approssimandoci dunque ormai all'anno epocale, cerchiamo, risalendo alquanto indietro, di
comprendere i prodromi e lo sviluppo della crisi che ha generato, in ultima analisi, il mondo attuale.
...
.
...
Capo 9. Dall'ecatombe dei comunardi alle unioni sacre.
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Un anno riveste, in questa vicenda, un'importanza almeno pari a quella del 1848, ed  il 1871:
l'anno che vide, dopo il crollo del Secondo Impero, l'esplosione, la disperata vita e la fine della
Comune, la vittoria militare prussiana, la nascita dell'Impero tedesco, nonch il dislocarsi dalla Francia
alla Germania dell'epicentro strategico del movimento operaio europeo. Nel quarantennio che segu  il
cosiddetto quarantennio di pace  vennero a maturazione i germi, le premesse delle crisi e delle
trasformazioni nel cui solco ancora viviamo: dalle rivoluzioni russe alla guerra mondiale, dalla
centralit americana al risveglio dell'Asia. Ma tutto ebbe inizio in quell'anno 1871, che solo ai
superficiali parve essenzialmente aprire una lunga ra di pace.
Tracciando a grandi linee la vicenda degli ultimi decenni del secolo, in quel rilevantissimo suo
testamento che  la prefazione (1895) alla riedizione del libro di Marx sul Quarantotto francese
(Klassenkmpfe in Frankreich), Engels scrive tra l'altro: Come Marx aveva predetto, la guerra del
1870-71 e la sconfitta della Comune avevano temporaneamente spostato il centro di gravit del
movimento operaio dalla Francia alla Germania.
In realt, congedandosi dal suo scritto sul 18 brumaio di Luigi Napoleone, Marx aveva
formulato una previsione che andava in tutt'altra direzione: sconfitta da Bonaparte la cricca
parlamentare, non restava che sconfiggere il potere, ridotto alla persona dell'isolato Cesare, e a quel
punto la vittoria sarebbe stata completa, la vecchia talpa avrebbe compiuto la sua opera. Invece con
Sedan il Cesare era crollato, gli operai delle varie tendenze socialiste avevano preso il potere a Parigi,
ma il governo proletario era stato sconfitto, nel generale massacro dei suoi sostenitori.  dunque un
po' sbrigativa l'osservazione che ad Engels pare cos profetica sullo spostamento del centro di
gravit (Schwerpunkt) dalla Francia alla Germania.  tutta una previsione, un progetto, un investimento
di energie che andava in frantumi. E certo non in modo indolore. La fine della Comune era molto pi
che il segnale dello spostamento del centro di gravit.
La Comune era stata l'effetto della sconfitta, della inettitudine del governo provvisorio di Thiers
installato a Versailles, dell'ambiguit dei vincitori prussiani accampati alle porte di Parigi al cospetto di
due governi francesi in lotta tra loro. Movimento spontaneo che ricalcava modelli di arruolamento in
massa e di esercito popolare tratti dagli archetipi dell'anno II, la Comune era guidata da una
maggioranza blanquista e da una minoranza proudhoniana, collegata all'Associazione Internazionale
(la cosiddetta Prima Internazionale). Per schiacciarla, Thiers ottenne dai vincitori e occupanti
prussiani la restituzione delle truppe francesi prigioniere a Sedan e Metz. Forte di queste truppe, rese
disponibili per la compiacenza prussiana, Thiers schiacci la Comune e ne massacr i militanti. La
grande speranza si spense in pochi giorni, tra il 18 marzo e i primi di maggio del 1871.
Marx scrisse un lungo indirizzo all'Internazionale, su questa vicenda, intitolato La guerra civile
in Francia (The Civil War in France), pubblicato come opuscolo nello stesso 1871. Qui non lesina
critiche, la pi nota delle quali  che la classe operaia non pu accontentarsi semplicemente di
prendere nelle proprie mani la macchina statale bella e pronta e farla funzionare ai propri fini (cap.
III).
Questo scritto riveste un'importanza direttamente politica ed ebbe conseguenze di lunga durata,
che  giusto ricordare qui per gli sviluppi di cui parleremo pi oltre. Con esso Marx comp  ha scritto
Arthur Rosenberg nel capitolo introduttivo alla Storia del bolscevismo
un'azione ricca di conseguenze: solo cos egli procur al marxismo una vera tradizione
rivoluzionaria, e solo da allora il marxismo  diventato la causa di tutti gli operai combattenti nel
mondo. Per tale grande successo Marx doveva, in cambio, ammettere di riconoscere nella forma
politica della Comune, ossia nell'immediato scioglimento dell'apparato statale centralista, il modello
classico della rivoluzione operaia. Come pi tardi si sarebbe adattata a ci la pratica d'una grande
rivoluzione operaia europea, questo Marx lo lasciava al futuro1.
Col naufragio della Prima Internazionale, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, e l'avvio della
lunga marcia elettorale del socialismo tedesco, cadute le leggi anti-socialiste bismarckiane,
incominciava un'ra totalmente diversa, caratterizzata da sistemi parlamentari appoggiati alla forza
massiccia dello Stato, dominato da borghesie pronte a reggere la sfida elettorale: un mondo cui Marx,
scomparso nel 1883, lasciava indicazioni operative assai vaghe, o, forse, intenzionalmente, nessuna.
Scrivendo vent'anni dopo una prefazione a The Civil War, Engels approfondisce la critica:
La Comune dovette riconoscere fin dall'inizio che la classe operaia, una volta al potere, non
pu continuare ad amministrare servendosi del vecchio apparato statale; [...] per non perdere il proprio
potere appena conquistato deve eliminare tutto il vecchio apparato repressivo fino ad allora impiegato
contro di essa, e d'altra parte assicurarsi contro i propri rappresentanti e funzionari dichiarandoli
revocabili senza alcuna eccezione e in ogni momento.
Non paiono critiche realistiche, hanno purtroppo il sapore fastidioso della lezione impartita col
presupposto di essere sempre nell'ottica giusta, di vedere pi in profondit degli altri.  evidente che i
rapporti di forza esistenti non potevano lasciare ai comunardi  dediti peraltro ad iniziative poco
incisive, quali il divieto del lavoro notturno dei fornai e il ritiro dei simboli religiosi dalle aule
scolastiche  il tempo e lo spazio per vincere la impossibile partita. Non affettuoso ma del tutto
pertinente invece il sarcastico rimprovero di Engels, nello stesso scritto: La cosa pi difficile da capire
[nell'azione dei capi della Comune]  il sacro rispetto per il quale ci si arrest alle porte della Banca di
Francia. Questo fu anche un grave errore politico. La banca in mano alla Comune valeva pi di
diecimila ostaggi. Ed  certo che Lenin sembra aver tenuto sotto gli occhi queste pagine come un
manuale di orientamento capitale quando prese il potere in Russia nel novembre 1917.
Nella prima parte del suo scritto Engels torna ancora sulla vicenda del 1848, sulla sconfitta di
giugno e sulla vittoria di Luigi Bonaparte, cui riconosce pur sempre, nella scia del 18 brumaio di Marx,
di aver fatto saltare in aria  col colpo di Stato del 2 dicembre 1851  l'ultima cittadella della
borghesia, l'Assemblea Nazionale. Per caratterizza meglio la natura del potere bonapartista quando
scrive: sottrasse ai capitalisti il potere politico, col pretesto di proteggerli contro gli operai, e di
proteggere a loro volta gli operai contro i borghesi, ma in compenso favor l'ascesa e i grandi
guadagni di tutta la borghesia ad un livello impensato. Non c' pi lo scenario della vecchia talpa e
del suo trionfale secondo tempo, ma c' una diagnosi che sembrerebbe adattarsi alla prassi e alle
caratteristiche essenziali di fenomeni tipicamente novecenteschi come il fascismo.
Su un punto Engels, in questo scritto del 1891, ritorna pi volte  sia a proposito del giugno '48
sia a proposito del modo in cui i comunardi furono fisicamente e individualmente tutti annientati : la
ferocia belluina del governo borghese-repubblicano, accecato dall'odio contro il proletariato che si
ribella. Anche questo  uno sguardo, forse involontario, forse profetico, sul futuro. Anche questo  un
insegnamento che Lenin ha tratto da questo libro-guida della sua azione pratica di l a pochi anni.
 comunque del tutto vero che il centro di gravit si era spostato in Germania, grazie
all'intelligenza con la quale gli operai tedeschi seppero far uso del suffragio universale, introdotto nel
1866, scrive Engels nel 1895. Merita attenzione questa diagnosi, che si inquadra in una pi vasta
riflessione sullo stato di salute di quello strumento di lotta. Spicca tra l'altro, nella stessa pagina,
l'osservazione secondo cui gli operai rivoluzionari dei paesi latini [sic] si erano abituati a considerare
il voto come una trappola, come uno strumento di mistificazione governativa. In Germania fu tutt'altro.
Gi il Manifesto comunista aveva proclamato la conquista del suffragio universale, della democrazia,
come uno dei compiti primi e pi importanti ecc.. Strana citazione, che parrebbe indicare nei militanti
tedeschi i destinatari di quel forte suggerimento contenuto nel Manifesto, e che invece  l con una
validit generale.
Dunque i paesi latini da un lato (la Francia stufa di plebisciti bonapartisti, la Spagna abituata ad
un'elevata astensione elettorale), dall'altro il partito socialista tedesco con la sua crescente,
inarrestabile marcia verso successi elettorali sempre pi marcati: risultati che Engels enumera infatti, in
questa pagina, a riprova tra l'altro della capacit del partito tedesco di aumentare i voti anche in piena
temperie di leggi anti-socialiste. Marx viene ancora chiamato in causa, senza una citazione esplicita,
poco dopo a proposito del programma del partito operaio francese, il cui preambolo era stato scritto
da lui e dove si legge che i militanti di quel partito, costituitosi a Le Havre nel 1880, avevano saputo
trasformare il suffragio universale da inganno qual  finora stato in strumento di emancipazione (de
duperie qu'il a t jusqu'ici, en instrument d'mancipation).
Sono parole molto ben soppesate. Engels  di fronte ad un tornante storico. Deve prendere atto
degli effetti prorompenti della modernit e non deve buttare a mare una tradizione, che ha anche le
sue implicazioni strategiche. Non facciamoci illusioni  scrive , una vera vittoria dell'insurrezione
sull'esercito nella lotta di strada, una vittoria come tra due eserciti,  una delle cose pi rare. Non dice
che  impossibile, ma si avvicina molto ad un tale bilancio. Ha in mente, com' ovvio, che tutte le
insurrezioni del mezzo secolo che ha alle spalle sono state o snaturate o schiacciate. Solo un
irresponsabile non trae un bilancio. Ma il bilancio  arduo, e lui non vuole approdare alla conclusione
che la lotta elettorale  l'unica possibile: certo fa grandi complimenti al partito tedesco che sta facendo
miracoli nella lotta elettorale. E questo  di per s significativo. Si sa che alcune frasi e pagine di questo
scritto anticipate sul Vorwrts furono adoperate per annettersi la grande autorit del patriarca Engels
da parte di chi propugnava che una tale deduzione fosse tratta esplicitamente dal partito. Engels
protest. Ma il suo scritto si prestava senza forzature a tale lettura.
La sua via d'uscita  nella famosa formulazione, che pu apparire reticente, anche se  ricca
di verit politica:
E quand'anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci
di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti,
aumentato in egual misura la fede degli operai nella vittoria e la paura dell'avversario, diventando cos
il nostro miglior mezzo di propaganda, di darci una nozione esatta delle nostre forze; fornendoci cos
un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione preservandoci dalla pusillanimit
inopportuna quanto dalla intempestiva temerariet; se questo fosse il solo vantaggio ricavato dal diritto
di voto, sarebbe gi pi e pi che sufficiente!
Ma  incalza  il suffragio elettorale ha fatto molto di pi: nell'agitazione elettorale ci ha
fornito un mezzo che non ha l'eguale per entrare in contatto con le masse l dove esse sono ancora
lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendersi dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo.
Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna dalla quale abbiamo parlato
non solo al Parlamento ma al paese con tutt'altra autorit e libert che nella stampa e nelle riunioni.
E poco dopo osserva che le barricate  buone fino al '48  ora sono invecchiate.
Migliore descrizione dell'effettiva realt della lotta parlamentare possibile nell'Impero tedesco
non si potrebbe avere. E certo l'autore non  sospettabile di simpatie bismarckiane o guglielmine! A
quello che Engels osserva si pu aggiungere un dettaglio tecnico non trascurabile. Mentre in
Inghilterra, in Italia, in Francia, il meccanismo elettorale  pur sempre fondato sul collegio
uninominale, in Germania, in Austria, in Svizzera si cominciava ad agitare concretamente la istanza di
un sistema di tipo proporzionale, l'unico in grado di assicurare adeguata rappresentanza alla minoranza
(e alle minoranze).
Con una avvertenza sostanziale. L'Impero tedesco era stato costruito dal genio di Bismarck
sulla base di una dualit che veniva ricondotta ad unit sulla base di un riconosciuto e accettato
rapporto di forze. La dualit era: il Regno di Prussia da una parte, l'Impero dall'altra. Naturalmente ci
sono anche il Baden, il Wrttemberg, la Baviera; ma i due soggetti decisivi sono il Regno di Prussia
(che ha creato l'Impero) e l'Impero. I due soggetti si fondono nella persona del Kaiser, il quale  anche
il re di Prussia. E si divaricano invece sul piano parlamentare, in quanto la Camera prussiana continua
ad essere eletta sulla base delle quote attribuite alle tre classi (Dreiklassensystem: che meraviglia
quando sono i reazionari stessi che parlano serenamente di classi e difendono senza circollocuzioni i
loro privilegi di classe!), mentre il Reichstag, il Parlamento dell'intero Impero,  eletto a suffragio
universale (senza le limitazioni rimaste in vigore in Francia o le ridicole trovate inglesi dell'ancoraggio
del diritto di voto allo status di capo-famiglia o di abitante-titolare di una casa). Il diritto elettorale
prussiano garantisce lo strapotere delle classi forti (Junker e casta militare), che hanno preventivamente
assicurata la grande maggioranza parlamentare. Nel Parlamento imperiale invece la rappresentanza non
 bloccata, ma comunque  corretta dal sistema del collegio uninominale, che ovviamente penalizza il
solo partito che crea problema alle classi dominanti, cio il partito socialista, l'unico che rimane quasi
sempre, o sempre, isolato quando si passa al secondo turno (gli altri partiti stabiliscono alleanze
elettorali, ma non con i socialisti). Questi ultimi guadagnano i seggi solo dove sono maggioranza
assoluta nei collegi. Peraltro la richiesta di passare al pi equo sistema elettorale sussiste, con effetti
settoriali: nel Wrttemberg (parlamento regionale), per i rappresentanti di Stoccarda, in tutto sei, viene
adottato il proporzionale, con la riforma del 1906.
Ma il punto essenziale  il rapporto tra imperatore-re, cancelliere, Camera prussiana e
Parlamento imperiale. Il doppio ruolo del sovrano d alla Camera prussiana un peso enorme de facto,
ed a scanso di rischi o di equivoci sui due temi cruciali per una potenza in lotta per il dominio mondiale
 politica estera e guerra (cio politica militare)  il Parlamento imperiale non ha alcuna voce in
capitolo. La casta militare prussiana, che , con la grande industria, il propulsore verso il dominio
mondiale, in gara contro l'Inghilterra,  garantita: le sue decisioni, attraverso la Camera prussiana,
passano direttamente all'attenzione del re-imperatore, ed il Cancelliere  comunque responsabile di
fronte a lui, non di fronte al Parlamento imperiale.
Quest'ultimo diventa una grande tribuna propagandistica, come le parole efficaci di Engels
fanno intendere (una tribuna dall'alto della quale i nostri rappresentanti hanno potuto parlare con
tutt'altra autorit). Inoltre  l che si conducono le battaglie sul fronte della politica sociale (in ogni
suo aspetto: diritti dei lavoratori, istruzione, ecc.). Dunque, pur in una netta delimitazione, il
Parlamento imperiale non  solo una tribuna per i comizi; e la presenza dei socialisti, sorretti da un
crescente consenso elettorale,  decisiva. Peraltro  nel concreto della lotta politica che si conquista
spazio. Dunque anche le questioni-tab della guerra e della politica estera passano attraverso
l'agitazione che si riesce a fare pi o meno efficacemente in Parlamento.
Di qui l'importanza di strappare una modifica della legge elettorale in senso proporzionale:
unica via per rendere effettivo il suffragio universale e per dare alla forte minoranza rappresentata dal
partito socialista il giusto peso parlamentare. L'agitazione in tal senso  del resto presente anche negli
altri paesi dove vigono regimi parlamentari. Sin dal 1885 nasce in Inghilterra la Proportional
Representation Society, poco dopo in Francia la Socit pour l'tude de la Reprsentation
proportionelle, in Belgio l'Association rformiste. In Austria con la riforma del 1906 il sistema
proporzionale cominci ad affermarsi. In Svizzera l'agitazione port all'adozione del proporzionale a
Neuenburg, Ginevra, Ticino. E cos in Danimarca per l'elezione della Camera Alta. Non  privo di
significato il fatto che il proporzionale sia stato finalmente ottenuto, in Italia, solo dopo la guerra, in
vista delle elezioni del 1919, le prime a suffragio universale maschile senza le limitazioni della legge
giolittiana (ed in un clima di riscossa delle masse che premi socialisti e popolari), ma sia stato
abrogato dal governo Mussolini (legge Acerbo) in vista delle elezioni del 19242.
Si potrebbe guardare alla realt della Germania bismarckiana e poi guglielmina anche da
un'altra ottica, che non  in antitesi con le straordinarie pagine di Engels (miranti del resto a dare una
direttiva al suo partito, a guidarlo, a metterlo in guardia da sbandate irreparabili) ma  semmai
complementare. Si tratta della descrizione fatta da Karl Liebknecht degli effetti capillari di
asservimento nei confronti di ciascun cittadino, attraverso la poderosa macchina del servizio militare,
da parte dei ceti dirigenti prussiani. Anche qui  giusto precisare prussiani, perch la Baviera
presentava, di sicuro, altri tratti, un altro clima, ma  chiaro che anche su questo terreno era la Prussia il
fattore decisivo, il modello, gi all'interno dell'Impero. E non  un caso che quando la piega negativa
presa dalla guerra mondiale metter in crisi l'Impero, la posta in gioco, nella lotta politica interna, sar
quella di spezzare il blocco di potere prussiano: la agitazione, appunto, in cui furono coinvolte
personalit come Max Weber, non solo i partiti di opposizione, volta ad abrogare il diritto elettorale
prussiano.
Si tratta dello scritto di Liebknecht intitolato Militarismo e antimilitarismo con particolare
riguardo al movimento giovanile internazionale, del 1907: l'unico scritto non occasionale, ma ampio e
organico, del giovane e coraggioso deputato. Per aver diffuso questa brochure egli fu arrestato e
detenuto per un anno e mezzo. Il che non gli imped, una volta liberato, di riprendere la lotta politica
con ancor maggiore coraggio, che gli cost la vita. Quello che egli traccia  un quadro realistico e
veridico del militarismo prussiano come strumento di egemonia di classe, pur nel quadro di un
sistema parlamentare.
Si cerca di domare gli uomini come si domano le bestie. Le reclute narcotizzate, confuse,
lusingate, comprate, oppresse, imprigionate, trascinate e bastonate; cos si mescola e si impasta,
granellino per granellino, il cemento per la poderosa costruzione dell'esercito; cos si lega pietra a
pietra per la costruzione del baluardo contro la sovversione [...]. A produrre la necessaria docilit e
arrendevolezza della volont serve l'osservanza scrupolosa del regolamento, la disciplina da caserma,
la santificazione della divisa dell'ufficiale e del sottufficiale, che in molti settori appare veramente
come legibus soluta e sacrosanta, in breve la disciplina e il controllo che stringono in una morsa di
ferro il soldato in tutto ci che fa e che pensa, dentro e fuori il servizio. E a questo punto il singolo
viene cos indelicatamente piegato, tirato e storto in tutte le direzioni che anche la spina dorsale pi
solida corre il pericolo di rompersi, e o si piega o si spezza3.
Questa era la macchina-esercito: ampiamente la descrive Arthur Rosenberg nel primo capitolo
(Le forze sociali sotto Bismarck) del suo libro forse pi riuscito, Le origini della Repubblica Tedesca
(1928). La matrice remota era la Potsdam federiciana, ma la grande fucina del nuovo militarismo era il
progetto di dominio mondiale, che avrebbe inevitabilmente portato ad una guerra inter-imperialistica
dalle conseguenze imprevedibili. Al di l della denuncia, di per s capitale, c' nella pagina di
Liebknecht un preciso punto di riferimento.  ancora una volta l'insegnamento e la direttiva che il
grande patriarca Engels impartiva al suo partito, al partito tedesco, maestro ed esempio per tutti i
socialismi d'Europa. Si tratta del saggio intitolato Il socialismo in Germania (Der Sozialismus in
Deutschland) che Engels scrisse per l'Almanach du parti ouvrier (dicembre 1891) su richiesta di
Laura Lafargue, la figlia di Marx e moglie del fondatore del partito operaio francese; uno scritto che
ebbe grande diffusione, dalla Neue Zeit alla Critica sociale al Przedswit polacco. In questo
scritto, che presenta alcuni tratti in comune con quello, pi volte ricordato, del 1895, Engels, oltre ad
additare il grande e costante progresso elettorale del partito socialista tedesco, sviluppa un concetto: la
forza della socialdemocrazia tedesca non si limita ai suoi successi elettorali; il loro corrispettivo, ovvio
ma al quale  necessario porre attenzione per le sue implicazioni,  che dunque anche una parte
crescente dell'esercito  socialista. Scrive Engels:
Si diventa elettori a 25 anni, soldati a 20; ma proprio perch noi reclutiamo i nostri adepti
soprattutto tra i giovani, se ora abbiamo gi un soldato su cinque, ben presto avremo un soldato su tre; e
intorno al 1900, l'esercito  prima tipico elemento prussiano del nostro paese  diventer in
maggioranza socialista. Anche il governo se ne accorge, ma non ci pu far nulla4.
Liebknecht discute proprio questo esagerato ottimismo del vecchio, anche se non lo cita
esplicitamente. Certo  scrive  una gran parte dell'esercito tedesco  gi 'rossa'; per subito rettifica
le cifre, precisando che tra i 20 e i 22 anni i giovani soldati non hanno ancora la formazione politica che
acquisiscono pi tardi quando, a 25 anni, saranno elettori; e soprattutto lancia un allarme: non  vero
che il governo non sa che cosa fare, al contrario ha introdotto ore di istruzione contro la
socialdemocrazia nella formazione delle reclute. E, come s' detto, lo stesso Liebknecht, gi
consigliere comunale a Berlino, per aver scritto questo libro di denunzia sui metodi vigenti nell'esercito
subir la detenzione. Insomma ci che sfuggiva al vecchio patriarca del socialismo europeo, e che il
giovanissimo Liebknecht metteva a fuoco invece con estrema lucidit, era il mutamento in radice dei
caratteri strutturali dell'avversario: si trattava ormai di un potere massiccio, per usare un aggettivo
caro a Gramsci, con una salda presa sulla societ, fondato sulla centralit della casta militare. Una
novit che avrebbe dato i suoi frutti, inediti, gi durante gli anni decisivi della guerra mondiale, e subito
dopo.
L'ingenuit di questo testamento engelsiano, il suo ottimismo (il partito cresce, secondo lui, in
modo spontaneo, costante, irresistibile, e in pari tempo tranquillo, come un processo naturale!),
l'arbitrariet delle sue previsioni (avanti di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la
maggior parte dei ceti medi, dei piccoli borghesi come dei piccoli contadini, e saremo diventati nel
paese la forza decisiva alla quale tutte le altre dovranno inchinarsi) non solo sono largamente
infondati  per esempio trascura la variante popolare rappresentata dal Partito del Centro (Deutsche
Zentrumspartei) , ma sfociano in un vicolo cieco dal punto di vista strategico. Prevede bens che
saranno i partiti dell'ordine a spezzare la legalit divenuta loro cos fatale, ma non sa indicare in
nessun modo come reagirebbe l'elettoralmente sempre pi florido partito socialista dinanzi a tale
drammatica eventualit! Certo, rivolgendosi, in immaginario dialogo, agli avversari preannuncia che, di
fronte all'attacco illegale, la socialdemocrazia reagirebbe; ma non sa dire come; se la cava con una
frase vuota (ci che essa far allora si guarda bene dal farvelo sapere oggi) e si rifugia
conclusivamente in un paragone storico che gli  caro ( del 1894 il suo scritto Sulla storia del
cristianesimo primitivo), e che lo  stato poi ad una parte almeno della cultura di sinistra (da Isaac
Deutscher ad Arnold Toynbee): nel raffronto, cio, allusivo e speranzoso con la vittoria irresistibile
del cristianesimo nei confronti dell'Impero romano. Debole risorsa: per demolire il valore
analogico-strategico di questo paragone basterebbe considerare che la nozione stessa che sta alla base
di tale paragone pu essere contestata, e che comunque la vittoria del cristianesimo  in realt, almeno
in non piccola parte, adesione del cristianesimo all'ordine economico-sociale vigente nell'Impero!
Dunque un paragone scientificamente inconsistente e politicamente non molto istruttivo.
Il vecchio patriarca apparteneva ad un'altra generazione, che aveva gi avuto le sue illusioni, e
le sue sconfitte, ed ora non intendeva pienamente il mondo che velocemente gli cambiava intorno, a
precipizio, verso l'ra agghiacciante e senza scrupoli della lotta tra imperialismi, nella quale la
democrazia politica sarebbe rapidamente divenuta un gingillo superfluo.
Una intuizione di quello che stava per abbattersi sul continente e sul resto del mondo  in un
importante discorso di Winston Churchill ai Comuni il 12 maggio del 1901:
Una volta  disse mentre caldeggiava il potenziamento radicale della marina da guerra
britannica  quando le guerre nascevano da ragioni personali, dalla politica di un ministro o dalla
passione di un re, quando si combatteva con piccoli eserciti regolari di soldati professionisti, e quando
il loro corso era ritardato dalla difficolt di comunicazioni e di rifornimenti, e spesso dalla stagione
invernale, era possibile limitare le perdite dei combattenti. Ma ora, quando grandi popoli vengono
scagliati gli uni contro gli altri, e ciascuno di essi fortemente inasprito e infiammato, quando le risorse
della scienza e della civilt spazzano via tutto quello che potrebbe mitigarne la furia, una guerra
europea pu soltanto terminare con la rovina dei vinti e con la disorganizzazione commerciale e con
l'esaurimento, poco meno fatali, dei vincitori.
E concludeva questa tirata dal sapore vagamente demostenico5 osservando: La democrazia 
pi vendicativa dei Gabinetti. Le guerre dei popoli saranno pi terribili di quelle dei re. Curioso
impiego del termine democrazia, adoperato qui da uno che certo non l'amava, per significare la
mobilitazione di grandi masse intorno alle politiche governative. Definizione adatta ad un'epoca 
quella degli imperialismi in lotta  in cui il coinvolgimento delle masse nella politica di potenza
avviene ormai attraverso formazioni politiche il cui principale compito era quello di sottrarre le masse
all'influenza del socialismo. Era questo, anzi, uno dei caratteri essenziali, e pi pericolosi, dei nuovi
imperialismi.
Nella Germania finalmente modernizzata  e da Guglielmo II non meno che da Bismarck 
contano ormai movimenti reazionari di massa, quali l'Alldeutscher Verband, antecedente significativo
e allarmante di quello che nel pieno della guerra e nei primi anni della Repubblica sarebbe stata la
Deutsche Vaterlandspartei, un partito reazionario con milioni di iscritti, pronto se del caso al Putsch e
intrinseco dei vertici militari (donde la sostanziale impunit dei suoi capi). Ma accanto all'Alldeutscher
Verband, principale e temutissimo gruppo di pressione extraparlamentare, operavano altre forze
analoghe: il Flottenverein, l'Ostmarkenverein (i famosi Hakatisten, come vennero detti dalle
consonanti iniziali dei tre fondatori), lanciati in una politica di germanizzazione forzata delle province
polacche (Posen e Westpreussen), tutti venati di razzismo e antisemitismo, anche se  in questo  per
nulla peggiori dei loro omologhi francesi che si erano illustrati nel caso Dreyfus, o inglesi (per non
parlare del genocidio dei Sioux democraticamente benedetto da Theodore Roosevelt)6.
Per catturare le masse a siffatte politiche, in tempi di suffragio generalizzato e di organizzazioni
socialiste protese alla conquista della rappresentanza parlamentare pi ampia possibile, se non, in
prospettiva, della maggioranza, lo strumento principe , appunto, creare altri partiti di massa di non
minore fascino e tali da esercitare un contrappeso e, soprattutto, capaci di impedire stabilmente ai
partiti socialisti quella vittoria parlamentare-elettorale che Engels immaginava fosse solo questione di
tempo e che prevedeva potesse essere arrestata soltanto da un atto di forza. Antesignano in questo
campo era stato il Secondo Impero francese. Dopo la Comune il partito radicale si era affermato, nella
dispersione dei partiti operai, come il classico partito della borghesia laica e dei piccoli proprietari
rurali. In Germania a contendere lo spazio ai socialdemocratici nell'ambito dell'elettorato popolare
operava il partito cattolico (Zentrumspartei), che prima della guerra otteneva una rappresentanza
parlamentare del 20/25%. In Italia il problema non si poneva in termini urgenti: anche dopo la riforma
del 1912 l'assenteismo prevalse e la legge elettorale serb intatta ai liberali la loro larga prevalenza
parlamentare. Pi in generale  il sistema elettorale uninominale che permette, prima della guerra del
1914, l'isolamento e la penalizzazione elettorale dei partiti socialisti. Dopo la guerra, in regime di
suffragio generalizzato e di meccanismo elettorale proporzionale, la formazione di grandi partiti di
massa anti-socialisti sar, come vedremo, pi ardua ma, alla fine, micidiale. Per non evocare, se non di
passata, l'elemento decisivo della presa economica del grande capitale sull'intera societ. Nel
dopoguerra  scriveva Otto Bauer nel 1936 (La crisi della democrazia)  si  visto come governi di
sinistra, che si appoggiavano a grosse maggioranze parlamentari, abbiano dovuto capitolare di fronte a
manovre di Borsa, dare le dimissioni nonostante le loro maggioranze parlamentari e consegnare il
potere ai partiti e agli uomini che godono la fiducia della Borsa7.
Era l'argomento che tutto un orientamento di critica degli effettivi meccanismi delle
democrazie parlamentari andava sviluppando, attraverso la individuazione della durevole presenza e
prevalenza delle lites all'interno dei sistemi politici definiti solitamente non solo parlamentari ma
anche democratici. E sar anche l'argomento che, in nome di una democrazia germanica, diversa e
antipodica rispetto a quella occidentale, verr sferrato, per smascherare la propaganda dell'Intesa,
dagli uomini di punta dell'Impero negli anni della guerra. E si parler allora di idee del '14 in
opposizione a quelle dell'89. Fumosa la democrazia germanica, incentrata in sostanza sul concetto
banale, di remota ascendenza tacitiana (l'antico comitatus dei Germani), della spontanea
subordinazione al capo (che ovviamente ora  il Kaiser), ma pertinente la critica, da parte di questi
ideologi, ai fondamenti della pratica occidentale della democrazia: nella quale ravvisano onnipotenza
dei grandi gruppi industriali, asservimento della grande stampa, sistema di partiti dominati da un ceto
politico professionale e autoreferenziale, coinvolgimento dei lavoratori attraverso un sindacalismo
disinvolto, divenuto parte integrante del sistema, oltre che sfacciatamente nazionalista e imperialista
(gingoismo). Per contro l'immagine (idealizzata) della democrazia germanica ha tre cardini: l'esercito
(che coincide col popolo), la burocrazia, il sovrano.
Il nostro esercito  scriver nel gennaio 1918 il Wilamowitz  si identifica col popolo atto alle
armi, e dall'incondizionata obbedienza del soldato nasce nell'uomo libero tedesco la fedelt tipica
dell'antico, germanico spirito di subordinazione [...]. La fedelt dei Prussiani al loro sovrano  la pietra
angolare della potenza tedesca. La nostra monarchia  il Palladio della nostra libert.  la monarchia
che ci protegge dalla tirannide: chi preferisce quest'ultima vada in America! Sotto Wilson potr
trovarla. Ma c' anche una tirannide del denaro, della cricca parlamentare, della partitocrazia che 
mitigata solo dall'alternarsi dei profittatori8.
L'addebito classico era ovviamente quello della corruzione parlamentare dei paesi
occidentali, nei quali  appunto  il parlamentarismo si sprigiona senza freni nei suoi rapporti e
intrecci coi potentati economici, senza alcuna forza esterna e pi autorevole (il Kaiser nell'ottica
della democrazia germanica). La democrazia occidentale (westliche)  scriver Eduard Meyer, il
grande storico berlinese, nel 1916  contraddice i suoi princpi: non solo perch la mediazione
parlamentare  una delega, ma perch dietro la facciata sono le potenti forze economiche e le potenti
corporations, oltre che il mandarinato sindacale, che dirigono effettivamente lo Stato. Il reclutamento
del personale politico avviene sulla base di una selezione a rovescio. Meyer attinge alla sua vasta
esperienza della societ americana da lui studiata direttamente pochi anni prima, e in una pagina di
notevole efficacia traccia il quadro del reclutamento del personale politico in Usa: dai politicians, ai
bosses, ai manutengoli di partito. La democrazia imbocca un vicolo cieco: chi voglia affermarne in
modo conseguente i princpi deve finire con l'imboccare la strada di Robespierre9. Lo stesso,
efficace, quadro della corruzione politica come inerente alla democrazia americana lo tracciava
Engels, nello scritto del 1891, con cui presentava ai lettori l'intervento di Marx, di vent'anni prima,
sulla Comune (The Civil War in France):
In nessun paese i politici formano nella nazione un clan cos isolato e potente come
nell'America del Nord. Quivi ciascuno dei due grandi partiti che si scambiano a vicenda il potere, viene
esso stesso regolato da gente che fa della politica un affare, che specula sui seggi [...], si nutre
dell'agitazione per il proprio partito e dopo la vittoria di questo viene ricompensato con dei posti. [...]
Qui non esiste n dinastia, n nobilt, n esercito (a parte un piccolo nucleo di soldati addetti alla
vigilanza dei pellirossa), n burocrazia con impieghi stabili e diritto a pensione. Abbiamo due grandi
rackets di speculatori politici che si alleano per impadronirsi ed avvicendarsi al potere dello Stato, e lo
sfruttano con i mezzi pi corrotti e per i fini pi rivoltanti. La nazione  impotente contro questi due
grandi cartelli di politicanti che pretendono di essere al suo servizio ma in realt la soggiogano e la
saccheggiano10.
L'altro regime bersagliato dalla martellante denuncia dell'intreccio tra corruzione e politica era,
come si sa, la Terza Repubblica francese (gli scandali: l'affaire des dcorations, che port alle
dimissioni del presidente Grvy; l'affaire des fiches; pi tardi, negli anni Trenta, gli scandali
finanziari, celebre fra tutti l'affaire Stavisky, che travolse varie carriere politiche). Ma anche l'Italia,
con lo scandalo della Banca romana, che aveva travolto Crispi, faceva la sua parte. Il disprezzo per
tutto ci lo ha espresso con efficacia Thomas Mann in alcune pagine del suo torrenziale libro di guerra
Considerazioni di un impolitico (1918), dove escogita, tra l'altro, una felice definizione del cantore
della cosiddetta democrazia occidentale: il reto-borghese.
Il processo di addomesticamento della politica democratica da parte delle forze economiche
dominanti  descritto con un efficace sguardo d'insieme, che abbraccia la storia d'Europa dal 1848 al
dopoguerra, da Otto Bauer nella Crisi della democrazia:
La democrazia nasce come risultato delle lotte di classe nella societ capitalistica. Nasce sul
terreno dell'ordine sociale capitalistico. In questa societ permane il capitalismo, permane nelle mani
dei capitalisti la propriet privata dei mezzi di produzione concentrati, permane quindi il dominio dei
capitalisti sugli operai. Invece nello Stato viene soppresso il suffragio sulla base del censo, garanzia
dell'egemonia politica dei capitalisti; operai, contadini e piccoli borghesi divengono cittadini con tutti i
diritti, e con il numero dei loro voti dominano lo Stato. La contraddizione per che investe tutta questa
costituzione  dice Marx  sta nel fatto che le classi la cui schiavit sociale essa deve eternare,
proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe, mediante il suffragio universale, nel possesso
della forza politica, mentre alla classe il cui vecchio potere essa sanziona, alla borghesia, sottrae le
garanzie politiche di questo potere. Ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche le
quali facilitano ad ogni momento la vittoria delle classi nemiche e pongono in questione le basi stesse
della societ borghese. Ma tale contraddizione, che si dilata in periodi di gravi turbamenti sociali,
nella prassi quotidiana dello sviluppo capitalistico in ascesa  stata superata in fretta e in modo
indolore. La classe capitalistica ha saputo trasformare anche le istituzioni della democrazia in
strumenti del proprio dominio di classe11.
Una conferma dell'egemonia conseguita non solo sull'intera struttura politica ma persino,
significativamente, sui partiti socialisti (fatta eccezione per le minoranze dissenzienti) venne nell'estate
del 1914 dalla adesione di ciascuno di questi partiti al fronte patriottico, quello che in Francia si
chiam pomposamente e alquanto comicamente union sacre. Ben pochi scrittori o artisti  scrisse, a
proposito della Germania, Edmond Vermeil  seppero resistere al delirio del generale entusiasmo e
dell'unione sacra12. E lo stesso potrebbe dirsi per tutti gli altri paesi in guerra. Di solito, e
opportunamente, si mette in rilievo la mobilitazione degli spiriti, la capacit della propaganda
militaristica di irretire tutti, e di mettere a frutto gli intellettuali; si mette giustamente in luce lo
scivolamento dei vari partiti socialisti nelle politiche imperiali o sub-imperiali dei rispettivi paesi: tema
su cui torneremo tra breve. Non si sottolinea sempre con altrettanta chiarezza il fenomeno principale
che la guerra del 1914 determina nello sviluppo della democrazia parlamentare europea.  la crisi di
tale istituto, la crisi pi seria prima dell'avvento dei fascismi: una crisi che apre la strada alle soluzioni
autoritarie, prima fra tutte il fascismo italiano. In Italia, in particolare,  la stessa entrata in guerra che
viene imposta al paese nel maggio del 1915 con una sorta di colpo di Stato regio. Dopo di che,
com' ovvio, la vita dei parlamenti viene bloccata, vengono ibernati i parlamenti eletti prima del
conflitto, ma la loro presa sugli affari pubblici, in primis sul pi importante di essi  la guerra appunto
, va via via scemando, in tutti i paesi in guerra, siano essi le democrazie alleate dello zar o le truci
(secondo la propaganda dell'Intesa) autocrazie centro-europee. Il potere della casta militare aumenta
enormemente; in Germania nell'ultimo anno di guerra prende corpo, in sostanza, una dittatura del
generale Ludendorff (il futuro patron delle prime avventure hitleriane).  un po' dovunque la prova
generale al fare a meno tout court del controllo parlamentare. E di tale svolta autoritaria, indotta
dalla guerra e ricca di conseguenze ben dopo la guerra,  una tappa e un tassello non secondario
l'irretimento dei socialisti.
Dopo, quando la ragione torn lucida, li si chiam con scherno social-patrioti. Ma sulle prime
furono solo piccole frazioni minoritarie a dissociarsi. Restarono fuori dalla deriva
patriottico-bellicistica gli italiani e i russi della frazione bolscevica capeggiata da Lenin. Si batt fino
all'ultimo per la pace un uomo della statura morale e dell'intelligenza politica e storiografica quale
Jaurs, assassinato il 31 luglio 1914 da un fanatico di destra. Quando si svolsero i suoi funerali, il 4
agosto, nonostante i tentativi in extremis dei capi sindacali e nonostante l'incontro dei socialisti
franco-tedeschi (1o agosto) conclusosi con l'opzione comune per l'astensione sui crediti di guerra,
ormai erano scattate dovunque le unioni sacre, e ciascun partito si allineava col suo governo
piegando il capo alla mobilitazione generale. E chi continu a dissentire cominci ad essere trattato
come un agente nemico.
Fu il punto pi basso. Un vero precipizio dopo l'apogeo, di appena due anni prima, quando alle
elezioni tedesche del 1912 la Spd aveva avuto circa 4.250.000 voti su dodici milioni di votanti, e
l'Europa, come ha scritto Braudel, era parsa sull'orlo del socialismo. Ma la nostra, troppo facile,
lucidit nel valutare oggi quelle scelte non deve prendere il sopravvento sulla comprensione del
meccanismo che aveva portato a quell'esito sciagurato. Era il meccanismo dell'inevitabile, progressiva,
integrazione: che  l'altra faccia della marcia dentro il sistema. Era pi facile per i socialdemocratici
russi (della frazione maggioritaria) sottrarsi alla forza trainante che travolse gli altri: la loro posizione
di partito fuori legge in antitesi frontale con l'autocrazia li metteva al riparo da tendenze patriottiche.
Anche gli Italiani erano in una situazione diversa: non a caso Engels aveva reiteratamente segnalato nel
suo testamento del 1895 che i partiti latini erano, al fondo, ancora estremisti e poco dediti alla lotta
elettorale-parlamentare. Sta di fatto che, ancorch divisi, premuti, ricattati dopo Caporetto, i socialisti
italiani seppero meglio resistere alla marea montante dell'orgia patriottica.
Non vi si era giunti d'un tratto. Pericoli di guerra in Europa ce n'erano stati anche negli anni
precedenti. Lo scontro tra imperialismi era nell'aria da tempo. Guglielmo II non faceva mistero dei suoi
propositi; per l'Alsazia, la Francia aveva una buona riserva di rimostranze revansciste sempre pronte;
l'Inghilterra non poteva sopportare che la Germania, la cui flotta cresceva quotidianamente, le
insidiasse l'impero mondiale, ed era pronta a conquistare con ogni mezzo l'alleanza russa per scatenare
quel gigante sulle frontiere orientali del Reich. Questo lo scenario. Colpisce il tono di una lettera di
Engels dell'ottobre 1891, nella quale  di fronte ai rischi di una guerra contro Russia e Francia alleate 
il vecchio patriarca arriva a dire: Se vince la Russia saremo oppressi. Dunque avanti, se la Russia
comincia la guerra, avanti contro i Russi e i loro alleati, quali che essi siano! [...] Non abbiamo
dimenticato il glorioso esempio dei Francesi del 1793; e se ci si costringe, pu darsi che celebriamo il
centenario del 1793 mostrando che i lavoratori tedeschi del 1893 non sono indegni dei sanculotti di
allora (!)13. E in una lettera dell'anno seguente giungeva a scrivere che in Germania la rivoluzione
non pu che procedere dall'esercito. Insomma l'abbraccio dei vari Scheidemann con il governo, nel
nome della patria, veniva da lontano.
E trovava  questo va ricordato a significare la specificit del caso tedesco  un terreno di
coltura anche nel solidarismo interclassista che, in nome della democrazia germanica e
organicistica, il potere e gli intellettuali profondevano, in quei mesi di delirio collettivo dell'estate
1914, a piene mani. Non dev'esserci alcun dissidio di classe o di confessione tra superiore e inferiore,
tra colto e incolto  ripeter Wilamowitz, luminare dell'Universit berlinese, nei suoi Discorsi del
tempo di guerra . Unit, segno di salute del nostro popolo. Il sangue del figlio di un principe, il sangue
di un nobile capo socialista l'hanno saldamente cementata. Sia maledetto chi tenta di scalzarla! (per
esempio l'ebrea Rosa Luxemburg, che va spiegando, a suo rischio, che il nemico, principale sta nel
proprio paese...)14. Dir ancora in quei mesi Wilamowitz:
Nessuno pi in Germania deve sentirsi solo, se non per colpa sua [sembra quasi una minaccia].
Mai il singolo ha contato tanto per lo Stato, mai i pubblici poteri hanno interferito tanto in profondo
nella vita del singolo con ingiunzioni e divieti. Mai hanno trovato cos spontanea obbedienza. Questa 
la benedizione della nostra educazione militare: in chi comanda essa inculca il sentimento della
responsabilit, in chi obbedisce inculca l'idea della necessit di obbedire15.
Non si era sbagliato il giovane Liebknecht, quando aveva additato l'esercito come la fucina del
consenso.
...
.
...
Capo 10. La Terza Repubblica.
.
C' una scena-madre all'origine della Terza Repubblica francese.  la fucilazione in blocco di
varie decine di migliaia di comunardi. Mac Mahon, il maresciallo che guidava le operazioni e che
avall la settimana di sangue, e Gallifet, il generale che, dopo aver diretto i massacri, nobilmente
rifiut la promozione perch aveva trionfato contro dei Francesi, si dividono equamente il merito
dell'impresa. Mac Mahon fu poi addirittura presidente della Repubblica (1873-1879), subito dopo
Thiers (1871-1873). Mac Mahon valut a circa quindicimila i fucilati sul posto, il generale Appert
calcol diciassettemila, Georges Bourgin, pur volendosi tenere basso, ha avallato la cifra di ventimila1.
Ma il bilancio ormai pi accreditato, da Albertini a Bonnefous,  quello che parla di almeno trentamila
fucilati2. Questa cifra riguarda unicamente le esecuzioni immediate. Bisogna aggiungere a questa
prima ondata repressiva, selvaggia, l'infinita serie di processi a carico dei circa 40.000 arrestati, dei
quali 10.137 furono condannati a varie pene, anche estreme. A queste cifre vanno poi aggiunte le
centinaia di fucilazioni al momento stesso dello sfondamento e della resa dei federati ancora in
armi. La popolazione  ha scritto Maxime Du Camp nel monumentale Les Convulsions de Paris
(1878/79)  fu bassamente crudele. Dopo due mesi di Comune forzata, non tent nemmeno di
contenere la sua furia; anzi la centuplic e la rese odiosa. La scena-madre comprende anche questo: la
furiosa ostilit della maggioranza, la delazione anche a carico di persone solo vagamente sospette.
Rare volte, anche nel nostro cruento Novecento, sono state fucilate tante persone in una volta
sola. Allora si produsse un evento indelebile. I vincitori scelsero la via dell'annichilimento della classe
avversa, in blocco: far fuori tutti i protagonisti attivi di un tentativo politico-sociale sconfitto. Un
bell'esempio di massacro di classe nel cuore dell'Europa civile, addirittura nella sua riconosciuta
capitale. La borghesia volle dimostrare che sapeva usare i metodi del '93 anche contro il quarto
stato. Quando si cerca, come da anni si cerca, di stabilire chi ha cominciato la lunga guerra civile
che ha attraversato il Novecento, questo  un precedente importante di cui tener conto.
Le convulsioni successive, il difficile decollo di una repubblica in cui sicuramente i
repubblicani non erano maggioranza, i rischi di restaurazione monarchica (fallita per la comica
ostinazione del conte di Chambord, erede legittimo e potenziale Enrico V, nel rifiutare il tricolore e
nel pretendere ancora i gigli su sfondo bianco), le alleanze partitiche tra orleanisti e bonapartisti in vista
di una vittoria elettorale della nuova monarchia, i colpi di mano falliti hanno finito col respingere in
secondo piano, e far dimenticare, quel terribile atto di nascita. La debolezza, per molti anni, del
socialismo in Francia dopo quel genocidio di classe,  forse il tratto dominante della Terza
Repubblica, almeno fino alla guerra. Il problema dell'amnistia ai condannati della Comune fu il primo
terreno su cui la sinistra affront una lotta parlamentare. Tra le file repubblicane (termine che
indicava in sostanza il centro non monarchico) l'ostilit fu grande: la repressione voluta da Thiers 
veniva fatto osservare  era servita a far accettare la Repubblica alle province3. I comunardi
massacrati non poterono, purtroppo, apprezzare di essere stati sacrificati per la Repubblica, n potevano
sospettare che la maggioranza vincente avesse bisogno di sacrifici umani, al pari di certe divinit
primitive.
Un altro aspetto della sconfitta della democrazia da cui sorse la Terza Repubblica , com'era da
aspettarsi e come accade dopo ogni arretramento della democrazia, l'assenteismo. Con garbato
cinismo, l'anonimo autore della voce Suffrage nell'opera enciclopedica pi caratteristica dello spirito
dominante della Terza Repubblica, La Grande Encyclopdie, negli ultimi anni del XIX secolo scrive:
Il suffragio universale, con tutti i suoi vantaggi ed i suoi considerevoli difetti, sembra tuttavia
un'istituzione talmente essenziale che persino il conte di Parigi ha dovuto accettarlo nel suo programma
di ricostituzione dell'antica monarchia4. Il vero problema  soggiunge   un altro:  di vedere come
esso funziona effettivamente. In teoria esso dovrebbe rappresentare il governo del numero, ma in realt,
grazie alle altissime astensioni (dal 20 al 30 per cento), grazie al formarsi di minoranze talvolta molto
forti, il risultato  che oltre la met degli elettori non ha rappresentanza diretta nelle assemblee
parlamentari.
La frase merita un commento. L'autore intende che il sistema elettorale uninominale esclude
dalla rappresentanza parlamentare le minoranze; il che  ben noto: le minoranze, le formazioni
politiche minoritarie o convogliano (quando possono riuscirci) i loro elettori verso altri candidati, di
altre forze politiche, o sprecano il voto (come elegantemente si usa dire), perch il voto dei loro
elettori non sfocia in nessun eletto. Quando le minoranze sono consistenti (e tuttavia isolate nel gioco
partitico), una parte molto consistente dei voti espressi resta senza rappresentanza. Il che, sommato al
forte assenteismo, produce il risultato che l'anonimo saggista denuncia: la maggioranza degli aventi
diritto al voto resta esclusa dalla rappresentanza.
Il saggio prosegue con una interessante comparazione di dati statistici, relativi ai voti espressi e
alle astensioni nelle elezioni del 1881, 1885, 1893:
voti espressi
astensioni
1881
6.944.531
3.180.000
1885
7.896.062
2.433.948
1893
7.427.354
3.018.894
La tendenza  dunque, in media, due elettori per un astenuto. Ma negli anni 1848, 1851, 1857
(Seconda Repubblica e Secondo Impero) l'astensionismo ebbe il seguente andamento:
voti espressi
astensioni
1848
6.867.072
1.453.592
1851 (plebiscito)
8.140.660
1.698.416
1857 (corpo legislativo)
6.222.083
3.268.123
 evidente l'impennata delle astensioni quando ormai il sistema bonapartista, pur trionfalmente
vincitore agli esordi,  diventato regime, nella cornice addormentatrice dell'Impero. Le astensioni, nella
Terza Repubblica, si attestano sul livello del periodo imperiale meno politicizzato.
La conclusione che trae il saggista (il quale tende a presentare in modo meno chiaro i dati del
'48-57, perch vuol presentare il fenomeno come stabile e fisiologico5)  che: Nella quasi totalit
dei casi il numero dei voti che conseguono una rappresentanza parlamentare non raggiunge mai
nemmeno la met degli elettori. Un dettaglio non trascurabile della pratica elettorale francese, che
pertiene ai modi di controllo sul voto (affidato capillarmente ai singoli seggi elettorali),  che solo
nel 1913, e dopo una lunga resistenza da parte del Senato, si giunse ad ottenere l'istituzione della
cabina elettorale e della busta in cui chiudere la scheda una volta votato, consegnata d'ufficio dal
presidente del seggio all'elettore, onde garantire appunto l'effettiva segretezza del voto. Quale
controllo sul voto comportasse, soprattutto nella profonda Francia della provincia, un meccanismo
cos esposto all'interferenza ambientale quale quello vigente fino al 1913,  facile comprendere, tanto
pi se si considera il ruolo centrale dei sindaci nelle operazioni elettorali. Non a caso  Knupfer, nello
Staatslexikon della cattolica Grresgesellschaft (II, 19265, p. 138), a denunciare puntigliosamente
l'incredibile fenomeno: venendo dal cuore della migliore storiografia cattolica tedesca, la notazione ha
un particolare sapore visto che la Francia terzo-repubblicana, dopo la sparation (9 dicembre 1905),
ossia dopo la denuncia unilaterale del Concordato che era pur sempre quello napoleonico, era divenuta
il luogo-simbolo dell'anticlericalismo borghese6.
Alla fine del 1920 James Bryce, gi ambasciatore dell'impero britannico presso il governo di
Washington, nonch autore di due saggi sulle dinamiche imperiali  Holy Roman Empire e The
American Commonwealth , dedic un saggio alle democrazie moderne (con breve preambolo sulla
Grecia), ed  proprio a proposito della Terza Repubblica francese che fu portato a trattare del
mestiere di parlamentare. I deputati  scrive con qualche ironia  si maltrattano l'un l'altro alla
Camera, per subito fraternizzare nei corridoi, e profondersi reciprocamente in complimenti sulla
rispettiva eloquenza. L'atmosfera  quella di una amichevole camaraderie. Quindi passa ad un tema
sempre delicato, e spesso eluso, quello dell'auto-promozione economica, che trasforma gli eletti in un
ceto. Il deputato riceve un'indennit di 27.000 franchi all'anno. La somma tradizionale era di 9.000
franchi, ma dal 1906 i deputati si votarono degli aumenti alla misura attuale, nella prevalente
insoddisfazione della nazione. Qui pone la domanda: Possono qualificarsi come dei politicanti
professionali?. Risponde: Relativamente pochi sono gli individui entrati alla Camera unicamente al
fine di trovare dei mezzi per vivere. Ma ce ne sono molti, il cui sforzo per rimanervi  intensificato dal
fatto di aver abbandonato la precedente forma di vita.
Non gli sfugge che il punto centrale non  questa ingordigia di ceto, che ovviamente sussiste, 
il rapporto dei parlamentari con i grandi centri del potere economico.
 consuetudine dei deputati  scrive  di presentarsi ai loro elettori, almeno una volta all'anno,
come in Inghilterra; e di far loro una relazione sulla situazione politica, che fornisca agli elettori
l'opportunit di interrogare i deputati sulla loro condotta. Per  commenta  non  per la sua condotta
nelle grandi questioni politiche che si trattano alla Camera che un deputato (tranne che sia socialista)
rimane al suo posto o cade.
Il che significa che il rapporto eletti/elettori si fonda per pura facciata sull'opzione di partito: si
fonda su specifici interessi particolari di cui l'eletto si fa (o  richiesto di farsi) garante dall'elettore
che gli d il voto. Di qui il carattere magmatico e oscillante, accresciuto dal meccanismo uninominale,
delle forze politiche rappresentate alla Camera (socialisti a parte). Nota del resto lo stesso Bryce, in
altra parte del suo studio, che dopo le elezioni del 1920, si trov oltre una ventina di deputati eletti che
non facevano capo ad alcuna collocazione partitica. Ma fin qui si tratta della consueta routine
parlamentare: interessi tutelati ad personam in contraccambio del voto. Quello che invece pi pesa 
che quei pochi i quali sono stimati rappresentare grandi interessi finanziari o commerciali non temono
gran che gli attacchi dei loro pi accesi fautori nei collegi: perch torna loro facile disporre dei mezzi
(di cui sono ben forniti) per assicurarsi, contro le varie influenze, la fedelt del grosso dei propri
elettori. Come dire che essendo essi al servizio di potentati economici possono comprarsi tutti i voti
che vogliono.
Perci osserva: La differenza capitale tra il politicante di professione francese e quello
americano,  che quest'ultimo dipende sempre dall'organizzazione del suo partito in misura molto
maggiore, e comunque  precisa  il politician americano pu ancor pi facilmente trovar modo di
fare affari tornando a vita privata. In un caso come nell'altro il fare affari finisce col costituire la
principale attivit, oltre che il fine, dell'ingresso nel ceto politico7.
Un altro elemento che arricchisce il quadro  la natura specifica della camera alta, il Senato:
una istituzione cui si attribuisce un ruolo di grande rappresentativit sul piano personale, e di grande
equilibrio sul piano operativo.
Comprende 314 membri (inizialmente 300), eletti per nove anni e rinnovabili ogni tre anni per
un terzo. La sua composizione  il frutto di una complicata procedura elettorale di secondo grado. Lo
eleggono infatti alcuni elettori di diritto (i deputati, i consiglieri generali e i consiglieri circondariali
di ciascun dipartimento) nonch i delegati senatoriali (i quali vengono eletti dai consigli comunali
del dipartimento un mese prima che si proceda alla elezione dei senatori). Un corpo legislativo dunque
perfettamente conservatore, distillato e quint'essenza del notabilato: e ben si comprende che proprio di
qui siano venute le maggiori resistenze all'abrogazione di un meccanismo elettorale che permetteva ai
notabili locali di esercitare un controllo di fatto sul voto dei propri elettori.
Il carattere dominante delle elezioni francesi, fino alla fine della Terza Repubblica (e nonostante
la parentesi rappresentata dal successo elettorale del Fronte popolare nel 1936)  il fluttuare di
maggioranze, ora risicate ora vaste, composte di forze definite per lo pi repubblicane o radicali. Uno
sguardo ai raggruppamenti politici pu giovare a meglio comprendere.
Dopo essere stati maggioranza, i partiti di destra, monarchici di varie tendenze, gi nei primi
tempi della presidenza Mac Mahon (1876) avevano perso la maggioranza, tra l'altro per le perenni
divisioni tra legittimisti, orleanisti e bonapartisti. Ben presto ridotti ad una frangia marginale del
Parlamento, i monarchici concentrarono la loro azione sul piano della politica religiosa e del contrasto
nei confronti della politica anticlericale dei governi a base radicale che al tempo del ministero
Combes avevano portato alla sparation. Contro questa sorta di Kulturkampf alla francese si era
costituito un raggruppamento, forte soprattutto in Vandea e in Bretagna, denominato Action librale
populaire.
Svanito il pericolo monarchico, i repubblicani si divisero in moderati (gli opportunisti di
Gambetta) e radicali. Ulteriori frantumazioni di questo versante dello schieramento diedero vita a
formazioni denominate in vario modo (progressisti guidati da Mline, repubblicani di sinistra,
repubblicani democratici, ecc.): tutti raggruppamenti, in realt di centro-destra, assertori di una
politica rigidamente conservatrice nel campo economico e sociale.
La formazione prevalente, definibile di centro-sinistra, fu quella dei radicali. Anch'essi erano
un composito agglomerato, sorto dalla fusione della Gauche radicale e del Groupe rpublicain
radical-socialiste di Georges Clemenceau (il quale, agli esordi, si era impegnato in una vana
mediazione tra la Comune e Thiers). La sua ideologia era strettamente retrospettiva: un richiamo
costantemente ribadito ai valori della Rivoluzione francese (Congresso di Nancy, 1907), ma anche un
netto rifiuto della lotta di classe nonch di ogni forma di violenza nella politica (con lieve
dimenticanza di quanto feroce fosse stato l'atto di nascita della Repubblica). Ma questo modo di
collocarsi nello scontro politico-sociale non rest immobile. Come i loro modelli remoti del 1793, i
radicali dovevano necessariamente optare in un senso o nell'altro. Il loro laicismo non poteva fornire le
risposte ai problemi concreti ed ai rinnovati conflitti: il loro democratismo li port verso forme
temperate di anti-monopolismo ed a proclamarsi difensori della media e piccola propriet nei confronti
dei colossi industriali. Pi tardi, nel 1935, il loro programma di partito asserir che: Verr l'ora in cui
la legge dovr in modo cogente stabilire la ripartizione dei guadagni e la co-gestione delle industrie.
Questa pacifica rivoluzione  seguitava il programma  condurr alla mescolanza tra le classi ed alla
giustizia sociale. Sotto la guida di Edouard Herriot, il partito radicale divenne presto il pi forte partito
di Francia: 25% dei voti alle elezioni del 1919, 35% nelle elezioni del 1924; poi calarono verso il
19/20% (1932), e nel 1936 i radicali entrarono a far parte del Fronte popolare; il che non imped loro
di guardare inizialmente con qualche simpatia a Ptain nel momento della catastrofe.
L'altro partito che occupa man mano la scena  la piccola galassia socialista, a lungo divisa tra
ortodossi e possibilisti. Ma fino al 1914, nonostante la valida guida di Jean Jaurs, essi non
esercitarono un influsso sulla guida politica del paese. Nel 1920, al Congresso di Tours, subirono la
scissione comunista, dopo che l'adesione all'union sacre del 1914, successiva all'uccisione di Jaurs,
aveva indebolito ulteriormente il loro ruolo e acuite le loro lacerazioni interne.
Per intendere il funzionamento di questa Repubblica, giovano altre notazioni di Bryce. A parte
il caso dei parlamentari socialisti,
i candidati si affermano per conto loro  non perch facciano capo ad un partito , proprio come
facevano i candidati in Inghilterra alla met del secolo passato, prima che i partiti avessero
incominciato a organizzarsi localmente. Quando il candidato ha scelto come atteggiarsi, viene
accompagnato da un insieme di capi locali suoi fautori, i quali costituiscono una specie di comitato. [...]
Ma possono spuntare altri candidati appartenenti alla stessa frazione, o a frazioni affini, del partito
repubblicano; e ciascuno si raccomanda meno per la particolarit delle sue opinioni che per i suoi
meriti personali, per il fervore della sua promessa di servire meglio gli interessi del collegio [...]. Non
c' nessuna stabile consuetudine [nella politica dei ritiri al ballottaggio]; e un radicale avanzato pu
sentirsi pi vicino ad un socialista che ad un repubblicano di tinta meno viva, mentre ci sono dei
repubblicani moderati, che differiscono pochissimo dai conservatori [...]. Ci sono due tipi di elezioni. In
alcune c' una pi o meno dichiarata coalizione sulla piattaforma dell'anticlericalismo, da parte dei vari
gruppi del centro e della sinistra, contro i gruppi di destra. Altre elezioni presentano una specie di
combinazione, o di coalizione, fra il centro ossia i repubblicani moderati, e la destra, sulla piattaforma
dell'antisocialismo e dell'ordine sociale, contro i socialisti e i repubblicani pi avanzati. Le elezioni del
1906 appartennero al primo tipo, quelle del 1919 al secondo.
Ci che stupisce l'osservatore, pur abituato alla non rigida prassi anglosassone,  che i comitati
elettorali locali non hanno praticamente alcun rapporto di coordinamento politico colla direzione del
partito a Parigi.
La ragione  che il grosso dei cittadini  in rapporti meno definiti e meno stretti, con qualsiasi
partito, di quanto non si verifichi nei paesi di lingua inglese. I gruppi parlamentari non sono in genere
rappresentati da analoghi gruppi nelle varie regioni del paese. [E conclude:] i comitati elettorali sono
l'equivalente di ci che in Scozia siamo soliti chiamare cliques. Certe volte nella clique c'
qualche potente individuo, analogo al Boss americano, ma il pi delle volte, il deputato  egli stesso
una specie di Boss8.
Quest'analisi, che va al cuore del meccanismo parlamentare, pu essere utilmente integrata con
il libro che forse meglio di ogni altro ha descritto il perdurare, e il perdurante peso, delle grandi
dinastie borghesi della Francia del Secondo Impero e della Terza Repubblica: Les responsabilits des
dynasties bourgeoises di Emmanuel Beau de Lomnie, libro che l'autore, poco pi che quarantenne,
incominci a scrivere mentre la Terza Repubblica moriva sotto i colpi dell'invasione tedesca. Le
grandi dinastie francesi continuano ad essere potenti, anzi, nel crollo generale delle istituzioni, sono pi
influenti che mai, scriveva nell'introduzione. E certo la parte pi viva dell'importante libro  proprio
nella descrizione dell'osmosi (fino all'intercambiabilit) dei raggruppamenti politici.
Gli storici ci dicono di solito che al Senato i conservatori ottenevano in fondo una maggioranza
di pochi voti soltanto, mentre alla Camera i repubblicani riportavano un successo considerevole. 
teoricamente vero, se ci atteniamo alle etichette. Al Senato, nella minoranza detta repubblicana,
troveremo non soltanto le reclute di origine orleanista fornite dall'elezione degli inamovibili, ma anche,
tra gli eletti dello scrutinio di gennaio, [...] un Cunin-Gridaine, figlio del ministro di Luigi Filippo,
oppure Waddington, ex ministro di Thiers [s'intende del Thiers pre-1848].
 questa continuit dell'lite borghese, cio del denaro, nonch la sua stabile presa sulla societ
francese, che danno ragione della sostanziale indistinzione degli schieramenti. Sintomatica in questo
senso anche la vicenda dell'aspirante golpista (1886) in senso bonapartista, il generale Boulanger,
corteggiato da entrambi gli schieramenti, e comunque, in origine, creazione di Clemenceau9.
Figura emblematica della prassi parlamentare della Terza Repubblica non  per Boulanger, 
Pierre Laval (1883 - giustiziato il 15 ottobre 1945): soprattutto per l'andamento e le tappe della sua
carriera. Dapprima sindaco di Aubervilliers, poi, nel 1914, deputato socialista, eletto nel dipartimento
della Senna. Quando scoppia la guerra, egli figura addirittura nel carnet B, la lista degli estremisti da
arrestare in caso di mobilitazione10. Finita la guerra si stacc dal partito socialista e nel 1919 rimase
senza mandato. Cinque anni dopo, nel 1924, venne rieletto, ma come indipendente. Prefer ben
presto passare al Senato, dove l'elezione era ancor pi che nei collegi uninominali legata all'influsso
del notabilato e delle clientele. Fu, cos, senatore nel 1927. Ministro dei Lavori pubblici con Painlev,
insigne esponente del radical-socialismo, sottosegretario alla Presidenza e agli Esteri con Aristide
Briand (1925-26), Laval torn al potere col gabinetto Tardieu, leader del Centro repubblicano, nel
1930, come ministro del Lavoro. Fu quasi ininterrottamente al governo, da allora fino a che non vinse il
Fronte popolare (1936): per lo pi come primo ministro, ma spesso come ministro degli Esteri in
tutte le coalizioni di centro o centro-destra, in particolare alternandosi con Flandin, coinvolto anche lui
nell'avventura di Vichy. Esemplare scaltro e disinvolto di una casta politica autoreferenziale e
inaffondabile, perfettamente a suo agio in quel genere di democrazia che fu, sino alla sua ingloriosa
fine, la Terza Repubblica. Lo sbocco vichista fu, in certo senso, un atto di coerenza, quantunque
suicida.
Due vite vanno messe a raffronto, per intendere le contraddizioni e i presupposti ideali, e gli
equivoci di un'intera epoca, che si racchiude nella formula Terza Repubblica: Jean Jaurs e Georges
Clemenceau, leader dei socialisti il primo, anzi artefice, al congresso della Salle du Globe (Parigi, 25
aprile 1905) della loro riunificazione, leader dei radical-socialisti il secondo, il quale aveva esordito
come maire di Montmartre in piena bufera della Comune. La rottura della loro amicizia e vicinanza
politica si produsse quando, divenuto ministro per la prima volta in vita sua, nel 1906, il
sessantacinquenne Clemenceau stronc gli scioperi di Lens e di Denain con pugno di ferro. L'uno
aveva in mente il fantasma della nazione in armi portata alla vittoria da un manipolo di leaders votati
alla Rpublique, l'altro dapprima gradualista e moderato non perse mai di vista la matrice classista
dei conflitti. Jaurs per la sua opposizione alla guerra (e al conseguente, prevedibile disfacimento
socialista) fu assassinato giusto alla vigilia del fatale agosto 1914. Clemenceau visse la sua pi
fortunata stagione come capo del governo di guerra, a partire dal 1917, quando sembrava che l'Intesa
stesse perdendo: e ritenne di incarnare una rinnovata epopea patriottico-repubblicana, replica delle
inattese e travolgenti vittorie del 1793/94, senza disdegnare di concedere alla durezza repressiva e
decimatoria dei generali francesi la copertura politica. L'ammonimento che la seconda volta  farsa non
venne in mente neanche a lui. Anzi, quando fu deluso in modo bruciante nella sua post-bellica
aspirazione alla presidenza della Repubblica (1920), e sdegnato si ritir a vita privata a scriver
memorie, dedic un sovreccitato libro a Demostene (Plon, Paris 1926), nel quale tutti potevano
agevolmente riconoscere la traiettoria biografica, l'autostima abbondante e le delusioni finali
dell'autore medesimo. La democrazia greca, riletta come sempre in usum delphini, tornava a
funzionare come specchio dei moderni.
Tra il 1901 e il 1904 Jaurs aveva dato vita alla monumentale Histoire socialiste de la
Rvolution franaise, il cui capitolo pi sofferto era quello riguardante il Terrore e la sua dolorosa
inevitabilit, unico mezzo per assicurare l'unit della Rivoluzione11. Per parte sua Clemenceau,
che aveva anche lui maturato la concezione della Rivoluzione come un blocco, di cui non si possono
amputare pezzi, e da salvaguardare, dunque, in toto, Terrore incluso, aveva voluto compiere un gesto
pubblico in tal senso: aveva voluto presenziare alla prolusione di Aulard (12 marzo 1886), quando ci fu
la solenne inaugurazione della prima cattedra sorboniana di Storia della Rivoluzione francese, voluta da
Millerand e occupata appunto da Aulard.
In questa concordanza si annidava un equivoco. Per Clemenceau il Terrore era lo strumento
estremo per la vittoria patriottica contro l'invasore. E su questo per poteva concordare anche Charles
Maurras, esaltatore della risorsa rappresentata dal Comitato di salute pubblica per un'efficace
resistenza allo straniero: salute pubblica: questa formula ha suscitato tutto ci che vi  di
coraggioso, di onorevole, di patriottico nella Rivoluzione francese, scriver il fondatore dell'Action
franaise su Le soleil del 17 marzo 1900. E Lon de Montesquiou pubblicher l'anno dopo Le Salut
Public. Per Jaurs il Terrore era anche e forse soprattutto lo strumento atrocemente compendiario di
una necessaria giustizia. Non  infatti il Danton organizzatore della riscossa militare ad essere esecrato
dall'altra Francia che, non inaspettata, verr fuori a Vichy, ma, semmai, il Danton abrogazionista
radicale del decreto del 16 piovoso, e soprattutto Robespierre, visto, a torto o a ragione, come iniziatore
di una guerra di classe all'interno stesso della nazione, del quale Jaurs pubblica l'appunto inedito,
forse risalente al settembre '93: quando l'interesse dei ricchi sar fuso con quello del popolo? Mai.
Quando Vichy seppell la Terza Repubblica, per un tempo non breve parve che l'altra Francia
avesse vinto la pi che secolare partita.
...
.
...
Capo 11. Il secondo fallimento del suffragio universale.
.
 dallo schiacciamento della Comune non meno che dal fallimento delle bismarckiane leggi
antisocialiste che discende l'opzione per la tattica della lotta sindacale, elettorale, gradualista.
Autorevolmente avallata dall'ultimo Engels e dal suo allievo Kautsky, essa sta alla base dell'azione
della socialdemocrazia tedesca a cavallo tra Otto e Novecento, leader riconosciuta della nuova
Internazionale (la Seconda) avviata dal congresso di Bruxelles (1891) ma formalmente costituita in
Bureau socialiste international soltanto nel 1900, e, nonostante le discussioni e diversificazioni
molteplici (fino al 1905 in Francia avevano continuato ad esistere due, rivali, partiti socialisti), maestra
di tattica all'intero movimento. La centralit stessa della Germania e la sua crescente forza
contribuivano, ovviamente, ad accrescere il prestigio continentale, e mondiale, del suo socialismo.
Ma vi era in Europa un altro gigantesco paese, dove la tattica ormai dominante sembrava
inattuale, dove la via rivoluzionaria alla democrazia continuava ad apparire la sola realisticamente
praticabile: la Russia zarista, dove i servi della gleba erano stati liberati da non molti anni (1861), e
dove l'autocrazia continuava a dominare l'immenso paese soprattutto dopo l'attentato ad Alessandro II
(1881), promotore di innovazioni costituzionali rimaste di fatto inoperanti per la volont immobilistica
dei ceti dominanti. E comunque gi nel 1863 la rivolta delle province polacche, repressa duramente
anche con l'aiuto prussiano, aveva dissipato l'aria riformatrice che si era respirata due anni prima al
momento della liberazione dei servi (ai quali peraltro non fu mai data la terra che era stata loro
promessa dietro riscatto). Con Alessandro III (1881-1894) la reazione si era inasprita di pari passo con
lo sviluppo del terrorismo nihilista (tra i giustiziati vi fu, nel 1887, il fratello di Lenin). Il procuratore
del Santo Sinodo della Chiesa ortodossa, nonch precettore dello zar, Pobedonostsev, fu l'ispiratore pi
convinto e influente dell'ondata reazionaria  strumento la potente polizia segreta (Ochrana)  il cui
obiettivo immediato fu la russificazione forzata delle province polacche, baltiche, finlandesi, nonch
l'imposizione della fede ortodossa come vincolo di obbedienza allo zar, leader non solo politico ma
anche religioso.
Erich Brandenburg, lo storico pangermanista dell'Universit berlinese che negli ultimi tempi
del primo conflitto mondiale fu molto vicino alle cerchie che auspicavano l'instaurazione di una
dittatura militare1, apre con questo paragone dal sapore razzistico il capitolo sull'Impero mondiale
russo nell'ultimo volume della Storia universale di Pflugk-Harttung: Forse non esistono due Stati pi
diversi, pur entro la compagine dei popoli europei, dell'Inghilterra e della Russia. Nella prima, la pi
ampia espressione della libert e della coscienza individuale; nella seconda, una moltitudine vegetante
apaticamente, governata dall'alto, alla quale lo zar  da tempo sovrano, sacerdote e padre. Qui 
prosegue  una nobilt ricca e senza coscienza possiede tutta l'influenza politica di fronte ad una
miserabile e incolta popolazione di contadini; contrasto aggravato dall'assenza di un cosciente e
prospero ceto medio (VI, p. 439). Questo quadro, tra il commiserante e lo sprezzante, sottintende
l'idea dell'estraneit della Russia rispetto al mondo europeo. Poco dopo Brandenburg scrive: Se si
prescinde dai territori di frontiera, non si trova [in Russia] civilt europea che nell'immediata vicinanza
della razza tedesca.
In realt, questa visione della Russia come mondo separato dall'Europa (di fine secolo XIX) 
speculare rispetto all'atteggiamento mentale delle correnti panslavistiche, ma anche rispetto all'idea
che si fa strada nella socialdemocrazia russa della peculiarit della situazione russa e della necessit
dunque di battere una strada diversa rispetto a quella allora vigente nel socialismo europeo.
Naturalmente l'analogia finisce qui, ma non  priva di importanza.
Ovviamente il quadro non  affatto cos semplificato come potrebbe apparire a prima vista.
Innanzi tutto  la realt economica e anche politica russa che si viene arricchendo e complicando
nell'inizio del nuovo secolo, negli anni che sfociano nella guerra contro il Giappone (1904) e nella
rivoluzione del 1905. Ma pi complicato di quel che non apparisse a Brandenburg, e ad altri osservatori
occidentali come Engels, era lo stesso tessuto sociale dell'arretrato impero: la comune contadina
(l'obscina)  sulla cui importanza poneva l'accento il movimento populista russo convinto che la
Russia non dovesse ripercorrere, magari a tappe forzate, lo stesso itinerario di sviluppo gi percorso
dall'Occidente  era una forma peculiare di democrazia, o per lo meno ne era una significativa
premessa: premessa, forse, di un diverso sviluppo. Scenario, questo, non gradito ai marxisti ortodossi,
poco inclini ad ammettere scenari diversi da quelli previsti, o adombrati, nei cenni futurologici sparsi
nelle opere di Marx.
 peraltro vero che l'ultimo decennio del XIX secolo aveva visto in Russia uno sviluppo
capitalistico in senso occidentale in concomitanza anche con il notevole impulso dato alla rete
ferroviaria. Dunque lo sforzo dei socialdemocratici russi di entrambe le tendenze (gli economisti e i
seguaci di Lenin) di prevedere un possibile scenario  gradualista o rivoluzionario  di fuoruscita dallo
zarismo in termini occidentali non era privo di agganci con le novit che venivano maturando.
Ma prima che gli eventi precipitassero e l'impero fosse scosso da una rivoluzione, quella del
1905, che  molto pi che il primo tempo del 1917, una discussione aveva percorso la
socialdemocrazia russa e quella tedesca, appunto intorno alla questione del partito e della tattica.
Gli scritti, celebri, in cui sono espresse le due opposte concezioni sono il Che fare? di Lenin (1902) e,
in dura replica, I nostri compiti politici di Trockij (1904), cui si affianca nello stesso anno Problemi
organizzativi della socialdemocrazia russa di Rosa Luxemburg. Di mezzo c' il secondo congresso del
partito operaio socialdemocratico russo (luglio-agosto 1903), svoltosi nella clandestinit dapprima a
Bruxelles, poi, scacciato dalla polizia belga, a Londra.  il congresso in cui Lenin riesce a far prevalere
le proprie tesi, successo peraltro effimero, ma che dar alla sua corrente una temporanea maggioranza,
donde la definizione, poi stabilmente adottata (anche quando non erano maggioranza) di bolscevichi
(da bolsce = pi). Nel programma uscito temporaneamente vincitore  s'intende, all'interno di un
gruppo ridotto alla clandestinit  erano delineati gli scopi finali (la rivoluzione socialista) e i
compiti immediati nella prospettiva di una prossima rivoluzione democratico-borghese (i due
tempi previsti del tutto a torto da Marx per la Germania nell'ultimo capitolo del Manifesto ritornavano
qui di peso): rovesciamento dell'autocrazia e sua sostituzione con una repubblica democratica, giornata
lavorativa di otto ore, soppressione delle sopravvivenze della servit della gleba, autodeterminazione
delle nazioni. Ma la lotta pi aspra, nel congresso, fu sulla questione organizzativa: sul partito.
Non era una discussione accademica: era il perno. La visione di un partito monolitico,
compatto, vincolato al centralismo democratico (che allora si chiamava ancora burocratico:
l'aggettivo democratico accanto a centralismo fu adottato dai socialdemocratici russi nel 1906)
veniva ancorata esplicitamente al modello giacobino, reinterpretato in chiave pi accentuatamente
organizzativa e militante. In un altro scritto dello stesso periodo (Un passo avanti e due indietro, del
maggio 1904) Lenin adotta la formula, che sar bersaglio della contestazione aspra dei suoi
contraddittori, Trockij e Rosa Luxemburg: Il giacobino legato indissolubilmente all'organizzazione
del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe,  appunto il socialdemocratico
rivoluzionario2. L'uso  metaforico, ma  anche il frutto della assunzione con valore positivo di un
termine che gli avversari (Akselrod, Plechanov, Trockij, ecc., nonch i grandi esponenti del partito
tedesco) adoperavano polemicamente come disvalore. Perci nella stessa pagina Lenin evoca la
logora melodia bernsteiniana del giacobinismo, del blanquismo, ecc., Axelrod grida al pericolo di
nuovi giacobini, e Lenin rivendica un modo di procedere di tipo giacobino, mentre bolla come
girondini i suoi contraddittori; assume nella luce positiva un termine che la socialdemocrazia ormai
adoperava come connotazione negativa. Per Lenin, l'attuale girondino  colui che teme la dittatura del
proletariato e sospira sul valore assoluto delle rivendicazioni democratiche,  appunto
l'opportunista. Come in altri casi, ortodossi sono i suoi contraddittori  basti pensare alla durezza
con cui Marx giudica il ceto politico giacobino nei suoi scritti sulla Rivoluzione3 , originale,
eterodosso, ma proteso ad affermare una propria pi sostanziale fedelt a Marx  Lenin. Si richiama
direttamente alla sua idea di dittatura (temporanea) del proletariato, saltando per cos dire il cammino
percorso nel frattempo dal socialismo europeo, e tedesco in primis, appunto facendo ricorso alla
metafora del giacobinismo. Non  escluso che proprio questo abbia influenzato la storiografia
robespierrista (francese) successiva al 1917 nella costruzione di un corto-circuito tra le due
rivoluzioni. Ma una premessa era gi nella lettura data da Jaurs sia del Terrore che di Robespierre.
L'oggetto del contendere, o il pretesto per la rottura, era la formulazione dell'articolo 1 dello
statuto del partito:  membro del partito chi prende parte a una organizzazione di esso (testo di
Lenin), ovvero chiunque opera sotto il controllo del partito. Sembra una discrepanza lieve e astratta;
invece era una questione vitale: i militanti erano banditi dalla legge ed esercitavano nascostamente la
loro attivit, mentre la cerchia pi ampia dei simpatizzanti rimanevano nelle loro professioni private e
non dovevano nascondersi, passare ad una vita da rivoluzionari professionali. In una Russia
capillarmente controllata dalla polizia segreta zarista, Lenin vedeva possibile solo un partito di
rivoluzionari professionali ben scelti e provati e soprattutto a tempo pieno. La replica di Trockij 
scolastica. Fa la lezione: Il giacobinismo non  una categoria rivoluzionaria sopra-sociale:  un
prodotto storico. Il giacobinismo  l'apogeo nella tensione dell'energia rivoluzionaria all'epoca
dell'autoemancipazione della societ borghese [...]. I giacobini erano degli utopisti [...]. I giacobini
erano dei puri idealisti ecc.4.
La replica di Lenin fu mordace e chiara:
Il compagno Trockij non ha capito il pensiero fondamentale del mio scritto Che fare? quando
dice che il partito non  un'organizzazione di congiurati. Questa obiezione me l'hanno gi fatta molti.
Egli ha dimenticato che il partito dev'essere solo l'avanguardia e la guida della massa poderosa della
classe [...]. Trockij ha detto qui che se per l'arresto in massa di intere moltitudini, tutti gli operai
dichiarassero di non appartenere al partito, questo ci farebbe una strana figura.  vero il contrario; 
l'argomentazione di Trockij che ci fa fare una figura strana. Egli trova triste ci di cui dovrebbe
rallegrarsi ogni rivoluzionario dotato di qualche esperienza. Se migliaia di arrestati dichiarassero di non
appartenere al partito, ci verrebbe solo a significare la bont delle nostre organizzazioni!
Il nostro compito viene descritto, poco oltre, cos: raggruppare in una cospirazione un
gruppo pi o meno ristretto di dirigenti, attrarre nel movimento una massa pi o meno vasta.
Edward Hallett Carr ha cos sintetizzato il dissenso: Gli uni si consideravano un'organizzazione di
lavoratori, gli altri un'organizzazione di rivoluzionari5. La prova venne con la rivoluzione del 1905,
appena pochi mesi pi tardi. Essa fu per Lenin, e per molti, la conferma del destino necessariamente
fallimentare di una rivoluzione spontanea.
La rivoluzione incominci con la domenica di sangue. Guidati dal pope Gapon, figura
ambigua, uomo dell'Ochrana, smascherato l'anno dopo come provocatore e ammazzato da un gruppo
di social-rivoluzionari, colonne di dimostranti convergevano il 22 gennaio 1905 verso il Palazzo
d'inverno, sede dello zar. Gapon si muoveva pilotato dalle autorit di polizia. La petizione era un
coacervo che mescolava illusioni patriarcali e pulsioni rivoluzionarie, preghiere allo zar e
rivendicazioni democratiche le quali ultime, se attuate, avrebbero comportato la fine dell'autocrazia
come tale. In particolare si domandavano: Assemblea Costituente, libert politica, giornata di otto ore
lavorative, amnistia. I nuclei bolscevichi si mescolarono dove possibile ai nuclei di fabbrica (pi
importanti di tutte le officine Putilov di Pietroburgo, cuore della rivolta) per spiegare la follia della
tattica instaurata da Gapon. Lanciarono, dalla clandestinit, un appello: La libert non si compra a un
prezzo cos basso come una petizione, sia pure presentata da un pope. Le colonne dei dimostranti
trovarono uno schieramento di truppe ad accoglierli; oltre mille furono uccisi sul posto dalla mitraglia.
Lo zar che si tenta da ultimo di avallare come il mite Nicola II (destinato, a quanto pare, alla
canonizzazione da parte dell'attuale Chiesa ortodossa)6 non gradiva il ripetersi di un 10 agosto 1792
(giorno incubo per le monarchie), ed organizz per i dimostranti una accoglienza mortifera. Molti
dimostranti portavano icone e ritratti dello zar. La classe operaia  scrisse Lenin (nel saggio L'inizio
della rivoluzione in Russia)  ha ricevuto una grande lezione di guerra civile; l'educazione
rivoluzionaria del proletariato ha compiuto in un giorno pi progressi di quanti ne avrebbe potuto
compiere in mesi e anni di vita uniforme e rassegnata.
Ma la rivolta non si ferm: gi il giorno dopo gruppi di operai assaltavano negozi e depositi di
armi e disarmavano la polizia. Nell'isola Vasilievskij furono erette barricate. Dappertutto nel grande
paese esplosero scioperi, seguiti da scontri sanguinosi con la polizia e l'esercito. Scioperi si ripetettero
per tutto l'anno  la rivoluzione del 1905, nonostante la ferocia della repressione, fu uno dei moti di
maggior durata di tutta la storia d'Europa , mentre continuava la guerra, sempre pi infelice, contro il
Giappone. Con la mediazione del presidente statunitense Theodore Roosevelt, la pace di Portsmouth
chiuse il conflitto; il che consent allo zar di lanciare una sua proposta di riforme, incentrata sulla
creazione, alfine, di un parlamento, la Duma (6 agosto 1905). La legge elettorale, preparata dal ministro
degli Interni, assicurava la maggioranza dei seggi ai proprietari fondiari ed alle classi di censo pi
dotate; piccola borghesia e ceti operai restavano tagliati fuori, per censo, dal diritto di voto, mentre i
salariati agricoli ugualmente non votavano perch non proprietari di un terreno.
Contro questa truffa elettorale si produsse una nuova ondata di scioperi, a sedare i quali la corte
eman il manifesto del 17 ottobre (30, secondo il calendario giuliano) che concedeva la Duma
legislativa, una serie di libert politiche, ma rifiutava le otto ore. Era comunque un successo del
principale organo di lotta, costituitosi in quei mesi, il Soviet di Pietroburgo per lo sciopero generale (di
cui Trockij fu parte attiva). Il fine del manifesto del 17 ottobre era chiaro: dividere la componente
liberal-borghese  che infatti subito ader con la formazione del partito costituzionaldemocratico (i
ca-de [KD], i cadetti consuetamente cos denominati)  dalla componente operaia, che continu
l'agitazione. Un risultato della perdurante pressione sociale fu il tipo di legge elettorale stabilita nel
dicembre 1905, fondata sul riconoscimento del suffragio universale. Intanto per compiacere l'alta
finanza internazionale fu chiamato a dirigere il governo il conte Witte, gi ministro delle Finanze, ed
ora insignito del titolo di presidente del Consiglio dei ministri (carica fino ad allora inesistente...).
L'apertura in senso elettorale fu controbilanciata, nella sostanza, da una reazione condotta coi
sistemi della violenza nascosta e delle formazioni terroristiche paramilitari di destra: pi note di tutte i
Cento Neri, l'Alleanza del popolo russo che, oltre ad assassinare singoli militanti (Bauman,
Afanasjev, ecc.), organizzava indisturbata pogrom. Trockij, che aveva capeggiato il Soviet di
Pietroburgo, all'inizio del 1906 fu arrestato ma riusc a fuggire in Austria. Gi con la seconda Duma
(marzo-giugno 1907) la legge elettorale venne modificata in senso restrittivo mentre riprendevano le
persecuzioni contro i socialdemocratici.
La rivoluzione del 1905 ha un rilievo di spicco nella storia della democrazia: vede fronteggiarsi,
sia pure in una sproporzione di forze evidente e con gli esiti che sappiamo, il parlamento, la Duma, da
un lato, e il Soviet, dall'altro. Nasceva allora un altro soggetto della democrazia: il consiglio di operai
in sciopero, capaci, nel momento del conflitto, di prendere in mano anche l'amministrazione locale. Tra
i suoi ascendenti specificamente russi vanno ricordate le varie forme di organizzazione di base:
l'obscina, il mir, il zemstvo.
L'altro fenomeno istruttivo fu che  ancora una volta  si vide che il momento pi pericoloso
per un cattivo governo  quello in cui comincia a riformarsi7. Una volta dichiarata, e in parte messa in
pratica, la volont riformatrice, il governo procedeva parallelamente a sviluppare una sua azione
politico-repressiva. Promuoveva manifestazioni patriottiche per proprio conto e al tempo stesso
disperdeva con la forza le manifestazioni dell'opposizione; si sparava su pacifici dimostranti e si
permetteva ad altri di appiccare il fuoco all'ufficio di uno zemstvo8; non si disturbavano gli
organizzatori di pogrom e si sparava su quelli che osavano difendersi.  il quadro efficace che Trockij
traccia del passaggio alle riforme.
Una terza caratteristica che non pu sfuggire allo storico  che la rivoluzione fu messa in moto
da uno sciopero generale. Donde la diagnosi di Lenin, nel suo Rapporto sulla rivoluzione del 1905:
la rivoluzione del Cinque fu democratica borghese per il suo contenuto sociale, ma proletaria per i
suoi mezzi di lotta. Una anomalia ricca di sviluppi. Nel 1906 Lenin ricavava un'ulteriore lezione
dall'anno folle, come fu definito dai reazionari: L'azione di dicembre a Mosca ha dimostrato che lo
sciopero generale, come forma indipendente e predominante di lotta,  strumento invecchiato; che il
movimento sta uscendo con forza elementare da questi limiti angusti, e d origine alla forma pi alta:
l'insurrezione. La conclusione che traeva era che la prossima volta bisognava armarsi.
Intanto Witte usciva di scena e subentrava Stolypin (1906-11). Con il rientro delle truppe
dall'Estremo Oriente egli pot attuare, in un clima di legge marziale, processi e condanne capitali (oltre
un migliaio i giustiziati). Blocc la seconda Duma e le sue velleit riformatrici, ne fece eleggere una
terza (che dur dal novembre 1907 al 1912) a suffragio ristretto, var una legge agraria che svincolava i
contadini ricchi (kulaki) dalla comunit di villaggio (mir) e ne rafforzava il legame col governo, grazie
all'instaurazione, in contrasto con la tradizione comunitaria, di forti propriet individuali.
Stolypin fu ammazzato nel 1911 da un attentatore, ma lasci un'eredit sociale ben pi
importante delle riforme e controriforme parlamentari: la creazione di una classe di contadini ricchi di
vaste proporzioni (circa 2.480.000 nel 1916). Il che  ha osservato Fritz Epstein  ebbe l'effetto di uno
stabile inasprimento degli antagonismi di classe nelle campagne, la cui conclusione sanguinosa si ebbe,
dopo un'ennesima guerra civile, in epoca sovietica9.
Intanto, se lo sguardo sul futuro si annebbiava (e Lenin stesso non intravvedeva nel 1906 altro
scenario che una rivoluzione democratica in Russia che avrebbe fatto da propulsore dell'avvento del
socialismo in Occidente)10, la dirompente novit della guerra europea (1914) scompagin tutte le
previsioni e tutti i programmi. In breve port alla dissoluzione stessa dell'Internazionale. Infine offr
ai marginali socialdemocratici russi un'occasione di centralit mai sino ad allora conseguita, e, ben
presto, un'occasione pratica con cui cimentarsi: il crollo dello zarismo nel febbraio del 1917.
Per un tratto parve che la previsione engelsiana ( necessario l'abbattimento dello zarismo in
Russia [...] dar al movimento operaio occidentale un nuovo impulso e migliori condizioni di lotta) si
stesse avverando. Certo Engels non aveva immaginato lo scenario della Grande Guerra; ma la dinamica
da lui descritta sembr davvero trovare rispondenza nella realt dei mesi che seguirono la caduta dello
zar e la formazione in Russia di una repubblica, egemonizzata dal partito sicuramente pi diffuso nel
paese, quello dei social-rivoluzionari di Kerenskij (di antica matrice populista). In Russia sorgeva la
repubblica democratica e in Germania la tensione sociale e la lacerazione all'interno della
socialdemocrazia si traducevano in rottura aperta del grande partito e nella nascita di una nuova e pi
radicale formazione, il partito socialista indipendente (Uspd). Dunque l'impulso, la scossa verso la
rivoluzione in Occidente era partita? Non erano in pochi a pensarlo, memori o meno che fossero della
diagnosi del vecchio patriarca. Rosa Luxemburg, che per un anno era stata detenuta (dal febbraio del
'15 al febbraio del '16) per la sua opposizione attiva alla guerra e il 16 luglio sarebbe stata daccapo
arrestata, scrive all'amica Luise Kautsky sulla Russia, o meglio  come si esprime  sulle scintille che
si sprigionano dalla Russia: Questa  la nostra propria causa che l vince e trionfa,  la storia
mondiale in persona che combatte le sue battaglie e danza, ebbra di gioia, la carmagnola!11. E la Lega
di Spartaco, che Rosa ha fondato dal carcere, aderisce da subito alla Uspd pur serbando tutta la sua
libert d'azione.
A molti, nell'inquieto schieramento socialista, l'adesione socialista alla guerra, che in tanto era
parsa possibile in quanto della guerra era stata data un'immagine falsa, sempre pi appariva
insostenibile. Specie ora che le pressioni della destra annessionista portavano alla cacciata del
cancelliere moderato Bethmann-Hollweg (13 luglio 1917) ed alla crescente dittatura dell'Alto
Comando. Il 6/8 aprile 1917 nasceva l'Uspd, guidata da uomini come Haase, che il 4 agosto 1914 erano
stati in prima fila nell'annunciare il voto socialista ai crediti di guerra. La rivoluzione russa di febbraio,
mentre agevolava lo sfaldamento del fronte orientale (il che spingeva gli annessionisti a sempre
maggiore arroganza), costituiva un precedente per i partiti socialisti europei proprio sul tema,
accantonato grazie a sofismi pi o meno efficaci nell'agosto 1914, della lotta contro la guerra. E si
ricominciava di l.
Crollavano equilibri. Il cancelliere cadeva per un quasi colpo di Stato12 e la destra si riprendeva
piena libert d'azione; l'alto comando inebriato dallo sfondamento a Oriente invadeva apertamente il
campo della politica sicuro di poter contare sulla simpatia, e pi che simpatia, del Kaiser. Al centro
restavano i socialisti maggioritari e la Zentrumspartei: era gi prefigurata, cos, la coalizione di
Weimar.
Ma questo era uno scenario futuro (e al momento impensabile). In Russia la nuova rivoluzione,
in ottobre, innescava un processo che andava oltre la Russia e cercava il suo interlocutore nelle masse
operaie d'Europa, in primis in Germania. Il richiamo era potente n poteva restare inascoltato.
L'economia di guerra e la fame spingevano sempre pi le masse a chiedersi il perch di tante privazioni
in aggiunta all'interminabile carneficina, e se non fosse dunque il caso di fare come in Russia, come
si cominciava a proclamare, per esempio, in Italia, a Torino (in un contesto  quello italiano  dove la
sconfitta di Caporetto aveva stretto nell'angolo il partito socialista malvisto dall'inizio per la sua non
collaborazione). In Germania lo sciopero delle munizioni (gennaio 1918)  un fatto inaudito in quel
paese e nel pieno dello sforzo bellico , seguto da incidenti per le strade, fu una chiara avvisaglia.
Avvisaglia, se non vigilia, di rivoluzione: dell'ammutinamento dei marinai di Kiel, che ci sar
mesi dopo, e sembrer una replica della Potmkin nella Russia del 1905. Ma avvisaglia di ben altro
sullo schieramento opposto.  ora infatti che comincia a prender corpo la leggenda della pugnalata
alle spalle (Dolchstosslegende), la criminalizzante condanna, da destra, dell'agitazione sociale contro
la guerra: cui corrisponder, sul piano politico, la formazione del Partito della patria, primo
esemplare dei partiti di massa della destra weimariana, che affosseranno la repubblica.
Dunque il quadro si complica. E si distacca sempre pi dallo scenario immaginato da Engels nel
'94 e riproposto da Lenin all'indomani della rivoluzione del Cinque.  in un paese cruciale come la
Germania che appaiono per la prima volta, nel corso stesso della guerra, le grandi formazioni di massa
pre-fascistiche: sintomo di una societ molto pi complessa e molto pi reattiva di quanto il
socialismo scientifico immaginasse. E si complica anche, e non meno, per l'apparire in Europa di un
fattore esterno: l'intervento americano, che non  solo lo strumento decisivo della vittoria dell'Intesa,
ma  il principale fattore di una nuova stabilizzazione volta a scongiurare l'esito rivoluzionario.
L'America entra nella guerra non solo con le sue forze fresche ma con i quattordici punti di Wilson:
progetto di riordino mondiale (ed europeo in primis), nucleo della futura Societ delle Nazioni, ma
soprattutto risposta diretta e frontale all'appello di Lenin e Trockij ai popoli per una pace immediata. E
l'America piloter direttamente la fuoruscita della Germania dalla guerra influenzando addirittura la
formazione dell'ultimo gabinetto di guerra, quello del principe Max, e porr la condizione
dell'abdicazione del Kaiser. Quel vuoto non poteva che essere colmato dai socialisti maggioritari e
anti-bolscevichi. La loro ascesa indolore al potere sottrasse alla rivoluzione, ormai esplosa a Berlino,
la possibilit stessa di diventare governo. Il governo gi c'era: erano gli uomini di Scheidemann,
affiancati dal Centro cattolico. N Engels n Lenin avevano previsto questo, e forse Lenin non
comprese nemmeno, sul momento, la portata epocale dell'accaduto.
Nel suo saggio sull'imperialismo, scritto quando la guerra era appena incominciata (primavera
1915), gli Stati Uniti sono soltanto un imperialismo tra gli altri. Lenin non poteva immaginare che
avrebbero fatto irruzione in Europa parallelamente alla Rivoluzione russa e per neutralizzarne
l'influenza e il prevedibile dilagare. Non poteva immaginare che a fronte della decadenza complessiva
dei vari imperialismi europei che si erano massacrati per quattro anni, un potente contrappeso sarebbe
stata la scelta americana di investirsi di compiti salvifici contando su forze intatte e su di un impero
economico mondiale anch'esso intatto. Lo si vide gi nei primi anni Venti, quando il piano Dawes
(1923) salv la Germania e fece decollare l'ra Stresemann.
Incominciava un mondo totalmente diverso da quello che si era auto-affondato con la guerra.
Perci le previsioni scientifiche si sbriciolavano.
Anche sul piano politico l'interventismo americano avrebbe dovuto far riflettere. In Germania
gli Stati Uniti  gi prima che la guerra finisse  avevano portato la democrazia (come si dice oggi),
o, meglio, contribuito a tener in piedi il regime parlamentare anche nel tracollo del Reich. E non era
piccola novit neanche questa. Cos l'Europa cessava di essere unicamente Europa: diventava, anche
politicamente, parte di un pi ampio Occidente.
Decenni di gradualismo (cio di accettazione del quadro politico-istituzionale esistente) non
potevano essere cancellati d'un tratto. E diedero frutti. Nel capitolo conclusivo dell'Entstehung der
Deutschen Republik, Rosenberg descrive e commenta i tredici punti dei marinai ammutinati della
potente flotta da guerra tedesca attraccata a Kiel (e siamo ai primi di novembre del 1918). Il pi
estremistico era la richiesta di rilascio dei marinai delle corazzate Turingia e Helgoland (circa
600 uomini arrestati il 30 ottobre perch s'erano rifiutati di obbedire all'ordine di attacco). Veniva
chiesta l'impunit anche per gli arrestati dell'anno precedente. La richiesta suonava cos: Non deve
essere fatta loro alcuna annotazione nel libretto militare. Commenta Rosenberg ironicamente: I
rivoluzionari dunque non vogliono che venga loro registrato nel libretto che hanno partecipato alla
rivoluzione. Il primo dei 13 punti riguardava il vitto differenziato per equipaggi e ufficiali, l'elezione
di nuove commissioni per il rancio e per gli eventuali reclami da parte dell'equipaggio; c'era poi la
richiesta che tali commissioni fossero presenti ai processi a danno dei marinai, e il diritto di protestare
contro le sentenze. Inoltre la revoca dell'obbligo di saluto agli ufficiali fuori del servizio. Impagabile
il punto 9: La locuzione signor capitano dev'essere usata solo al principio della frase; nel prosieguo
del discorso va tralasciata e si deve dare del 'lei' ai superiori.
La situazione  ai limiti del paradosso:
Centomila marinai si sono ammutinati; tengono tutti i cannoni; la vita degli ufficiali dipende
dalla loro grazia. L'autorit imperiale si infrange dinanzi alla loro ribellione e gli stessi rivoluzionari si
preoccupano della circostanza che in seguito vorrebbero rivolgersi al superiore col semplice lei [...]. I
marinai non pensavano, al principio del novembre 1918, n alla repubblica n al crollo del governo
[che ormai era il governo di Max coi socialisti e la Zentrumspartei] e nemmeno all'introduzione del
socialismo. Ci che volevano era la certezza della pace contro tentativi sabotatori di tipo alldeutsch e
una mitigazione della disciplina prussiana13.
L'Uspd e la Lega di Spartaco avevano modesta influenza su di loro. Il governo mand a Kiel il
deputato socialista Noske (in seguito destinato a gesta memorabili), il quale domin agevolmente la
situazione mentre invece Haase, capo dell'Uspd, non ebbe gran seguito.
Nonostante tutto ci, la situazione restava rivoluzionaria. Lo sciopero militare si estese ad
Amburgo, raggiunse in pochi giorni la Baviera. Il 7 novembre i contadini-soldati bavaresi
proclamarono la Repubblica bavarese  qui era forte l'influsso di Kurt Eisner, capo dell'Uspd bavarese,
poi assassinato da un sicario della destra , con ci scavalcando Berlino, dove Scheidemann era, pur
autorevole nel governo, rimasto ligio alla monarchia come cornice istituzionale. Solo quando la
rivoluzione raggiunse Berlino, Scheidemann, ormai divenuto leader di governo, e constatata la fuga del
Kaiser in Olanda, proclam la Repubblica.
La rivoluzione di novembre port dunque alla repubblica quando ormai il sovrano non c'era
pi, ed alla guida del governo (ora detto dei Commissari del popolo, sul modello sovietico) lo stesso
Scheidemann, che aveva compartecipato autorevolmente al governo di Max von Baden voluto dagli
Alleati ormai vincenti. La rivoluzione non ci fu. Ci fu l'impegno per una Costituente da eleggere
subito, nel gennaio 1919.
Certo col passaggio da Max von Baden a Ebert l'equilibrio politico-parlamentare si era spostato
a sinistra. Il principe Max, nelle sue Memorie, ci ha lasciato la registrazione del suo ultimo colloquio
con Ebert, prima del passaggio delle consegne:
Ebert mi disse: Io La prego insistentemente di restare.
Io domandai: A quale scopo?.
Ebert: Vorrei che Lei rimanesse come reggente del Reich.
Questa preghiera mi era stata rivolta ripetutamente nelle ultime ore dai miei ex collaboratori.
Io risposi: So che Lei  in procinto di prendere degli accordi con gli indipendenti [Uspd], e con
gli indipendenti io non posso collaborare14.
Max data questo colloquio tra le 17 e le 18 del 9 novembre. La richiesta di Ebert a Max von
Baden, di restare come reggente,  in s allucinante. Il leader socialista chiedeva in pratica la
prosecuzione del regime monarchico, beninteso ormai pienamente costituzionale (e sperabilmente
senza diritto elettorale prussiano...). La figura del reggente infatti era iscritta nella legislazione
dell'Impero, ed entrava in funzione in casi di impedimento del sovrano. Guglielmo aveva appena
abdicato, ma nessun reggente era stato insediato! Dunque da un lato Ebert chiedeva che fosse messa in
funzione la figura del reggente, e Max von Baden di fatto, pur non essendolo, si comport come
reggente nel momento in cui operava un formale affidamento del cancellierato ad Ebert.
La finzione dur due giorni. Gi il 10 novembre i Consigli degli operai e dei soldati (cos
chiamati sul modello dei soviet) pretesero la repubblica e un nuovo governo di Commissari del
popolo. Anche in questo caso fu salvata la continuit con una finzione giuridica. I Consigli radunati
a Berlino nel Circo Busch furono considerati rappresentanti dell'intero popolo tedesco, e, secondo
tale presupposto, legittimati a promuovere la modifica costituzionale. I Consigli dei soldati misero a
disposizione del partito socialdemocratico la loro forza, in pratica la forza dell'esercito; a quel punto
l'Uspd e la Lega di Spartaco erano fuori gioco: se mai avevano pensato che, in quel difficile passaggio
istituzionale, o per meglio dire vuoto di potere, si potesse realizzare davvero un loro avvento a
scapito del vecchio partito socialdemocratico. (Dal 1912 non si erano pi fatte elezioni, e nessuno
poteva conoscere la vera consistenza elettorale, il vero seguito nel paese delle forze in campo). Dunque
l'attimo (potenzialmente) favorevole non fu colto. Il Consiglio dei commissari del popolo (questa
concessione alla terminologia leninista era tutto sommato indolore) fu presieduto da Ebert, con accanto
l'uomo del 1914, Scheidemann. Un rappresentante dell'Uspd entr nel nuovo governo. Nel quale
entrarono anche la Zentrumspartei e i liberali: era nella sostanza la vecchia maggioranza che aveva
sorretto per oltre un mese Max von Baden. Il Reichstag eletto nel 1912 rest in carica. L'unica
discontinuit era rappresentata dalla convocazione delle elezioni per l'Assemblea Costituente. Peraltro,
una volta proclamata la Repubblica, almeno questo salto era ineludibile. Ma ci che pi d'ogni altro
dettaglio avrebbe dovuto illuminare un osservatore, intorno all'effettiva natura dei mutamenti in atto, fu
un passo compiuto dalla direzione suprema militare: Hindenburg dichiar prontamente di accettare il
nuovo ordine. N Liebknecht n Rosa Luxemburg, invece, ottennero un mandato per il congresso dei
Consigli.
La base materiale della Repubblica erano i milioni di soldati che, organizzati in Consigli,
avevano dato fiducia a Ebert, non a Liebknecht. Cos la profezia di Engels (arrivare al socialismo
attraverso la progressiva conquista dell'esercito) si realizzava solo per met.
Il 19 gennaio 1919 le elezioni per l'Assemblea Nazionale Costituente (che doveva funzionare
anche da parlamento, non solo da Costituente) diedero i seguenti risultati: i socialisti (anche se
sommati: Spd e Uspd) persero le elezioni, o meglio non raggiunsero la maggioranza assoluta
dell'elettorato. Erano il 37,9% (Spd) ed il 7,6% (Uspd): insieme 163 + 22 (= 185) deputati su
complessivi 421. Sebbene sia tipico dei sistemi politico-parlamentari operanti in paesi socialmente
complessi e avanzati che nessuna (o quasi) forza politica consegua da sola la maggioranza assoluta
dei suffragi (quale che sia il sistema elettorale), fu quella tuttavia una bruciante delusione, gi solo per
la situazione eccezionale, e in linea di principio molto favorevole ai socialisti, in cui le elezioni si
svolsero.
Il partito del Centro ebbe il 20% con 91 deputati, i due partiti di destra (Tedeschi e
Tedeschi-nazionali) il 15% complessivamente (e 63 deputati). Con animo a sinistra ma in moltissime
cose diviso dai socialisti vi era poi (destinato a rapido declino) il Partito Democratico  i cui grandi
esponenti erano Max Weber, Walther Rathenau, Hugo Preuss : raccolse 75 deputati e oltre il 18% dei
voti (incredibilmente una forza elettorale pari a quella di un partito storico e radicato popolarmente
come il Centro).
Un accordo tra Spd e Uspd era impensabile, dopo che appena pochi giorni prima delle elezioni,
Noske, commissario del popolo all'esercito (ed esponente socialista di spicco) aveva domato manu
militari la rivolta spartachista in un quartiere di Berlino espugnando personalmente la sede del
Vorwrts occupata e dopo che indisturbati Freikorps avevano massacrato Karl Liebknecht e Rosa
Luxemburg quattro giorni prima delle elezioni (15 gennaio). Ma la soluzione parlamentare era pronta:
il centro-sinistra. Il primo governo della Repubblica nata dalla rivoluzione di novembre era fatto da
Spd, Partito del Centro e Partito Democratico, sotto la presidenza di Scheidemann, mentre Ebert era gi
stato eletto, dall'Assemblea appena insediatasi, alla presidenza della Repubblica.
Sul peso dell'affrettata e impotente insurrezione spartachista sulla vicenda politica di quel
cruciale gennaio 1919 si  molto speculato. Il perbenismo socialdemocratico si  speso tutto in difesa di
Noske, per scagionarlo dalla responsabilit dell'assassinio di Liebknecht e della Luxemburg. Tempo
sprecato, visto che il problema non era chi avesse armato la mano degli assassini affiliati ai Freikorps
bens che la neonata democrazia tedesca tollerasse  per spirito legalitario  l'esistenza dei
Freikorps, gruppi paramilitari e revanscisti, il cui revanscismo per ora si sfogava nella violenza contro i
militanti di sinistra. Il loro apporto alla nascita del movimento nazista  ben noto. Peraltro un po' di
gratitudine dall'estrema destra Noske se la guadagn con la sua azione (egli era ministro dell'Esercito e
della Marina, e dunque avrebbe dovuto sciogliere i Freikorps e distruggerli con ben altra violenza di
quella che consacr ad espugnare la sede del Vorwrts). Gratitudine infamante: quando il partito
nazista vinse le elezioni del marzo 1933, Noske era Oberprsident della provincia di Hannover; e in
quell'occasione fu Hermann Goering, numero due di Hitler, a chiedere (invano) a Noske di restare al
suo posto15.
Ad ogni modo, la tesi che l'insurrezione spartachista avrebbe spostato a destra l'opinione
pubblica negli ultimi giorni di campagna elettorale  fragile. Il governo Ebert-Scheidemann-Noske fece
di tutto per dimostrare ai borghesi impauriti che la socialdemocrazia sapeva schiacciare il pericolo
anti-democratico proveniente da sinistra. Il sangue abbondantemente versato fu garanzia della
democraticit della dirigenza socialdemocratica. Il contraccolpo elettorale pot averlo, semmai,
l'Uspd che, per semplificazione polemica molto comoda in campagna elettorale, veniva tout court
assimilata  dalla propaganda di quasi tutti gli altri (fatta eccezione per il Partito Democratico)  alla
Lega di Spartaco.
Insomma, la sconfitta elettorale fu bruciante per la socialdemocrazia, nella cui vicenda
elettorale weimariana quel deludente risultato rimase pur sempre il massimo storico. Gi alle elezioni
per il primo Reichstag repubblicano, l'anno dopo (6 giugno 1920) la Spd croll al 21% dei voti e la
Uspd sal al 18%, mentre l'appena nato Partito comunista raccoglieva il 2%. La Spd risalir fino a
sfiorare il 30% dei voti nelle elezioni del maggio del 1928 (i comunisti ebbero il 10%), mentre il blocco
di destra sfiorava anch'esso, complessivamente, il 30% ed il Centro il 12%.
L'aritmetica elettorale pu sembrare un gioco astratto e formale. Nel frattempo si producevano
crisi capaci di stravolgere equilibri anche meno instabili di quelli weimariani: dalla follia sciovinista
francese culminata nell'occupazione punitiva della Ruhr (un regalo alle destre, in cui cercarono di
inserirsi con disperato tatticismo i comunisti), alla crisi economica aggravata dalle vessatorie
riparazioni (cui cercarono di porre riparo i piani Dawes e Young: gli Usa, che non riconobbero il
trattato di Versailles, non potevano sopportare uno scivolamento a sinistra della repubblica in preda alla
crisi economica pi grave del secolo, e non c'erano ancora nazisti pronti a sfruttarla), alle insorgenze
putschiste (il golpe hitleriano della birreria monacense) ecc. Nondimeno l'aritmetica elettorale resta,
in quella convulsa vita parlamentare (otto elezioni per rinnovare il Reichstag in tredici anni!) un
indicatore. Essa segnala la delusione della sinistra di fronte allo strumento del suffragio universale
nonch la resistibile ascesa del partito nazionalsocialista dal 2% del maggio 1928 al 44% del marzo
1933. Neanche i nazisti, beninteso, conquistarono la maggioranza assoluta, pur avendo dalla propria
parte la violenza illegale e quella dello Stato. Ma Hitler era diventato cancelliere, per la congiura di von
Papen e la complicit di Hindenburg (presidente del Reich dal 1925), ben prima del trionfale
successo. Che restava nondimeno un successo elettorale di indiscussa efficacia.
Il caso tedesco e quello italiano costituiscono due esempi capitali della fabbricazione della
vittoria elettorale.
Uno studio recente dello storico della Yale University, Henry Ashby Turner jr., Hitler's Thirty
Days to Power (London 1996)16, ha portato convincenti prove documentarie a sostegno di una
diagnosi storiografica anti-deterministica a proposito dell'avvento di Hitler al potere. Con le elezioni
del novembre 1932 il partito nazista aveva subto un secco arretramento, perdendo 35 seggi e quasi il
5% del suo elettorato. Era, certo, col suo 33%, il partito di maggioranza relativa, ma l'isolamento
parlamentare poteva risultargli letale, soprattutto in concomitanza con una acuta crisi interna.  grazie
alla pressione fortissima dell'esponente di centro, ma legato a Hitler a filo doppio, Franz von Papen, sul
presidente della Repubblica Hindenburg ormai quasi novantenne, che, contro ogni aspettativa, e contro
l'aritmetica parlamentare, Hitler si vide affidare il 30 gennaio 1933, dopo una crisi lunghissima e
oscura, l'incarico di Cancelliere. Contrariamente a quel che di norma si ripete, i poteri del presidente
della Repubblica erano  secondo la costituzione weimariana  assai ampi: ben superiori a quelli dei
monarchi rimasti sul trono dopo la ecatombe di teste coronate prodotta dalla guerra. Era il capo
effettivo delle forze armate; poteva ridurre i diritti civili a sua discrezione (se da lui reputato
necessario), promulgare leggi per decreto; ed il governo, responsabile certo di fronte al Parlamento,
poteva per essere destituito dal presidente, se necessario, con immediato scioglimento del Parlamento.
In breve: l'insperato approdo alla Cancelleria alla fine di gennaio del '33 (e l'immediata indizione di
nuove elezioni) permise a Hitler di costruire, con la complicit della grande industria (basti pensare
all'alleanza familiare tra Goebbels e la pi potente dinastia industriale, quella dei Quandt, nonch
all'appoggio di Hugenberg)17 e dell'apparato militare legale e para-legale, e grazie alla violenza
sistematica delle camicie brune protette dallo Stato, la grande vittoria elettorale del 5 marzo 1933:
quel 44% dei voti che gli consent di governare attorniato da esponenti centristi e liberali, e con von
Papen vice-cancelliere18, fino alla completa trasformazione della Repubblica in Fhrerstaat. La
marcia decennale verso il potere era incominciata col misero Putsch di Monaco, circa dieci anni prima.
Il 6 marzo '33, all'indomani del trionfo elettorale giungevano a Hitler, da Doorn, in Olanda, luogo di
esilio, le felicitazioni di Guglielmo II, ex imperatore19. Un gesto che simboleggia perfettamente la
continuit tra imperialismo alldeutsch e nazismo.
In Italia l'analoga operazione avvenne in tempi molto pi rapidi. Il movimento
repubblicano-anarcoide di Mussolini, fondato nel 1919, vegeta elettoralmente fino alle elezioni del
1921 (circa 30 deputati, nel coacervo dei Blocchi nazionali), ma gi alla fine di ottobre 1922 il re
Vittorio Emanuele III gli affida la formazione del governo: che sar di coalizione, con popolari e
liberali. Certo il Savoia era un modesto fellone rispetto al vecchio Junker, e per lui non ci vollero trenta
giorni di trame, pressioni, ricatti. Il Savoia, istericamente impaurito dalla decimazione di teste coronate,
completamente scettico sulla possibilit del parlamentarismo di sopravvivere alla ventata rivoluzionaria
che s'era levata nel '17 e ancora continuava (ma egli la ingigantiva nel suo reazionarismo), si spinse
fino a compiere lui stesso, scavalcando il governo, un colpo di Stato silenzioso. La maggioranza del
governo in carica (presieduto da Luigi Facta) al momento della manifestazione pomposamente definita
marcia su Roma era per la proclamazione dello stato d'assedio, il re rifiut e convoc Mussolini al
Quirinale per affidargli l'incarico di formare il governo. Che infatti sorse, e puntualmente, due anni
dopo, stravinse  grazie alla legge elettorale ultra-maggioritaria, grazie alla violenza squadrista
appoggiata e protetta dalle forze dell'ordine, grazie al finanziamento di parti importanti dell'alta
borghesia (agraria, industriale e finanziaria)  le elezioni del 1924.
Anche nel caso italiano  interessante seguire la traiettoria elettorale e l'intreccio tra progresso o
regresso dei partiti e delle leggi elettorali. La legge del 16.12.1918 finalmente instaurava il suffragio
universale (maschile) senza limitazioni, e sostituiva allo screditato maggioritario-uninominale il
sistema proporzionale a scrutinio di lista. I socialisti triplicarono i loro eletti (156), i popolari balzarono
a 100 seggi. Era la maggioranza aritmetica dei 508 seggi della Camera. I liberali, onnipresenti e
onnitrionfanti col vecchio sistema, crollarono da 300 a 200 seggi. Fu una vittoria dei movimenti
democratici, ma non l'immaginato trionfo. Alle elezioni del maggio 1921, appare, dopo la scissione di
Livorno (gennaio), la sparuta pattuglia dei 15 deputati comunisti, i socialisti calano, i popolari crescono
di una decina di deputati, i Blocchi nazionali (comprendenti anche i fascisti) tengono, e sono di
fatto gli eletti dalle vecchie sacche di consenso liberali. La Camera senza chiara maggioranza eletta nel
1921, dopo il colpo di mano del re e l'affidamento a Mussolini della presidenza del Consiglio,
approver la nuova legge elettorale ultra-maggioritaria (la famigerata legge Acerbo, preparata da una
intensissima campagna fascista in favore di un sistema elettorale maggioritario, scattata gi subito dopo
la marcia su Roma20) e si avranno, cos, le condizioni per il trionfo del listone fascista (imbottito di
notabili liberali)21 alle elezioni del 1924. Insomma il bilancio , in entrambi i casi, analogo e univoco.
Le forze socialiste, soprattutto grazie al sistema proporzionale, ottengono il riconoscimento del loro
imponente insediamento nella societ, ma non sono maggioranza neanche nei momenti e nelle
congiunture pi favorevoli, giacch non hanno dalla propria parte il potere dello Stato (e tanto meno
quello delle grandi forze economiche). Le formazioni fasciste, anche se minoranza, sono messe in
condizione, dall'appoggio dei poteri statali, di pilotare le elezioni e vincerle.
E serbano comunque una riserva di principio contro il suffragio universale. Ancora nel 1940 il
Dizionario di politica edito, a cura del Partito Nazionale Fascista, dall'Enciclopedia Italiana sotto la
direzione del segretario del partito, alla voce Suffragio avverte: il sistema di suffragio universale, se
risponde, in certo modo, ad un principio di giustizia, [...] dall'altra parte prescinde da un'esigenza pi
imponente, per cui la concessione della capacit elettorale al cittadino deve adeguarsi alle condizioni di
preparazione e di educazione politica delle masse; altrimenti si corre il rischio di affidare a corpi
elettorali non idonei il compito di concorrere alla formazione degli organi pubblici con risultati
naturalmente dannosi all'organizzazione stessa cui si vuol provvedere. Il rischio  prosegue l'autore,
che  il giurista Giuseppe Menotti De Francesco, nel dopoguerra deputato monarchico al Parlamento
italiano   insito nel sistema del suffragio universale; la dottrina e la legislazione positiva si sono
sforzati di ricercare dei freni al principio, sicch, pur applicandolo, siano attenuati i pericoli che il
sistema comporta. Ci sono vari metodi  nota il giurista  per attenuare i danni del suffragio
universale; uno dei pi comuni  l'adozione di un sistema di elezione indiretta o a doppio grado,
come si verifica ad esempio negli Stati Uniti d'America per l'elezione del presidente della
Repubblica o in Francia [Terza Repubblica] per l'elezione del Senato. Ma il modo migliore per sanare
i guasti  suggerisce De Francesco  sarebbe il suffragio ristretto: esso per non pu essere attuato,
nella presente fase dell'evoluzione costituzionale, se non con criter di larghezza. E dunque ben si
raccomanda la soluzione adottata dal fascismo col suffragio corporativo: esso  una forma
particolare ed originale di suffragio ristretto che conferisce la capacit elettorale al cittadino che paga
un contributo sindacale.  con questo criterio  conclude  che si costituisce, nel quadro legislativo
creato dal fascismo, l'elettorato, fermo restando che ormai l'elettorato ha comunque un campo di
applicazione molto ristretto rispetto al passato22.
Qualche considerazione a margine. Hitler, neocancelliere a fine gennaio '33, non cambia la
legge elettorale. Fabbrica la vittoria elettorale ma non raggiunge la maggioranza. Per prendere tutto
dovr organizzare la messinscena dell'incendio del Reichstag, l'estromissione dei deputati comunisti, e
aspettare la morte di Hindenburg (agosto 1934) per unificare i ruoli di presidente e cancelliere.
Mussolini, invece, capo di una pattuglia di appena 30 deputati, ma presidente del Consiglio imposto dal
re, con la legge Acerbo stravince le elezioni con una maggioranza pi che assoluta, gonfiata appunto
dalla truffa maggioritaria. Il consenso intorno a Hitler c' (un elettore su tre nel 1932)  o meglio un
forte radicamento, costruito crescendo come pianta malsana dentro la crisi di Weimar. Il consenso
intorno a Mussolini non c' affatto al momento del colpo di mano regio che gli affida la guida del
governo. Lo si  venuto costruendo dopo; e certo l'avallo del re e della Chiesa cattolica (ben prima del
Concordato)23 ha contribuito non poco. Nei successivi due anni (1924-26) fu compiuto l'ulteriore
passo: la formazione di un regime (leggi eccezionali del novembre 1926, arresto dei deputati
comunisti, invenzione del complotto comunista, che sta alla base del processone contro i dirigenti
catturati, scioglimento degli altri partiti). Ma anche per giungere a questo approdo, alle leggi del
novembre 1926 ed alla loro attuazione immediata, ci volle altro tempo, e fu fatto ricorso anche alla
violenza di Stato (delitto Matteotti: un'altra occasione in cui la Corona ha salvato il fascismo da un
passo che poteva risultargli fatale), a provocazioni e attentati di dubbia matrice. Ma ormai la classe
dirigente italiana era passata dalla parte del fascismo. Persino una personalit come Croce, che
incarner, negli anni Trenta e fino alla prima caduta di Mussolini, il ruolo di simbolo intellettuale
dell'antifascismo, all'indomani del delitto Matteotti andr in Senato a votare la fiducia al governo
Mussolini e definir tale voto, in un'intervista al Giornale d'Italia del luglio 1924, prudente e
patriottico24.
La domanda che molti, allora e dopo, si posero fu: dov'era finito, che fine aveva fatto, perch
non aveva reagito il popolo? Soprattutto restavano delusi  vedendo il popolo aderire al fascismo
 i sacerdoti della innata sanit delle masse, pregiudizio radicato nel democraticismo sentimentale.
La riflessione sulla creazione del consenso intorno ai fascismi, svolta nel vivo della vicenda da menti
critiche (Rosenberg in Germania, Togliatti esule dall'Italia), spezzava un'illusione di matrice romantica
e, insieme, il pregiudizio paralizzante secondo cui il conseguimento del consenso  di per s
controprova della validit di una politica.
Le prime elezioni post-belliche, per eleggere una Costituente, si erano tenute in Russia, il 25
novembre 1917: circa venti giorni dopo la Rivoluzione, o, per meglio definire l'evento, dopo la
conquista, a Pietroburgo, dei palazzi del potere da parte dei soldati organizzati dai bolscevichi e dopo la
fuga di Kerenskij. Il 7 novembre, equivalente al 25 ottobre del vecchio calendario, si era verificato
questo sconvolgimento al vertice, cui tenne dietro, nel corso della stessa giornata, il movimentato
Congresso panrusso dei soviet, che si svolse a Pietroburgo. Al congresso, posto di fronte alla
questione bruciante di approvare la cacciata di Kerenskij, si era prodotta la divisione in due del partito
socialrivoluzionario: una parte, fedele a Kerenskij, lasci la sala; una parte, vicina ai bolscevichi, rest.
L'assemblea legittim l'accaduto e pose le basi per l'immediata formazione del primo governo dei
Commissari del popolo, composto appunto dai bolscevichi e dall'ala sinistra dei socialrivoluzionari.
Questi erano in prevalenza i delegati contadini delle province. Non a caso i due deliberati presi da chi
rest furono: a) la pace immediata, b) l'esproprio delle terre.
Si apr allora un breve periodo di governo di coalizione. Esso dur fino al marzo 1918,
quando la Russia accett le durissime condizioni di pace di Brest-Litovsk e, in dissenso radicale su tale
scelta, i socialrivoluzionari di sinistra lasciarono la coalizione coi bolscevichi. Ma prima di tale crisi,
nel periodo novembre 1917-marzo 1918, il governo di Lenin e dei Commissari era un governo con i
socialrivoluzionari (di sinistra). Fu dunque in tale fase di coalizione che si produssero i due eventi
elettorali: le elezioni della Costituente del 25 novembre e l'effimero suo insediamento (18 gennaio
1918).
Il numero dei votanti il 25 novembre 1917 fu indubbiamente significativo: quasi 42 milioni di
voti espressi su di una popolazione calcolata nel 1920 di 108 milioni di abitanti. Circa il 40% della
popolazione: non moltissimo se si considera che gi fruivano del diritto di voto anche la donne;
comunque una grande partecipazione, se si tien conto che il paese era ancora in guerra (per gi l'8
novembre era stato proclamato l'appello all'armistizio immediato) e regnava il caos inerente ad ogni
radicale cambio di regime, quando il problema  di imporre la nuova autorit su di un vasto territorio (e
nel caso della Russia, smisurato).
I partiti si impegnarono nella campagna elettorale e convogliarono i loro elettori verso le urne.
Questo  certo, altrimenti non si sarebbe ottenuto un tasso di partecipazione cos ragguardevole. I
bolscevichi ebbero poco meno di 10 milioni di voti (un quarto dell'elettorato), i socialrivoluzionari ben
22 milioni di voti. Erano da soli la maggioranza. I menscevichi (cio la minoranza
socialdemocratica) appena 700.000 voti, gli altri partiti misero insieme circa cinque milioni di voti tutti
insieme.
Arthur Rosenberg ha dato una lettura interessante di questo risultato, di sicuro deludente per i
bolscevichi ma ambiguo per quel che riguarda il partito socialrivoluzionario. La grande massa dei
contadini che aveva dato la propria scheda ai socialrivoluzionari intendeva, con questo, votare per
l'espropriazione delle terre, e non per Kerenskij; ma in testa alle liste dei socialrivoluzionari c'erano
quasi dappertutto i partigiani di Kerenskij, che ottennero cos i loro seggi. Accadde cos che la
decisione di non riconoscere la nuova assemblea  perch questa si era rifiutata di riconoscere il nuovo
governo  fu presa, insieme, dai bolscevichi e dai socialrivoluzionari (essi per primi rifiutavano un
risultato che penalizzava innanzi tutto loro a favore dell'altra fazione del loro stesso partito con cui
erano in rotta insanabile).
Cos la Costituente ebbe vita brevissima, forse  esatto dire che gi al suo nascere non
rappresentava la composizione politica del paese. Se Lenin avesse indetto allora nuove elezioni 
osserva, o meglio congettura Rosenberg  avrebbe ottenuto nel paese una schiacciante
maggioranza25. La congettura non  verificabile.
Il processo rivoluzionario che si svolse a un ritmo febbrile dopo la Rivoluzione d'Ottobre 
afferma Otto Bauer  permise ai bolscevichi di disperdere l'Assemblea Costituente, eletta soltanto
poche settimane prima in condizioni totalmente diverse e non pi rispondente alla nuova situazione
rivoluzionaria, e di consegnare tutto il potere nelle mani dei soviet. Ancora in quel momento Bucharin
proponeva di espellere con la forza le destre dall'Assemblea Costituente, come un tempo Cromwell
aveva espulso i presbiteriani dal Parlamento o come i giacobini avevano escluso i girondini dalla
Convenzione mandandoli alla ghigliottina, e di consegnare il potere al resto dell'assemblea,
considerandola per come una Convenzione. Lenin prefer invece disperdere l'intera assemblea26.
Ed infatti, il governo dei Commissari, e Lenin in primis, opt, in quel momento, per quella che
era parsa, sin dal 1905, la nuova struttura di una democrazia non pi parlamentare ma consiliare (una
repubblica di soviet, appunto): una forma  cos parve  originale e moderna di democrazia diretta.
Non se ne parlava almeno dalla caduta della Comune. Nel capitolo conclusivo della Storia della
rivoluzione russa, Trockij definisce il Congresso dei soviet che si riuniva nell'Istituto Smolny di
Pietroburgo nel giorno stesso (25 ottobre secondo il vecchio calendario), in cui i bolscevichi
prendevano con la forza il potere, il pi democratico di tutti i parlamenti della storia mondiale. Rosa
Luxemburg critic seccamente (in polemica con Trockij) lo scioglimento dell'assemblea27. Il fatto che,
al momento della destinazione della Costituente, i socialrivoluzionari ancora al governo condividessero
la scelta, gravida di conseguenze, compiuta allora non va trascurato. Essi uscirono, in totale dissenso e
rottura insanabile coi bolscevichi, dal governo di coalizione, solo al varo della pace-capestro con la
Germania, due mesi circa pi tardi.
Ma allora un fatto ben pi allarmante che non una tornata elettorale si produsse nell'immenso
paese. Le potenze dell'Intesa, sentendosi legittimate dalla pace separata sottoscritta dai Russi a
considerare il nuovo governo russo come nemico, apertamente intervennero nel territorio della neonata
repubblica in appoggio alle forze zariste e bianche che scatenavano una feroce guerra civile. La
guerra civile interna alla Russia si arricchiva di soggetti esterni. Diveniva guerra civile europea.
...
FINE Parte 1.